dalla Newsletter n°13 – Giugno 2025
Massimiliano Boni intervista l’ambasciatore Michele Valensise
Presidente dell’Istituto di Affari Internazionali – IAI
Ambasciatore, dopo oltre 18 mesi la guerra in corso a Gaza non sembra proporre alcuna via d’uscita, né militare né diplomatica: qual è il suo giudizio al riguardo?
Dopo l’orrendo massacro del 7 ottobre era comprensibile l’intento di Israele di eliminare la minaccia terroristica di Hamas e liberare gli ostaggi. Ma la risposta militare del governo di Benjamin Netanyahu ha superato ogni limite, causando migliaia di morti tra i civili palestinesi e distruzioni immani. È inaccettabile. Occorre interrompere immediatamente questa spirale di violenza, senza trascurare le pesantissime responsabilità di Hamas.
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Gli effetti della guerra, ormai sempre più drammatici, producono il risultato di creare tra l’altro un sostanziale isolamento di Israele.
L’isolamento internazionale di Israele sinora non è stato sufficiente a modificare la linea di Netanyahu. Ora una pressione mirata, decisa per porre fine alla guerra potrebbe aprire uno spiraglio, visto anche il disorientamento crescente in Israele e nel suo stesso interesse.
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Prima di parlare dello Stato ebraico, vorrei però chiederle un giudizio su Hamas, che il 7 ottobre ha colpito Israele in modo efferato, e che tiene in ostaggio ancora oggi decine di israeliani, molti dei quali morti. Perché a suo avviso nel dibattito pubblico Hamas sembra quasi uscito?
Hamas è un movimento terroristico. Oltre alle armi, sa maneggiare la comunicazione. È riuscito a far passare presso molti una certa identificazione – che è assurda – tra Hamas stesso e il popolo palestinese.
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Benjamin Netanyahu appare deciso a continuare ad oltranza il suo attacco a Gaza, da ultimo con una nuova occupazione del territorio. Che effetti potrà avere sugli equilibri regionali tale nuova offensiva?
Se la guerra a Gaza proseguisse a oltranza, le prospettive di stabilizzazione della regione si allontanerebbero ulteriormente. Il che rischia di nuocere anche a Israele.
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Come giudica attualmente le relazioni tra Usa e Israele? A suo avviso quali sono gli interessi americani di Trump oggi nell’area del Medio Oriente?
Tra Washington e Gerusalemme resta l’antica solidarietà, ma lo stallo della guerra potrebbe cambiare qualcosa. Soprattutto se Trump riterrà che il conflitto a Gaza rappresenti un ostacolo al rafforzamento dei rapporti degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo.
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I paesi arabi sembrano essere rimasti in una posizione generalmente attendista, se si eccettua l’intraprendenza diplomatica del Qatar. A suo avviso si può sperare di risolvere il conflitto senza una loro diretta partecipazione?
Sauditi, qatarini e altri arabi possono svolgere un ruolo ben più incisivo a favore dei palestinesi e della fine delle ostilità. Credo che in particolare Riad avrebbe titoli e mezzi per un maggior impegno.
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Vorrei chiederle un giudizio sull’Europa e sull’Italia. L’Unione europea sembra del tutto assente dal teatro mediorientale. Condivide questa impressione?
Purtroppo l’Europa sconta divisioni interne e meccanismi di decisione inadeguati. Per essere più presente e visibile dovrebbe parlare con una voce sola.
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Come giudica il ruolo dell’Italia e il silenzio della premier sul conflitto?
L’Italia viene da una tradizione di stretti rapporti con israeliani e palestinesi. Anche se con i limiti di passi solo nazionali, il dialogo politico con entrambe le parti merita di essere portato avanti da parte italiana con grande determinazione.
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Lo scenario mediorientale si è da ultimo aggravato con la guerra aperta tra Israele e Iran. È possibile che tutto rientri verso la de-escalation, oppure stavolta l’obiettivo è un regime change a Teheran?
Il cambio di regime a Teheran è un obiettivo apertamente perseguito dal governo di Netanyahu, ma l’abbattimento di regimi dall’esterno non ha mai risolto i problemi. D’altra parte, gli USA sembrano mirare a una ripresa del negoziato con un Iran più debole e più malleabile. Occorre verificare gli sviluppi.
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Quali potrebbero essere gli spazi di azione dell’Unione europea in quest’altra crisi?
L’Unione europea ha qualche margine d’azione sul piano politico-diplomatico, con le parti e nella regione, per favorire una de-escalation.

