Letture & Riletture – agosto 2025

dalla Newsletter n°15 – Agosto 2025

Saul Meghnagi


La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

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“…da dove arrivano gli ebrei israeliani? Secondo una percezione diffusa, sarebbero arrivati in Palestina per fuggire dalle persecuzioni in Europa e perché mossi dall’ideologia sionista…Questo però è vero solo in parte… una comunità ebraica in Palestina c’è sempre stata, ma soprattutto perché, oggi, la maggioranza degli ebrei israeliani discende da persone immigrate in Israele da altri paesi mediorientali…”

 

Così si legge in una delle prime pagine del bel libro di Anna Momigliano (Fondato sulla sabbia, Garzanti, Milano 2025, p.14) che precisa: “Secondo un recente sondaggio, il 45 per cento degli ebrei israeliani si considera mizrahì, di origine mediorientale; a questi occorre aggiungere il 3 per cento di origine etiope un 8 per cento di origine “mista”.

Fatti i conti si scopre che soltanto il 44 per cento degli ebrei israeliani – che corrisponde al 35 per cento della popolazione israeliana nel suo complesso – è di origine europea” (ibid. p. 18).

I dati sugli ebrei riguardano l’80 per cento della popolazione israeliana, il cui 20 per cento è costituito da arabi, cristiani o mussulmani, e da altre minoranze.

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I dati, se di fonte autorevole, (N. Lewin- Epstein e Y Cohen, “Ethnic origin and identity in the Jewish population of Israel, in JEMS – Journal of Ethnic and Migration Studies, June 2019, online June 2018), sono importanti per chiarire dinamiche culturali legate al conflitto mediorientale, in relazione all’opzione politica sintetizzata nella formula di “due popoli, due Stati”.

Klaus Dodds parla di guerre “fondate su una politica dell’identità”, legata a esperienze pregresse vissute come “una ‘ferita aperta’” alla quale sono legati sentimenti di appartenenza e di riconoscimento (Guerre di confine, Einaudi, Torino 2024, ed orig. 2021, p.302),

Per questo è importante capire che sofferenze, risentimento, se non odio reciproco, sono presenti nei sentimenti più profondi di coloro che si combattono avendo vissuto esperienze di sradicamento diverse, ma non del tutto prive di analogie. 

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La provenienza o l’origine di gran parte della popolazione israeliana da paesi orientali – oltre 900.000 persone costrette a fuggire, lasciando dietro di sé un vuoto dato dalla fine delle comunità stesse – è, inoltre, alla base sia negli usi più comuni – spesso dal cibo alla lingua di famiglia – sia in molteplici sentimenti di paura e di diffidenza.

Per tutto ciò è importante non guardare alla società israeliana come a una collettività omogenea e, allo stesso tempo, non vedere il mondo arabo come un insieme omogeneo.

È indispensabile tenere conto di tutti gli elementi di una storia complessa, sia di tutti gli ebrei israeliani – non solo di quelli europei per i quali la Shoah è un ricordo “di famiglia” – sia dei palestinesi, la cui specificità è figlia della storia più recente al di là dei legami con il complesso mondo arabo confinante o lontano.

In entrambi i casi, l’uso politico della religione – fattore certamente costitutivo ed essenziale delle diverse identità – quale riferimento per sostenere ragioni e diritti, rischia di creare barriere insensate.

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Si pone, piuttosto “l’esigenza di fondare la vita civile attorno a nuclei di valori, ideali e rappresentazioni culturali condivise, che si rendono concrete e visibili in racconti storici, luoghi o oggetti della memoria, pratiche sociali collettive come celebrazioni e commemorazioni” (cfr. “Sacro”, in “Le parole della democrazia”, https://www.ucei.it/studi-ricerche/).

Questo non è certamente facile data l’eterogeneità originaria delle parti in causa.

Bisogna, comunque, affiancare all’esame delle dinamiche politiche nazionali e internazionali, l’analisi delle costruzioni identitarie nella loro evoluzione: non limitare la discussione solo a quelle territoriali ma anche alle narrazioni su cui fondano le esperienze e le motivazioni dei contendenti, le loro costruzioni culturali, le loro fonti di valori, le letture del passato. In tale ambito, va aperta una riflessione, volta al futuro, ma suscettibile di aiutare le opzioni sul presente, sulla natura stessa dei due possibili Stati.

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Michael Herzfeld nel suo testo, appena pubblicato in italiano (Lo Stato nazione e i suoi mali, Castelvecchi, Roma 2024) evidenzia come una delle questioni alla radice di molti conflitti sia l’idea che lo Stato debba rappresentare e proteggere una sola cultura.

Herzfeld parla di “modernità della tradizione” per chiarire come sia possibile ancorare l’attualità (e soprattutto l’identità collettiva) a un passato specifico, ma come sia necessario tenere conto che la storia ha un carattere dinamico e non un inizio prestabilito, fisso, privo di relazioni e ibridazioni in cui si incontrano comunità diverse che possono convivere in condizioni di laicità, nelle quali le libertà siano legate a diritti e doveri condivisi.

I due Stati sono possibili solo se si accetta l’idea che in ciascuno di essi possano vivere e convivere gruppi e comunità – di diversa religione, storia, costruzione culturale, identità – con ideali, aspirazioni, appartenenze differenziate.