dalla Newsletter n°16 – Settembre 2025
Saul Meghnagi

Larubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di Sinistra per Israele. Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
La democrazia nelle società occidentali contemporanee è garantita da architetture istituzionali e sistemi normativi, da una struttura politico-economica, da un sistema di servizi e da altri elementi finalizzati a un equilibrio tra collettività e classi sociali, da una rete di relazioni di comunicazione, dialogo, confronto, coesistenza.
Vi è però, come scrive l’antropologo Fabio Dei, un ingrediente ulteriore, forse più etereo ma non meno importante, l’insieme della cultura e della tradizione civica, “vale a dire un insieme di valori o sentimenti sociali, come ad esempio la fiducia, il senso di reciprocità e solidarietà, la disposizione all’azione cooperativa e alla partecipazione, la responsabilità nei confronti del bene comune.
Sono questi “sentimenti sociali” che tengono insieme una comunità, facendone qualcosa di più di una somma di individui mossi da pulsioni utilitarie. Ora, un aspetto cruciale della cultura civica, della possibilità di “immaginarsi come comunità” consiste nella condivisione di un passato, di eventi e storie che fondano un senso di appartenenza. In altre parole, consiste in forme di “memoria culturale” (Fabio Dei, Democrazia, valori civici e memoria culturale).
La riflessione specifica sul conflitto Mediorientale – al pari dell’analisi della partecipazione al dibattito sul tema – deve fare proprie queste categorie di analisi.
L’ipotesi di “due popoli/due Stati” riconosce che non ci sarà una soluzione fondata su un giudizio partigiano, sulla volontà di stabilire quale sia l’unica vittima di una lunga dinamica, sulla negazione dell’esistenza di una ragione e un torto, ma dalla presenza di due diritti.
Questo significa uscire da quello che è stato chiamato “il paradigma vittimario”: la competizione su chi abbia subito più persecuzioni, più torti, più cacciate, più atrocità più sofferenze, in luoghi e tempi diversi. Non è questa la strada per arrivare a compromessi accettabili tra parti che hanno vissuto entrambe dolori e tragedie.
La riflessione su quanto accade nel conflitto tra israeliani e palestinesi, deve essere sviluppata, prendendo atto che l’accentuazione dei processi di globalizzazione ha minato a più livelli la credibilità dell’ideologia multiculturalista. La retorica di un mondo in cui le differenze si intrecciano e si fecondano, elaborata dalla cultura progressista, appare superata dalla presa di posizione, non dalla ricerca di equilibri possibili.
Ne consegue l’affermarsi di orientamenti per i quali, riferendosi alla guerra, lo slogan “Dal fiume al mare” rischia di essere vincente qualunque siano le dimensioni di componenti etnico-religiose che lo propongono in ambito palestinese e che, purtroppo, trovano sull’altro fronte, nei sostenitori della “grande Israele”, una opzione ideologica analoga e contrapposta.
Come lavorare – data questa premessa – per costruire cornici che aiutino l’analisi, senza sostenere una sola parte soffocando l’altra? Come rispettare il peso di memorie particolaristiche degli antagonisti? Come interrogarci, considerando anche noi stessi e il nostro modo di pensare?
Lo scenario che abbiamo di fronte – suggerisce David Bidussa (Pensare stanca, Passato, presente e futuro dell’intellettuale, Feltrinelli, Milano, 2024) – impone un pensiero complesso, un impegno quotidiano, una creatività di idee che possano essere immediatamente percepite come visionarie, non nel senso di irrealistiche, ma di difficilissima realizzazione.
Il conflitto in corso va affrontato con chiarezza rifiutando, a cominciare dal nostro stesso Paese, schieramenti contrapposti quali si stanno sempre più manifestando.
In Italia, si tratta di aprire un serio e doveroso confronto sulla convivenza civile e democratica che non dia spazio ai sostenitori dell’islamismo radicale, legato ad Hamas; non gli permetta di diffondere la propria ideologia; non consenta l’equiparazione tra fede mussulmana e terrorismo; non accetti l’identificazione tra popolo e governo israeliani; impedisca qualunque giustificazione dell’antisemitismo in ragione della politica di Israele; che – nel rispetto dell’articolo 3 della Costituzione – non esiga dai cittadini ebrei pronunciamenti sul conflitto in atto; che ponga, a tal fine, al centro della riflessione politica la separazione tra Stato e chiese, difendendo l’idea della laicità, che sembra mancare nella disamina delle contrapposizioni in essere.
“Che esista un malessere in Italia – scriveva Angelo del Boca (Il mio Novecento, Neri Pozza, Vicenza 2008, p. 7) ripercorrendo la storia del secolo passato – è, non da oggi, un fatto sicuramente accertato”. Questo implica una parallela disamina, al di là del caso particolare, delle ragioni che hanno contrapposto in passato e contrappongono oggi nazioni, religioni, gruppi e comunità, interrogandosi sulle motivazioni degli uni, degli altri, di sé stessi.
Per comprendere le dinamiche odierne, occorre seguire le vicende della memoria culturale dell’epoca storica che vede il trionfo della forma politica degli Stati-nazione, del nazionalismo come ideologia dominante, dell’analisi della decolonizzazione postbellica come tema controverso, delle rivendicazioni di diritti civili e del riconoscimento delle diversità come oggetti di discussione. Siamo di fronte a una reale o presunta, “democratizzazione della memoria culturale”, che, in Occidente, incide sulle forme della partecipazione politica e della condivisione di idee e proposte.
Non riusciremo a ragionare seriamente sulla possibile composizione di conflitti più o meno lontani se non sapremo analizzare con severità e rigore le forme presenti e future della convivenza tra diversi gruppi e comunità, in Italia e in Europa.

