dalla Newsletter n°17 – Ottobre 2025
Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
“Non sarebbe moralmente accettabile chiedere agli israeliani di ritirarsi da tutto il territorio della precedente Palestina, ora Israele, trasformandosi in rifugiati come i palestinesi… Non può essere giusto privare un intero popolo del suo paese e del suo retaggio. Anche gli ebrei rappresentano una di quelle comunità che ho definito “sofferenti” e portano con sé l’eredita di una grande tragedia…”
Edward W. Said, (Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni, Il Saggiatore, Milano, 2007).
“Molta, troppa gente vede la guerra di cui Israele è protagonista dal 7 ottobre 2023 semplicemente come la guerra degli ebrei”, afferma Gad Lerner in apertura del recente volume nato da una discussione franca e interessante con il rabbino Riccardo Di Segni (Ebrei in guerra, Feltrinelli, Milano 2025 p.7).
Nel corso dello scambio che tocca diversi temi, c’è la sofferta partecipazione alla tragedia che ha colpito israeliani e palestinesi; un’ampia disamina del dibattito in corso; una riflessione sulle manifestazioni pubbliche e delle informazioni date sul conflitto. Entrambi condividono il dolore prodotto dalla guerra a Gaza, ma – partendo dalla connessione con il crimine che l’ha preceduta il 7 ottobre 2023 con la strage di Hamas in Israele – propongono una più ampia disamina della questione.
Emerge con chiarezza come l’indignazione per la sofferenza sia nobile, ma non possa essere la chiave per una corretta lettura dei fatti in relazione a una presa di posizione politica. Si evidenzia – in entrambe le posizioni tra loro spesso diverse – la necessità di una riflessione fondata non solo sulle emozioni, ma su un inquadramento sociale e storico più ampio. Questo appare indispensabile andando indietro nel tempo e non limitandosi solo all’area mediorientale.
Tale scelta va operata, peraltro, uscendo da una cultura civica eurocentrica che guarda la realtà come se la dinamica in atto fosse estranea al nostro Paese; avesse avuto uno sviluppo autonomo; non sia anche conseguenza delle azioni che l’Occidente ha voluto e compiuto.
Da ciò un giudizio, spesso partigiano, svolto da analisti, giornalisti e studiosi, che parte da una rappresentazione dicotomica, volta a stabilire quale sia la vittima e quale il colpevole carnefice, su una realtà nella quale si confrontano torti e ragioni, non ascrivibili esclusivamente alle due parti in causa, ma, in misura significativa a chi, in genere europeo, si erge a “giudice”.
Per comprendere le dinamiche odierne occorre, al contrario, studiare vari aspetti di un’epoca storica che ha visto il trionfo della forma politica degli Stati-nazione, il nazionalismo come ideologia dominante; la colonizzazione europea, tra Ottocento e Novecento; e la decolonizzazione postbellica; le rivendicazioni di diritti civili e del riconoscimento delle diversità.
Si tratta di aprire un serio e doveroso confronto sulla convivenza civile e democratica che non dia spazio ai sostenitori dell’islamismo radicale, legato ad Hamas; non gli permetta di diffondere la propria ideologia; non consenta l’equiparazione tra arabi e mussulmani, l’associazione tra Islam e terrorismo; non accetti l’identificazione tra popolo e governo israeliani; rifiuti slogan come quello che recita “Dal fiume al mare”, che sottende la fine di Israele, al pari delle posizioni di chi sostiene, con un’ideologia analoga contrapposta, l’idea di una “grande Israele”; denunci qualunque giustificazione dell’antisemitismo in ragione della politica di Israele; rifiuti – nel rispetto dell’articolo 3 della Costituzione – la richiesta, spesso fatta a cittadini ebrei, di un pronunciamento sul conflitto in atto; non metta in relazione Shoah e Nakba affermando che “gli ebrei fanno agli altri quello che hanno subito”.
Questa ultima trasposizione è, nei fatti, funzionale all’uso indiscriminato della nozione di genocidio – egregiamente chiarita da Marcello Flores, sia nel suo lucido volume su “Il genocidio”, (Il Mulino, Bologna, 2021), sia nel successivo “Le parole hanno una storia”, (Donzelli, Roma, 2024) – per applicarla in modo meccanico alla condotta bellica di Israele.

La nozione di genocidio – come chiarito dai ricchi contributi raccolti dopo l’approvazione della legge sul Giorno della Memoria (Saul Meghnagi (a cura di), “Memoria della Shoah”, Donzelli Roma 2010) – può essere certamente applicata in riferimento non solo agli ebrei, ma la peculiarità della Shoah è quella di un evento un evento nato e agito dall’Europa.
Per questo è importante capire che sofferenze, risentimento, se non odio reciproco sono presenti nei sentimenti più profondi di coloro che si combattono. In entrambi i casi, l’uso politico della religione – fattore certamente costitutivo ed essenziale delle diverse identità – quale riferimento per sostenere ragioni e diritti, rischia di creare barriere insensate.
Per questo chi, in Occidente, discute del Medio Oriente deve indagare su cosa il colonialismo possa avere prodotto nel mondo arabo e islamico – oggi composto da circa due miliardi di persone in Asia e in Africa e da circa sedici milioni di ebrei nel mondo – e di come in quell’area la geografia di diversi Stati sia stata definita a tavolino con conseguenze tragiche non solo nell’ambito dei rapporti tra israeliani e palestinesi.
Deve inoltre uscire dallo schema semplificato di associare la nascita di Israele alla Shoah, perché l’inizio del Sionismo è legato ai pogrom nella Russia presovietica, all’antisemitismo dell’Affare Dreyfus, alla cacciata e fine di tutto l’ebraismo del mondo islamico, fatti che hanno dato alla composizione demografica di Israele, una fisionomia polimorfa nella quale gli ebrei di origine europea sono solo una parte della popolazione.
La Palestina è, anche, degli arabi (palestinesi) e degli ebrei (israeliani)… e non hanno altro luogo in cui andare. Deve essere una terra di entrambi. La pace si realizzerà se si troveranno forme di convivenza.
Soluzione come quella di uno Stato binazionale, teoricamente ipotizzabile, pare ignorare traumi e risentimenti, dolori non sanabili in tempi brevi e tale da richiedere una soluzione diversa.
La proposta, iscritta nella formula “due popoli due Stati”, seppure complessa, appare la più ragionevole nel prefigurare un Israele che nessuno voglia distruggere e una Palestina che venga accettata, costruita e riconosciuta.

