dalla Newsletter n°15 – Agosto 2025
L’azione delle istituzioni religiose
Qui di seguito alcuni documenti unitari e le interviste a
Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana,
Dario Disegni, Presidente della Comunità Ebraica di Torino
l’Imam Idris Abd al Razzaq Bergia, Responsabile della COREIS del Piemonte.
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Quest’estate diverse istituzioni religiose hanno espresso documenti unitari importanti volti a superare letture e comportamenti polarizzanti e faziosi, per dimostrare la possibilità di un dialogo onesto e produttivo:
il 23 luglio è stata infatti diffusa la dichiarazione congiunta “Fermi Tutti” dell’Arcivescovo di Bologna, Card. Matteo Zuppi, e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz
il 24 luglio la COREIS ha inviato la lettera di sostegno “Incontriamoci tutti”, rivolta anche alla CEI, all’UCEI, all’Assemblea Rabbinica Italiana, all’Arcivescovo di Milano e alla Senatrice Liliana Segre
il 4 agosto il “Tavolo della Speranza”, costituito a Torino da rappresentanti cristiani, ebrei, musulmani e laici, ha sottoscritto un testo unitario
il 29 agosto è stato promosso l’Appello alle Istituzioni Italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia, siglato da
CEI Conferenza Episcopale Italiana
CICDI Centro Islamico Culturale d’Italia
COREIS Comunità Religiosa Islamica Italiana
UCEI Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
UCOII Unione delle Comunità Islamiche d’Italia
Le loro riflessioni ci possono aiutare a comprendere come il dialogo interreligioso non sia solo un ideale, ma una via concreta per costruire una società più giusta, inclusiva e solidale, a partire da casa nostra.

RELIGIONI PER LA PACE
Intervista al Cardinale Matteo Zuppi
Alessio Aringoli, Victor Magiar

Cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna,
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Gentile Cardinale, lo scorso 23 luglio, insieme al presidente della Comunità Ebraica di Bologna Daniele De Paz, lei ha firmato un’importante lettera-appello intitolato “Fermi tutti” per chiedere la fine della guerra a Gaza: ci vuole spiegare il perchè di quest’iniziativa?
Perché la violenza che sta attraversando la Terra Santa in maniera mai così continuativa non ha nessuno sbocco politico indicato.
Se serve cercare di finire con la violenza si cerca, dopo quasi due anni di intervento, una soluzione politica. Quando si vincono le guerre? Questa è una guerra? Qual è la vittoria? Non possiamo mai perdere l’umanità! Il terrorismo si sconfigge con una guerra classica? Qual è il prezzo?
La situazione spinge spesso le religioni a dividersi o a restare silenti e quindi facilmente a venire usate, come spesso avveniva in passato. Siamo eredi di anni di dialogo e di dichiarazioni, che, pur con sensibilità chiaramente diverse, debbono portare ad una posizione comune e a itinerari di pacificazione. Per questo la dichiarazione “Fermi tutti”, rivolta agli attori, pensava anzitutto a salvare la vita di innocenti. “Rinnoviamo il nostro impegno per la pace, che non è solo assenza di guerra, ma costruzione attiva di giustizia, riconciliazione e rispetto reciproco. Che i nostri gesti e le nostre parole siano semi di speranza in un terreno tanto provato dal dolore. Ognuno di noi, nel proprio ambito, può e deve fare la propria parte. Invitiamo tutti a pregare e a lavorare affinché la speranza possa prevalere sull’odio, e affinché un futuro di pace e di giustizia possa finalmente giungere per il popolo israeliano e per il popolo palestinese”.
È un sogno o l’unico futuro possibile? Non dobbiamo imparare a capire e conoscere il dolore dell’altro e soprattutto fermarci di fronte a questo?
Dopo il 7 Ottobre, lei affermò che Hamas era il peggior nemico del popolo palestinese, una dichiarazione lucida e importante.
Crede che tra i cattolici ci sia una consapevolezza diffusa che, oltre alla condanna della guerra di Gaza e delle scelte del governo Netanyahu, si debba affiancare una condanna almeno altrettanto forte di chi dall’altra parte non vuole la pace e sostiene l’obiettivo della distruzione dello Stato di Israele?
Quando si combatte le posizioni si estremizzano ulteriormente e non si trovano vie di uscita. Credo che la condanna della violenza di Hamas è stata senza incertezze da parte della Chiesa cattolica. E soprattutto che andava condannato senza incertezze ogni forma di antisemitismo. Nella dichiarazione che è uscita il 29 agosto a firma dell’UCEI, dell’UCOII e della COREIS, oltre che mia, abbiamo insistito sulla necessità di combattere il germe dell’odio. E questo si nutre spesso del linguaggio, della polarizzazione che “induce a schierarsi l’uno contro l’altro, ma mai a favore del Bene, fomentando alternativamente antisemitismo e islamofobia o rianimando le inveterate avversioni al cristianesimo cattolico e alle religioni in generale, anziché collaborare insieme per una vera Pace”.
L’odio e la violenza non hanno e non devono avere mai alcuna legittimità. Non possiamo accettare che il 7 ottobre significhi credere che tutti gli abitanti di Gaza ne siano gli autori o comunque complici, così come è sbagliato credere che tutti i cittadini di Israele siano responsabili di quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Fermatevi tutti deve servire non solo alla liberazione degli ostaggi, ma ad interrompere questa tragica e geometrica pressione militare perché solo così si possono verificare le condizioni per un reale disarmo da parte di tutti.
L’antisemitismo è sempre più in crescita, i segnali preoccupanti si moltiplicano. La guerra sembra aver “slatentizzato” antichi demoni mai del tutto sopiti. Tornano in campo stereotipi, luoghi comuni e rappresentazioni tipiche del vecchio antigiudaismo: si torna a parlare di un Dio del “Vecchio” Testamento dal volto duro e vendicativo, contrapposto al Dio del Nuovo Testamento e alcuni noti teologi fanno affermazioni che sconcertano molti. In che modo la Chiesa si sta attrezzando a contrastare queste spinte, che vanno di fatto contro il cammino iniziato dal Concilio vaticano II con la Dichiarazione Nostra Aetate?
L’antisemitismo purtroppo resta una velenosa pianta che non va mai sottostimata anche perché, se vogliamo incredibilmente, riappare. Non dobbiamo però compiere l’errore di credere che la discussione, la diversità di opinioni, ad esempio, sulle scelte del governo di Israele siano anche lontanamente sospettate di antisemitismo. Assolutamente no, certamente da parte della Chiesa.
Ed è un errore pensarlo, perché non fa combattere il vero antisemitismo che purtroppo, dalla polarizzazione, trae solo motivi di crescita che devono preoccuparci e vedere la nostra amicizia e fraternità crescere, non diminuire. L’anniversario della Nostra Aetate deve permettere la consapevolezza del cammino percorso ma anche della necessità di continuare a rafforzare i legami di amicizia e di consapevole collaborazione. Il nostro legame con i fratelli ebrei è sostanziale e, nonostante alcune difficoltà, sono sicuro che è tale da uscirne rinsaldato.
Tra le posizioni di una larga parte degli evangelicals americani (vicini alla visione di Netanyahu quando non a quelle di Ben Gvir e di Smotrich) e a quelle di segno opposto di molte chiese arabe (spesso molto ostili verso Israele e traboccanti di pregiudizi), a suo avviso, la Chiesa Cattolica finora si è confrontata a sufficienza e in modo abbastanza profondo sul significato che per la Chiesa riveste l’esistenza e il diritto all’esistenza dello Stato di Israele?
La Chiesa cattolica ha una posizione molto ferma, da sempre, nel difendere i diritti del popolo palestinese e nel difendere quelli di Israele, non il contrario! Le posizioni estremiste, confuse, sono purtroppo speculari e non aiutano.
La recente conferenza di New York – con la storica dichiarazione di tutti i Paesi membri della Lega Araba finalmente unanime nella condanna del 7 Ottobre e nella richiesta di disarmo di Hamas – sembra costituire un passaggio importante per il rilancio del dialogo tra Israele e il mondo arabo. La Chiesa come vede il percorso dei cosiddetti Accordi di Abramo e come pensa che possa essere utile alla soluzione dei Due Popoli Due Stati?
Molto importanti, come tutto quello che permette la convivenza, pensarsi Fratelli Tutti, difendere la casa comune, cercare la fine del conflitto, dell’annullamento dell’altro, dell’irrisione delle decisioni internazionali. Purtroppo siamo nel tempo della violenza e dell’odio. Non bisogna forse imporre il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi, il disarmo ma contemporaneamente una soluzione politica al conflitto? Tutto quello che va nella direzione del riconoscimento dell’altro è sempre nella direzione della pace.
Sappiamo che la pace è un valore che accumuna ebrei, cristiani e mussulmani. Cosa possono fare le religioni per favorire una cultura e percorsi reali di pace e di fratellanza sia in Medio Oriente, tra palestinesi e israeliani, che qui in Europa e, innanzitutto, in Italia?
Le religioni possono e debbono fare molto. Possiamo accettare noi credenti nell’unico Dio di Abramo una violenza che uccide l’altro? Possiamo rispettare le sensibilità, le emozioni, gli schieramenti che purtroppo possono anche ridurre gli spazi di dialogo? Proprio per questo gli incontri per la pace non sono affatto per anime belle o non producono appelli generici, perché in realtà possono, se presi sul serio, essere molto precisi e aprire spazi nuovi di composizione dei conflitti. Ma bisogna che i responsabili delle Comunità si intendano tra loro e debbono crederci e avere il sostegno della Comunità internazionale.

RELIGIONI PER LA PACE
Intervista al presidente Dario Disegni
Ludovica De Benedetti

Dario Disegni è il Presidente
della Comunità Ebraica di Torino
Come è nata l’idea del “Tavolo della Speranza” e quali sono, secondo Lei, i suoi obiettivi principali?
Il documento che ha dato origine al “Tavolo della Speranza” è nato all’interno del Coordinamento Interconfessionale, che, insieme al Comitato per i Diritti Umani del Consiglio Regionale del Piemonte, riunisce i rappresentanti laici e religiosi delle diverse confessioni presenti in città, uniti nell’obiettivo di creare occasioni di dialogo e di amichevole confronto sulle ragioni alla base dei sanguinosi conflitti e di ricercare insieme le vie per giungere a una soluzione giusta e duratura dei medesimi, nel rispetto dei diritti di tutti i popoli coinvolti.
In un momento di forte tensione legato alla guerra in Medio Oriente, quale valore concreto può avere il dialogo tra comunità religiose?
Io credo che questa iniziativa trasmetta un messaggio di grande valore civile e morale, ribadendo che le confessioni religiose, in una città che ha una grande tradizione di amicizia e collaborazione interconfessionale, condividono tutte l’aspirazione alla pace e intendono adoperarsi per superare contrapposizioni e agire in sintonia per esprimere e diffondere nella società questo anelito.
Quali ostacoli ha incontrato o prevede di incontrare nel portare avanti questa iniziativa?
Devo dire che il dibattito che si è sviluppato per giungere alla redazione di un documento condiviso non ha incontrato particolari difficoltà, consentendo di superare abbastanza rapidamente le osservazioni mosse inizialmente dai diversi partecipanti al Tavolo, tutti interessati alla sottoscrizione e alla trasmissione di un documento unitario. Piuttosto ci saremmo aspettati una più ampia eco negli organi di informazione, che finora hanno dato, con poche lodevoli eccezioni, scarso risalto all’iniziativa.
Il dibattito pubblico legato al conflitto ha assunto posizioni sempre più manichee e di parte e sono aumentati episodi di antisemitismo e islamofobia. Come pensa si possano disinnescare questa violenza e questi pregiudizi?
Il dibattito pubblico legato al conflitto ha effettivamente assunto posizioni sempre più radicali in una situazione estremamente preoccupante, nella quale la ragionevolezza e la disponibilità a riflettere pacatamente sulle ragioni di tutte le parti in conflitto è praticamente scomparsa.
Stiamo così assistendo sgomenti e fortemente inquieti a una crescita esponenziale di un antisemitismo mai scomparso e ora completamente sdoganato, che non fa alcuna distinzione tra l’operato del Governo israeliano, la realtà democratica e il dibattito serrato all’interno dello Stato di Israele, le Comunità ebraiche della Diaspora e i singoli ebrei, tutti accomunati dalla folle accusa di complicità nel presunto “genocidio” del popolo palestinese e oggetto di pesanti discriminazioni e violenti attacchi sui social e in taluni casi anche di aggressioni fisiche. Anche l’islamofobia, che pure non ha raggiunto i picchi registrati dall’odio antiebraico, è un fenomeno da osservare con attenzione e contrastare.
Quali sono i prossimi passi e gli obiettivi a medio termine dell’iniziativa?
I prossimi passi vedranno un rigoroso approfondimento all’interno del Tavolo delle ragioni storiche alla base del conflitto tra israeliani e palestinesi, per superare i pregiudizi sui quali si fonda la narrazione di questo dramma e che sono la causa principale della crescita di antisemitismo e islamofobia. Nel medio termine il Tavolo intende, con il medesimo approccio metodologico, rivolgere la sua attenzione ad altri conflitti, non meno traumatici, ai quali la nostra società e gli organi di informazione prestano scarsissima, se non nulla, attenzione.
Se potesse rivolgere un messaggio a chi, anche a Torino, vive il conflitto con rabbia o diffidenza verso “l’altro”, cosa direbbe?
Di abbandonare una vis polemica dettata da impulsi emotivi e da una narrazione a senso unico del conflitto, che porta ad atteggiamenti connotati da pericolosissima intolleranza, e di ricercare viceversa il confronto e il dialogo con “l’altro” per lavorare insieme in un percorso che possa avvicinare le parti in conflitto verso una prospettiva di una pace giusta e duratura per tutti.

RELIGIONI PER LA PACE
Intervista all’Imam Idris Abd al Razzaq Bergia
Ludovica De Benedetti

L’Imam Idris Abd al Razzaq Bergia è il
Responsabile della COREIS del Piemonte
Come è nata l’idea del “Tavolo della Speranza” e quali sono, secondo Lei, i suoi obiettivi principali?
La Speranza è una virtù ben presente nelle dottrine dei credenti ebrei e musulmani e la Pace è una meta altrettanto ricercata nella vita religiosa dei cittadini ebrei e musulmani a Torino e nel mondo. Come COREIS Comunità Religiosa Islamica Italiana abbiamo costruito e sviluppato decenni di collaborazione fraterna con la Comunità Ebraica di Torino, il Presidente Disegni e i rabbini Somekh, Birnbaum, Di Porto e Finzi.
In questi due anni dal 7 ottobre 2023 episodi di odio, antisemitismo e disaccordo tra ebrei e musulmani a Torino sono cresciuti e hanno influenzato la confusione e la diffidenza tra i cittadini torinesi. La prolungata tragedia della guerra a Gaza sta alimentando disperazione. Grazie al Vicepresidente del Comitato Diritti Umani e Civili della Regione Piemonte Giampiero Leo e agli amici Amir Younes e Younis Tawfik abbiamo promosso insieme un tavolo di confronto aperto a credenti e laici. Spero che l’arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole, e il sindaco Stefano Lo Russo possano sostenere questa iniziativa come modello di fratellanza e speranza e promuovere insieme iniziative interreligiose e culturali a Torino.
In un momento di forte tensione legato alla guerra in Medio Oriente, quale valore concreto può avere il dialogo tra comunità religiose?
“Concreto”… si pensa erroneamente che l’azione religiosa non sia “concreta”, è falso! In tempi di pace e di guerra, l’azione responsabile dei credenti insieme ha sempre protetto la vita e il patrimonio intellettuale e rituale delle comunità di fede come valore aggiunto della società. Dobbiamo arginare la tentazione che la condizione drammatica dei credenti e dei cittadini palestinesi e israeliani colpiti dal terrorismo e dal conflitto in Medio Oriente possa ripercuotersi in una barbarie fratricida e in una “caccia alle streghe” in Piemonte.
L’impegno della COREIS insieme alla Comunità Ebraica di Torino è proprio quello di continuare, aggiornare e sviluppare l’unità nelle differenze di religione e di cultura tramite una educazione costruttiva al dialogo come antidoto all’odio e alle contrapposizioni aggressive e sommarie, almeno a Torino e in Europa! Per questo, ho accettato l’invito di presenziare, come ogni anno, nella sinagoga di Torino, alla Giornata Europea della Cultura Ebraica a settembre. È una testimonianza “concreta”, coerente e coraggiosa, di vicinanza spirituale e civile che può avere una significativa ricaduta di senso per la cittadinanza torinese.
Quali ostacoli ha incontrato o prevede di incontrare nel portare avanti questa iniziativa?
Il primo ostacolo è il disfattismo dei campioni della non speranza. I pavidi che sanno solo criticare oppure si avventurano in iniziative eroiche di protezionismo e boicottaggio commerciale o in campagne social di denigrazione del prossimo o di vittimismo di sé stessi. Il secondo ostacolo è, da sempre, quello della pigrizia intellettuale di chi fa una scelta di comodo semplificando le analisi per coltivare la propria sentenza e ignoranza, l’indifferenza e il “quieto vivere”. Infine, c’è il cancro interno di una minoranza ben organizzata di individui che, da tutte le parti, fanno la propaganda dell’arroganza e sono ossessionati dai cavilli e dai superpoteri solo come copertura alla loro tecnica di ostacolare ogni processo di crescita e di pace tra i popoli.
Il dibattito pubblico legato al conflitto ha assunto posizioni sempre più manichee e di parte e sono aumentati episodi di islamofobia e antisemitismo. Come pensa si possano disinnescare questa violenza e questi pregiudizi?
Dando fiducia ai promotori del Tavolo della Speranza! E studiando insieme azioni pubbliche di prevenzione della violenza e di ribaltamento degli stereotipi. La COREIS a Torino parteciperà ad una serie di manifestazioni culturali e di formazione promosse dalla ISA Academy (https://www.accademiaisa.it) al Polo del Novecento e, per Torino Spiritualità, al Circolo dei lettori con la bravissima prof.ssa Sonia Brunetti Luzzati. Cerchiamo insieme di alimentare posizioni di saggezza, distanti da ogni faziosità ideologica e da ogni strumentalizzazione del manicheismo! Occorre intendersi su chi sono i partner, quali sono gli obiettivi e come operare insieme per bene. La lotta all’antisemitismo e all’odio e alla violenza contro i musulmani deve essere costruita insieme ma richiede anche una attenzione nella verifica degli interlocutori giusti che possano non soltanto essere affidabili (senza gli opportunisti di turno!) ma anche consapevoli e competenti sulla chiarezza delle regole e dei contenuti nel dialogo e sulle forze di dissuasione interne ed esterne (evitando alcune deleterie improvvisazioni soggettive, folcloristiche e sentimentali!).
Quali sono i prossimi passi e gli obiettivi a medio termine dell’iniziativa?
La COREIS vuole cercare di coinvolgere alcuni dirigenti e giovani di alcune moschee e associazioni musulmane di Torino. Nel mese di ottobre organizziamo due incontri sul tema del vuoto e del pieno, si potrebbe studiare anche un confronto con altri giovani cristiani ed ebrei sul senso di solitudine e solidarietà, identità comunitaria e cittadinanza attiva oppure sul tema del rapporto tra democrazia e pluralismo religioso a Torino coinvolgendo le amministrazioni locali e il Comitato Interfedi. Le idee e le occasioni non mancano, è urgente il coinvolgimento di tutta la società civile e delle Istituzioni per rendere sostenibile e attuabile questa speranza! Spero in un incontro del Tavolo della Speranza con l’arcivescovo Repole.
Se potesse rivolgere un messaggio a chi, anche a Torino, vive il conflitto con rabbia o diffidenza verso “l’altro”, cosa direbbe?
La rabbia e la diffidenza non hanno mai portato niente di buono o di vero. Disarmiamo il terrorismo, “cessate il fuoco e liberate gli ostaggi”. Rispettiamo i popoli e la sacralità della vita. Riconosciamo, senza confusioni o discriminazioni, senza ricatti o baratti, le giurisdizioni nazionali e le identità culturali, la sicurezza e la dignità di ogni singola persona, famiglia e comunità. Torniamo al ricordo di Dio e alla pietà spirituale, in un’autentica fratellanza tra persone serie e semplici che sappiano realizzare la prospettiva di una civiltà intelligente e sensibile, uomini e donne che si richiamano alla pratica del bene e dell’onestà!

RELIGIONI PER LA PACE
Il testo della dichiarazione di Bologna “Fermi tutti”
Bologna 23 luglio 2025
Noi, rappresentanti delle comunità cristiana ed ebraica a Bologna, figli dell’Unico Dio pacifico e misericordioso, riconoscendoci Fratelli tutti, uniamo la nostra voce consapevoli della gravità dell’ora presente e della responsabilità morale che ci unisce come credenti e come cittadini.
Di fronte alla devastazione della guerra nella Striscia di Gaza diciamo con una sola voce: fermi tutti. Tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli affamati e siano garantite cure ai feriti. Si permettano corridoi umanitari. Si cessi l’occupazione di terre destinate ad altri. Si torni alla via del dialogo, unica alternativa alla distruzione. Si condanni la violenza.
Ci uniamo al grido dell’umanità ferita che non vuole e non può abituarsi all’orrore della violenza: basta guerra. È il grido dei palestinesi e degli israeliani e di quanti continuano a credere nella pace, coscienti che questa può arrivare solo nell’incontro e nella fiducia, che il diritto può garantire nonostante tutto. Come ricorda il Salmo: «Cercate la pace e perseguitela» (Sal 34,15). E come insegna la sapienza antica: «Chi salva una vita, salva il mondo intero». Ma è tragicamente vero il contrario: chi uccide un uomo uccide il mondo intero.
Condanniamo ogni atto terroristico che colpisce civili inermi. Nessuna causa può giustificare il massacro di innocenti. Troppi bambini sono morti. Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi.
Rigettiamo ogni forma di antisemitismo, islamofobia o cristianofobia che strumentalizza il dolore e semina solo ulteriore odio. Chiediamo alle istituzioni italiane e internazionali coraggio e lucidità perché aprano spazi di incontro e aiutino in tutti i modi vie coraggiose di pace. Il dolore unisca, non divida. Il dolore non provochi altro dolore. Dialogo non è debolezza, ma forza. La pace è sempre possibile. E comincia da qui, da noi. Fermi tutti!
Bologna, 23 luglio 2025
Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna
Daniele De Paz, Presidente della Comunità Ebraica di Bologna

RELIGIONI PER LA PACE
Il testo del “Tavolo della Speranza” di Torino
Torino 4 agosto 2025
I membri delle confessioni religiose alle quali appartengono le popolazioni coinvolte nella tragedia in corso a Gaza e, con loro, i membri di altre tradizioni spirituali, si stanno impegnando ovunque e strenuamente per costruire dialogo là dove oggi sembra infuriare solamente l’affermazione delle rispettive posizioni.
Così accade anche a Torino, dove si è costituito domenica 20 luglio il “Tavolo della Speranza” animato da esponenti religiosi e laici di diverse realtà a cominciare da quelle direttamente coinvolte nel conflitto in corso.
Incoraggiati da chi vive sul campo il dramma della morte e della violenza, i partecipanti a questa iniziativa ritengono che gli incontri fra le confessioni religiose possano e debbano costituire un segnale, dalla base della nostra società, con il fine di invocare la fine delle azioni militari e sottolineare la necessità di raggiungere, al più presto, una pace giusta per l’intero Medio Oriente.
Non si può, infatti, non condannare l’immensa catastrofe umanitaria che il conflitto nella striscia di Gaza sta provocando, con migliaia di palestinesi al limite della sopravvivenza a causa della carestia, auspicando che acqua, cibo e medicinali raggiungano direttamente la popolazione civile al più presto.
D’altro canto, non si può non condannare il rifiuto di Hamas a restituire alle loro famiglie i 50 ostaggi ancora nelle loro mani in buie prigioni sotterranee da quasi due anni. Tutto questo non è umanamente accettabile.
La dichiarazione congiunta dell’Arcivescovo Card. Matteo Zuppi e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz, “Sulla guerra a Gaza e sulla responsabilità comune per la pace”, recentemente presentata all’opinione pubblica, è una conferma che l’impegno a costruire, anche a distanza, convergenze nell’analisi di quanto accade alle quali seguano proposte per dare una concreta soluzione al conflitto, sia la strada da percorrere. La coscienza dei credenti, indipendentemente dalla fede di appartenenza, non può non essere fortemente turbata dalle notizie provenienti dal teatro di guerra e l’impegno personale nella preghiera e nel dialogo è l’unico modo per liberarsi dal senso di impotenza che, per ammissione dello stesso Papa Leone XIV, sta attanagliando chi invoca la tregua e l’accordo.
L’appuntamento torinese del 20 luglio vuole essere il primo di una serie di incontri atti ad approfondire la conoscenza dei motivi storici alla base dei problemi che affliggono i popoli di Israele e di Palestina ed a costruire un percorso comune che consenta di affrontare le gravi ripercussioni nella nostra società dove sembra che si facciano strada, sempre più prepotentemente, sentimenti di antisemitismo ed islamofobia.
Consideriamo infatti che, mentre devono proseguire le pressioni sulla politica e sulla diplomazia per dare soluzioni nell’immediato, sia contemporaneamente necessario disinnescare i pregiudizi che stanno alla base degli atteggiamenti di conflitto, per sperare che il “cessate il fuoco” duri oltre il tempo della cronaca. “Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi” affermano il cardinale Zuppi e il Presidente De Paz.
Intendiamo, infine, ricordare che oggi nel mondo vi sono 57 conflitti “principali” che purtroppo, come a Gaza, coinvolgono anche i civili. Donne e bambini spesso utilizzati come soldati o scudi umani.
Queste considerazioni sono alla base della decisione di costituire il “Tavolo della Speranza” di Torino i cui partecipanti, sia religiosi che laici, hanno deciso di assumersi – naturalmente insieme a tutti coloro che si stanno già impegnando o che decideranno di impegnarsi in un lavoro comune – la responsabilità di superare le contrapposizioni storiche andando alla radice del messaggio salvifico delle rispettive fedi in una città che vanta una lunga tradizione, culturale ed istituzionale, di promozione del dialogo interreligioso come mezzo imprescindibile per la realizzazione di una società giusta ed inclusiva.
Torino 4 agosto 2025
Amir Younes – Presidente Centro Islamico “Dar Al Iman”
Ariel Finzi – Rabbino Capo Comunità Ebraica di Torino
Dario Disegni – Presidente Comunità Ebraica di Torino
Hajraoui Mustapha – Presidente Confederazione Islamica Italiana
Idris Abd al Razzaq Bergia – Responsabile Comunità Religiosa Islamica Italiana (COREIS) Regione Piemonte
Don Augusto Negri – Presidente Centro Studi Peirone
Paolo Girola – Vicepresidente Centro Studi Peirone
Piero Maglioli – Membro Centro Studi Peirone
Younis Tawfik – Presidente Centro culturale Italo-Arabo Dar al Hikma
Raffaele Lantone – Rappresentante Studenti Cattolici ’Università di Torino
Giampiero Leo – Vicepresidente Comitato Diritti Umani e Civili Regione Piemonte, Portavoce Coord. Interconfessionale “Noi siamo con Voi”
Valentino Castellani – Presidente Comitato Interfedi della Città di Torino
Walter Nuzzo – Comitato Diritti Umani e Civili Regione Piemonte, Coordinamento Interconfessionale “Noi siamo con Voi”
Antonio Rocco Labanca – Giornalista, Coordinamento Interconfessionale “Noi Siamo con Voi”

RELIGIONI PER LA PACE
Il testo dell’Appello alle Istituzioni Italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia
Roma 29 agosto 2025
Questo appello nasce dalla convinzione dell’improrogabile necessità di favorire qualsiasi iniziativa di incontro per arginare l’odio, salvaguardare la convivenza, purificare il linguaggio e tessere la pace. Responsabilità di singoli e di soggetti collettivi!
È un appello che esprime il tanto che unisce, messo a dura prova da quanto sta accadendo, ma nella certezza che il dialogo deve trovare le soluzioni a quanto umilia le nostre fedi e resistere. Ciascuno di noi – primi firmatari – avrebbe certamente qualcosa da aggiungere per esprimere il dolore che proviene dalle rispettive comunità, nelle quali vi sono posizioni e convinzioni diverse, così come aspettative rispetto a determinati fatti e scelte. L’appello è aperto a quanti condividono questa preoccupazione unitaria che genera responsabilità comune, mettendo da parte, in questo documento, quanto divide, per rafforzare ciò che ci unisce, nello sforzo comune di capire il dolore e le ragioni dell’altro, generando un impegno rinnovato per trovare soluzioni giuste e durature per tutti. In modo particolare, l’appello è aperto al “Tavolo delle religioni” che da tre anni si trova presso la sede della CEI nell’intento di cercare una “Via italiana del dialogo interreligioso”.
“Sta lontano dal male e fa il bene, cerca e persegui la pace”. (Salmo 34, 15)
“Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto”. (Rm 12,15)
“Abbiamo prescritto ai figli di Israele che chiunque ucciderà una persona è come se avesse ucciso l’intera umanità, e chiunque avrà dato la vita a una persona sarà come se avesse dato la vita all’intera umanità. Sono giunti loro i Nostri inviati con le prove chiare eppure molti di loro, pur dopo questo, sono stati intemperanti sulla terra”. (Corano, V: 32
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La coscienza dei tempi oscuri che stiamo attraversando e del potere di illusione che soffia anche sulla tragedia in corso in Medio Oriente, ci richiama, come leader di comunità religiose, come credenti e come cittadini, a denunciare l’insinuarsi di pericolose generalizzazioni e dannose confusioni tra identità politiche, nazionali e religiose e ci spinge a richiamare alla cautela nello scambio di informazioni e alla pacatezza nei toni e nelle azioni.
L’abuso della religione per la sopraffazione altrui ci costringe ad assistere a una polarizzazione che si nutre di un fanatismo travestito da servizio verso il nostro comune Dio e il bene dei fedeli, assecondando una falsa giustizia superiore e nascondendosi dietro una finta fratellanza.
Il giustizialismo populista, una folle prospettiva suprematista e la mediatizzazione di un vittimismo sordo alle ragioni della responsabilità ci obbligano a denunciare una strumentalizzazione anche della politica: si tratta di un male che si nasconde dietro il paravento della “maggior ingiustizia dell’altro”, e che mira solo a rendere tutte le parti in gioco pedine inconsapevoli della distruzione del mondo ricostruito e ricostituito nel secondo dopoguerra.
Dobbiamo denunciare la nefandezza di una propaganda che, sfruttando ingenuità e visceralità, ottenebra un discernimento sano e banalizza il senso profondo della nostra stessa umanità, inducendo a schierarsi l’uno contro l’altro, ma mai a favore del Bene, fomentando alternativamente antisemitismo e islamofobia o rianimando le inveterate avversioni al cristianesimo cattolico e alle religioni in generale, anziché collaborare insieme per una vera Pace. Condividere originalità, curiosità per i significati dei nostri testi sacri, con studio e conoscenza, e difendere da ogni abuso e distorta interpretazione, che allontanano verso derive dell’odio, pregiudizio e violenza altrui.
L’odio e la violenza non hanno mai alcuna legittimità, portano solo alla diffusione della crudeltà di chi cura ambiguamente interessi paralleli volgarizzando e corrompendo le interpretazioni e la natura autentica dei testi sacri per benedire l’uso delle armi e organizzare la morte dell’altro. “Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi”
Il dovere di lavorare per una responsabile convivenza ci richiama come religiosi alla necessità di promuovere coesione sociale sulla base di valori condivisi, a fronte della grande costernazione che ci suscita il dolore degli altri.
Bisogna ripartire dalla testimonianza della sacralità della vita e dalla santità della terra come doni di Dio che nessuno possiede in esclusiva a discapito dell’altro. Questo patrimonio va custodito insieme come occasione per riconoscere la dinamica della scienza sacra, la fratellanza autentica e la vera Pace nella vittoria dello Spirito sulla tragica ostinazione al male.
“Incontriamoci tutti!”, incontriamoci subito – almeno in Italia – vescovi, rabbini e imam, dalle varie regioni. Un incontro semplice, diretto, non convenzionale né confessionale, per testimoniare insieme una responsabilità comune. Una responsabilità che sappia trasmettere il messaggio autentico di pace, speranza, carità, fratellanza e giustizia dei discendenti di Abramo anche attraverso soluzioni concrete: auspichiamo che, sulla scia di questo messaggio, le nostre comunità religiose possano promuovere attività locali e nazionali, culturali e formative, con l’attivo coinvolgimento delle Istituzioni nazionali e delle amministrazioni comunali.
Dobbiamo assieme riconoscere quel germe di odio che pianifica anche qui la devastazione e l’abuso di spazi reali e ideali. Lo sviluppo del nostro Paese si è affermato grazie ai ponti tra comunità antiche e di nuova immigrazione che siamo chiamati a difendere attraverso la prova della convivenza e il rigetto del nemico inventato. Poter credere che esiste un domani libero verso il quale alzare lo sguardo e impegnarsi assieme.
Come segno di speranza, in queste settimane, in alcune città italiane, religiosi ebrei, cristiani e musulmani hanno già trovato l’ispirazione e il coraggio per incontrarsi e confrontarsi, nella preghiera e nella fede certa che la Giustizia divina non si riveste delle barbarie cui l’umanità sembra oggi essersi assuefatta nella “normalizzazione del male”.
Il 23 luglio è stata infatti diffusa la dichiarazione congiunta “Fermi Tutti” dell’Arcivescovo di Bologna, Card. Matteo Zuppi, e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz, “Sulla guerra a Gaza e sulla responsabilità comune per la pace”. Un appello ai credenti e ai cittadini a unire le proprie voci per reagire alla guerra in corso dentro la striscia di Gaza e gli attacchi su Israele: “Tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli affamati e siano garantite cure ai feriti”.
L’appello di Bologna ha avuto un precedente e un seguito significativi:
la Marcia per la Pace del 5 dicembre 2023 a Bologna, guidata dal Card. Matteo Zuppi, dal Presidente della Comunità Ebraica, Daniele De Paz, e dal Presidente dell’UCOII, Yassine Lafram, con la partecipazione di centinaia di cittadini;
il 24 luglio la COREIS Italiana ha aderito all’appello inviando la lettera di sostegno “Incontriamoci tutti”, rivolta anche alla CEI, all’UCEI, all’Assemblea Rabbinica Italiana, all’Arcivescovo di Milano e alla Senatrice Liliana Segre;
il 4 agosto anche il “Tavolo della Speranza”, costituito a Torino da rappresentanti cristiani, ebrei, musulmani e laici, ha sostenuto pubblicamente l’appello. “La coscienza dei credenti, indipendentemente dalla fede di appartenenza, non può non essere fortemente turbata dalle notizie provenienti dal teatro di guerra e l’impegno personale nella preghiera e nel dialogo è l’unico modo per liberarsi dal senso di impotenza che, per ammissione dello stesso Papa Leone XIV, sta attanagliando chi invoca la tregua e l’accordo”.
Siamo grati per queste testimonianze di una reazione e di un coordinamento da parte di diversi esponenti interreligiosi che vogliono ora, con questa dichiarazione nazionale, promuovere una chiarezza di intenzioni, di metodo e linguaggio, di contenuti e di finalità, per giungere alla vera pace e, soprattutto, in nome della nostra comune responsabilità, a preservare l’autentica dignità di ogni comunità religiosa e di ogni essere umano.
Roma, 29 agosto 2025
Noemi Di Segni – Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI)
Yassine Lafram – Presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII)
Abu Bakr Moretta – Presidente del Comunità Religiosa Islamica Italiana (COREIS)
Naim Nasrollah – Presidente della Moschea di Roma
Imam Yahya Pallavicini – Comunità Religiosa Islamica Italiana (COREIS)
Cardinale Matteo Maria Zuppi – Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI)
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