dalla Newsletter n°15 – Agosto 2025
Questa estate ha avuto inizio una forte azione diplomatica che, a partire dalla Francia, ha progressivamente coinvolto altre democrazie occidentali e volta a sancire, nel mese di settembre, un riconoscimento dello Stato di Palestina, seppure “condizionato” e simbolico, con lo scopo non tanto velato di creare un contenimento all’azione del governo guidato da Netanyahu.
Anche nel nostro Paese, in realtà già da molti mesi, diverse forze politiche e diverse personalità hanno sostenuto la necessità di un immediato riconoscimento dello Stato di Palestina, non ponendo particolari condizioni. In questo solco va considerata anche la lettera sottoscritta da 40 ex ambasciatori e diplomatici italiani e inviata alla premier Giorgia Meloni.
Altri opinionisti o diplomatici hanno invece espresso l’opinione che tale riconoscimento non andrebbe fatto subito, perché rischierebbe di privare la comunità internazionale di un importante strumento negoziale.
Per raccogliere qui un valido ventaglio di opinioni ci siamo rivolti a Piero Fassino e a due ex diplomatici, l’ambasciatore Maurizio Melani e l’ambasciatore Giampiero Massolo
*****
Riconoscimento dello Stato di Palestina
SI, MA NON ORA
intervista a Giampiero Massolo
Victor Magiar

Giampiero Massolo, presidente di Mundys, è stato Segretario Generale del MAECI (Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale), direttore del DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Presidenza del Consiglio), presidente dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale
Gentile ambasciatore, questa estate ha avuto inizio una forte azione diplomatica che, a partire dalla Francia, ha progressivamente coinvolto altre democrazie occidentali e volta a sancire, nel mese di settembre, un riconoscimento dello Stato di Palestina, seppure “condizionato” e simbolico, con lo scopo non tanto velato di creare un contenimento all’azione del governo guidato da Netanyahu.
Lei ha espresso l’opinione che tale riconoscimento non andrebbe fatto subito, perché rischierebbe di privare la comunità internazionale di un importante strumento negoziale. Potremmo dire, semplificando, che lei considera controproducente un riconoscimento dello Stato di Palestina con il conflitto ancora in corso? O crede che il tema “Hamas” sia il nocciolo duro di tutta la vicenda?
Non dico che un riconoscimento dello Stato palestinese con il conflitto in corso sia un fatto controproducente, ma si limiterebbe a segnare un punto politico, a marcare una “posizione di principio”.
Questa posizione di principio si può marcare politicamente anche senza procedere oggi al riconoscimento essendo appunto questo possibile e auspicabile nell’ambito della definizione di una soluzione più complessiva che oggi purtroppo non pare in vista.
Il nodo di Hamas è evidentemente il nocciolo di tutta la faccenda perché, intendiamoci, non c’è alcuna soluzione possibile in Medio Oriente se Hamas non disarma e non libera tutti gli ostaggi. Israele non può accettare che nella futura equazione mediorientale ci sia ancora spazio per Hamas e non può accettare che gli ostaggi non vengano liberati: sembra aver perso fiducia nella via negoziale e sembra aver scelto una via armata. Hamas, da questo punto di vista, ha una responsabilità enorme che è quella di strumentalizzare il popolo e la causa palestinese unicamente ai suoi fini di potere.
Capisco chi con il “riconoscimento” vuole oggi segnare un punto importante – ma dal solo punto di vista politico, direi simbolico – rischiando però di giocare troppo presto, in anticipo, uno strumento, una carta, che invece dovrebbe essere giocata al momento opportuno
Potrebbe spiegarci meglio che cosa intende quando parla del possibile rischio di perdere un “importante strumento negoziale”?
A mio parere un assetto regionale che consenta di uscire da questa situazione di conflitto perenne di guerra – e in questo momento anche di dramma umanitario -non può prescindere dal fare avere a ciascuna delle parti in causa un risultato politico. Un assetto di questo tipo, un’evoluzione virtuosa in Medio Oriente, si potrebbe avere attraverso il ritorno alla logica degli Accordi di Abramo, vale a dire attraverso la de-ideologizzazione del conflitto e la creazione delle condizioni perché riprenda quel dialogo fra Israele e i Paesi arabi moderati, con la benedizione degli Stati Uniti.
Perché si possa avviare una spirale virtuosa – questo sembra impossibile oggi ma potrebbe non esserlo in prospettiva – occorre che ciascuna delle parti possa avere un risultato, un traguardo politico.
Per la parte palestinese il risultato importante, il traguardo, sarebbe il riconoscimento di una prospettiva statuale: questo riconoscimento dovrebbe arrivare al termine di un negoziato che ancora non è stato avviato, altrimenti corriamo il rischio di perdere per strada proprio il risultato politico utile ai palestinesi per partecipare alla definizione di questo nuovo assetto. Un assetto che dovrebbe affermare altre due condizioni: una chiara garanzia di sicurezza per Israele (che tiene a mantenere un rapporto saldo in termini di sicurezza con gli Stati Uniti) e anche un accordo fra americani e sauditi per quanto riguarda la loro collaborazione militare e lo sviluppo del nucleare civile saudita.
In questo modo le parti sarebbero più o meno perequate e si potrebbe quindi riavviare il processo degli Accordi di Abramo, cosa che in questo momento non è possibile. Oggi gli Stati Uniti non vogliono o non possono o non riescono a moderare Netanyahu, fatto che rende molto difficile ai sauditi di procedere in direzione di una apertura nei confronti di Israele che c’era prima del 7 ottobre: oggi Netanyahu non mette la parte Saudita in condizione di andare avanti in questo progetto.
È anche lei dell’idea che esistano delle importanti differenze fra le proposte avanzate dalla politica italiana –che appaiono segnate dalla volontà di schierarsi da una parte- e quelle promosse dalle varie diplomazie occidentali che finora hanno di fatto sostenuto Israele e sembrano ora ricorrere all’antica politica del bastone e della carota?
All’interno del quadro politico italiano c’è un dibattito che in qualche misura è un dibattito ideologico – un po’ come avviene anche in altri paesi – che prende una parte o l’altra con una logica di schieramento. Questo non significa però che i governi che si sono succeduti, e questo governo in particolare, abbiano avuto questo tipo di atteggiamento. A me pare che i governi si siano mossi sul piano politico e diplomatico d’intesa con altri paesi europei o in coordinamento con altri paesi europei e, in qualche misura, con gli Stati Uniti, prescindendo da logiche di schieramento cercando di lavorare per una soluzione del conflitto.
In realtà anche le posizioni espresse da Francia, Regno Unito e altri Paesi hanno contenuti, o meglio “condizioni”, differenti fra loro, ma certo convergono sulla tempistica e sul fatto che unite tutte insieme rappresentano una forza di pressione politica ed economica molto forte. Come valuta queste differenze?
Certamente l’Europa ha interesse a non dividersi, peraltro non solo sulla situazione mediorientale ma anche in riferimento a tutti gli altri dossier della politica internazionale a cominciare da quello ucraino. È chiaro poi che fra i paesi europei vi sia una diversità di sfumature, di contenuti e a volte di politiche. Detto questo mi pare vi sia una certa consapevolezza che purtroppo l’Europa non ha esercitato un grande ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni: a parte qualche ruolo francese e italiano in Libano, l’Europa non si è profilata lasciando questo dossier sostanzialmente agli Stati Uniti e alle parti in causa.
Cosa può fare adesso? Mi sembra ci sia una certa convergenza su due punti: in primis sulla necessità di premere sugli Stati Uniti perché premano su Netanyahu e cerchino di limitarne l’azione.
È chiaro che il governo israeliano ormai di fatto ha scelto dopo il 7 ottobre di abbandonare la via della deterrenza scegliendo la via dell’eliminazione, anche militare, della minaccia. È altrettanto vero che esistono poi modalità con cui tutto questo può accadere; è vero che il governo israeliano, in nome della sicurezza, è disposto a pagare un prezzo altissimo, anche in termini di isolamento, in termini reputazionali, in termini di risorgente antisemitismo, in termini di rischio di un ripresentarsi del terrorismo jihadista, in termini di flussi migratori.
È chiaro che gli Stati Uniti sono l’unico interlocutore che in qualche modo può agire e influire sul governo israeliano -non tanto sul “se” ma sul “come”: del resto il primo ministro Netanyahu è alle prese con un equilibrio difficile, con un governo che comprende delle forze ultranazionaliste messianiche religiose che lo farebbero cadere il minuto dopo se egli facesse delle concessioni.
C’è poi una seconda convergenza dei paesi europei sulla necessità di premere sui paesi arabi moderati per cercare di sviluppare una loro azione più incisiva su Hamas. Si tratta di lavorarci insieme. Un’azione risoluta, molto consistente, perchè senza il disarmo di Hamas e senza la liberazione degli ostaggi si protrarrà il continuo avvitamento della situazione.
Considerando la varietà delle sfumature delle posizioni espresse dai vari governi occidentali, non pensa che il governo italiano, prima o poi, dovrà unirsi a una di queste posizioni o pensa che l’Italia possa giocare un ruolo proprio?
Credo che nessuno pensi che il governo italiano abbia un ruolo da giocare a titolo individuale. È chiaro che questo può accadere soltanto attraverso un quadro di concertazione europea. Nell’assunto che l’Europa stessa, una volta coordinata, possa avere un ruolo maggiore rispetto ai singoli paesi membri. Va comunque segnalato che fra i quattro principali paesi europei -o meglio, i tre principali paesi dell’Unione europea più il Regno Unito- vi è la possibilità di creare un formato equilibrato: abbiamo la Francia e il Regno Unito su posizioni più avanzate, su posizione di pressione più forte, e abbiamo la Germania e l’Italia su posizioni più equilibrate. Attraverso questo formato a quattro – una sorta di strumento di consultazione e coordinamento rafforzati- può uscire una posizione di guida dell’Europa.
Mi piacerebbe sapere se condivide la convinzione, che tristemente coltivo dal 2000, che la formula di un accordo di pace “bilaterale” fra israeliani e palestinesi non sia più possibile (come era invece avvenuto nel 1993 con la benedizione americana), e che l’unico accordo per questo conflitto -che dai suoi inizi è sempre stato perlomeno “regionale” – non possa che essere di carattere globale, coinvolgendo tutti i Paesi del Medio Oriente e con il sostegno almeno di USA e UE. Quindi le chiedo anche se, secondo lei, l’esito della recente conferenza di New York -con la storica dichiarazione di tutti i Paesi della Lega Araba che unanimemente condannano l’attacco del 7 Ottobre e richiedono il disarmo di Hamas- non possa essere la grande novità che, se agganciata all’azione dei Paesi occidentali, potrebbe generare la svolta che tutti auspichiamo.
Non credo sinceramente che vi possa essere, perlomeno in tempi prevedibili, una soluzione del conflitto israelo-palestinese e che quindi, in qualche misura, ci possa essere una pace in Medio Oriente. Quello a cui stiamo assistendo -a parte la situazione di guerra contingente- è il costante tentativo che si ripete ormai da molto tempo di “passare da un assetto all’altro”.
Tutti hanno la consapevolezza che questi “assetti” di fatto non sono definitivi, che riflettono equilibri temporanei, che prima o poi vengono minati da questa o da quella parte in conflitto, una parte che magari è troppo debole in una certa fase e poi riacquista forza in un’altra determinata fase. Non possiamo che augurarci che questi assetti, pur essendo transeunti per definizione, siano quanto più possibile favorevoli all’occidente e all’Europa.
Il quadro che si era cominciato a costruire con gli Accordi di Abramo era di questo tipo: un assetto pragmatico, deideologizzato, che consenta non soluzioni miracolistiche ma le “soluzioni del possibile”, che dia a ciascuno un risultato politico: è stato proprio questo che i terroristi di Hamas hanno voluto impedire con il 7 ottobre. Bisogna fare ogni sforzo possibile per tornarci ma nel realistico convincimento che si tratterà comunque di un assetto. Coinvolgere i paesi arabi moderati è essenziale e in questo quadro l’iniziativa della Lega Araba è uno sviluppo importante.
In conclusione le faccio la domanda più naïve del mondo, ma forse la più importante: la soluzione “due popoli due stati” è ancora realistica? Certo una soluzione definita in un quadro regionale da concordare, definita e garantita dai Paesi arabi, ma che comunque riconosca il traguardo di uno Stato per gli arabi palestinesi: o pensa anche lei che quei territori potrebbero essere inghiottiti da altri Stati?
“Due popoli, due Stati”: oggi le condizioni sembrano non esservi più nella pratica: come dicevo all’inizio di questa nostra conversazione, credo che sia invece essenziale salvaguardarne la prospettiva, che sia essenziale non far tramontare la prospettiva politica.
Questo è un principio da salvare perché questo sarà, prima o poi, l’ingrediente di un nuovo assetto in Medio Oriente che speriamo tutti faccia cessare la violenza.

