Riconoscimento dello Stato di Palestina – Maurizio Melani

dalla Newsletter n°15 – Agosto 2025


Questa estate ha avuto inizio una forte azione diplomatica che, a partire dalla Francia, ha progressivamente coinvolto altre democrazie occidentali e volta a sancire, nel mese di settembre, un riconoscimento dello Stato di Palestina, seppure “condizionato” e simbolico, con lo scopo non tanto velato di creare un contenimento all’azione del governo guidato da Netanyahu.

Anche nel nostro Paese, in realtà già da molti mesi, diverse forze politiche e diverse personalità hanno sostenuto la necessità di un immediato riconoscimento dello Stato di Palestina, non ponendo particolari condizioni. In questo solco va considerata anche la lettera sottoscritta da 40 ex ambasciatori e diplomatici italiani e inviata alla premier Giorgia Meloni.

Altri opinionisti o diplomatici hanno invece espresso l’opinione che tale riconoscimento non andrebbe fatto subito, perché rischierebbe di privare la comunità internazionale di un importante strumento negoziale.

Per raccogliere qui un valido ventaglio di opinioni ci siamo rivolti a Piero Fassino e a due ex diplomatici, l’ambasciatore Maurizio Melani e l’ambasciatore Giampiero Massolo

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Riconoscimento dello Stato di Palestina
SI, PER RILANCIARE LA PROSPETTIVA DEI DUE STATI

Maurizio Melani

Maurizio Melani, professore Straordinario di Relazioni Internazionali alla Link Campus University e docente presso altre istituzioni di alta formazione, è stato ambasciatore in Medio Oriente e altrove, Direttore Generale per l’Africa, Rappresentante italiano nel Comitato Politico e di Sicurezza dell’Unione Europea, Direttore Generale per la promozione del sistema paese

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Alla fine del mese scorso, assieme a numerosi miei colleghi non più in servizio che erano stati ai vertici della diplomazia italiana, avevo sottoscritto una lettera aperta alla Presidente del Consiglio nella quale, di fronte agli eventi in corso a Gaza e in Cisgiordania, si prospettavano misure da adottare per favorire, contribuendovi, iniziative della comunità internazionale per il rilancio della prospettiva Due Popoli Due Stati.

Tale lettera, che non sottaceva certo l’orrore del 7 ottobre e il diritto di Israele all’autodifesa, era precedente alle ultime decisioni dell’attuale Governo israeliano dirette a impedire attraverso ulteriori fatti compiuti sul terreno tale soluzione, coerentemente con quanto ripetutamente affermato da quel Governo malgrado l’opposizione crescente di israeliani e di ebrei della diaspora. Era anche precedente all’intensificazione in tale contesto delle violenze con vittime in continuo aumento, delle distruzioni, dei soprusi e degli ostacoli alla distribuzione degli aiuti alimentari di fronte ad una carestia sempre più grave. Comportamenti che anche Sinistra per Israele ha fermamente condannato.

Tra le misure prospettate, oltre a quelle proposte al Consiglio Europeo dall’Alta Rappresentante dell’UE per la politica estera Kaja Kallas e dalla Commissione, nonché dai Democratici e Socialisti assieme ad altre forze politiche nel Parlamento Europeo, vi era il riconoscimento dello Stato di Palestina che diventa oggi ancora più opportuno, dal punto di vista mio e dei firmatari della lettera, di fronte alla negazione della soluzione dei Due Stati da parte del Governo israeliano con ulteriori azioni concrete, rivendicate come definitive da quel Governo.

Non possiamo rassegnarci all’accantonamento di tale soluzione che tutte le prese di posizione della nostra associazione considerano essere la sola in grado di assicurare, con opportune ed efficaci garanzie internazionali, un futuro di pace ad Israele e di collaborazione con i suoi vicini per lo sviluppo e la prosperità di tutti i popoli della regione. È quindi opportuno riaffermarlo con un atto politico diretto anche a rafforzare l’Autorità Nazionale Palestinese rispetto ad Hamas che, come l’attuale Governo israeliano, non vuole quella soluzione.

Sappiamo che l’effettiva realizzazione di uno Stato palestinese libero e sovrano entro i confini del 1967 con eventuali aggiustamenti concordati tra le parti per garantire la sicurezza reciproca è resa ancora più lontana dalla decisione di nuovi consistenti insediamenti, illegali per il diritto internazionale, contigui a Gerusalemme Est, esplicitamente diretti ad impedire quella che è la nostra ragione sociale, nonché dalla rioccupazione di Gaza e dai programmi di espulsione della sua popolazione.

Viene obiettato che secondo il diritto internazionale consuetudinario mancherebbero alla Palestina i requisiti di uno Stato, e cioè l’esistenza di un popolo, che invece è ben presente anche se i suoi diritti all’autodeterminazione sono attualmente negati dal Governo di un altro Stato, di confini, che per le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per l’Unione Europea e per la Lega Araba sono quelli sopraindicati, e dell’effettivo controllo su un territorio entro quei confini, anch’esso impedito con la forza e con atti illegali dal Governo di un altro Stato.

Viene inoltre osservato che il riconoscimento può aver luogo soltanto al termine di un processo negoziale diretto alla effettiva costituzione dello Stato palestinese. Contro questo auspicato processo negoziale non vi sono obiezioni di alcuno, con l’eccezione del Governo israeliano che non ne vuole l’avvio e, diversamente da quelle che l’hanno preceduta, dell’attuale Amministrazione americana sia pure con le ambiguità e le contraddizioni che la caratterizzano. A fronte di tale obiezione va detto che il riconoscimento prospettato è proprio diretto ad affermare che quel processo deve essere avviato, fornendo alla parte palestinese, e cioè all’ANP che secondo la quasi totalità della comunità internazionale la rappresenta, un rafforzamento delle sue capacità politiche e legali per affrontarlo, assieme ad una assistenza alla sua riorganizzazione per renderne effettiva la natura democratica, affermata dalla Costituzione dell’ANP stessa, introducendo altresì sistemi di maggiore controllo del suo funzionamento macchiato, secondo la grande maggioranza dei palestinesi, da scarsa efficienza, dovuta anche ad una costante azione di delegittimazione da parte del Governo israeliano, e da ampi fenomeni di corruzione e di mancanza di trasparenza.

Queste posizioni sul riconoscimento sono condivise, oltre che dalla grande maggioranza dei paesi membri delle Nazioni Unite, tra i quali diversi europei che riconoscono già la Palestina come la Spagna, l’Irlanda, la Svezia, Cipro e fuori dall’UE la Norvegia, da un numero crescente di paesi occidentali che sostengono da sempre, anche con comportamenti concreti, i diritti di Israele. Con sfumature diverse e forme di condizionalità nelle loro enunciazioni, tali Stati sono finora la Francia, il Regno Unito, il Canada, l’Australia, la Slovenia e la Nuova Zelanda. Anche altri hanno indicato di considerare di unirsi a tali paesi. Esse sono inoltre condivise dalla Lega Araba che con la dichiarazione sottoscritta a New York a fine luglio assieme all’Unione Europea e a paesi di ogni parte del mondo, si è impegnata al disarmo di Hamas e a sostenere, anche in termini di garanzie di sicurezza, una amministrazione transitoria di Gaza sotto l’ombrello dell’ANP e la ricostruzione della striscia. Anche in tale dichiarazione viene indicato che il riconoscimento della Palestina è una componente essenziale per il raggiungimento della soluzione dei due Stati che resta comunque una decisione sovrana dei singoli Stati membri delle Nazioni Unite.

In conclusione, l’atto politico del riconoscimento fin da ora dello Stato di Palestina è inteso, soprattutto nelle attuali circostanze, come un mezzo per rilanciare la prospettiva dei due Stati, negata da Hamas e dal Governo israeliano, e per sostenere coloro che in Israele e tra i palestinesi condividono con noi questo obbiettivo.