L’appello dei 44

dalla Newsletter n°16 – Settembre 2025

Fernando Liuzzi

Almeno a livello mediatico, questa storia comincia ai primi di agosto. Per essere precisi, martedì 5. Quel giorno, sul sito on line del Gruppo parlamentare Pd della Camera dei Deputati (deputatipd.it), compare una dichiarazione contraddistinta da un titolo piuttosto forte: “Boldrini: ‘No alla partita di calcio Italia-Israele’”.

Come ha giustamente affermato più volte il collega Mauro Berrutoscrive Boldrini – la partita Italia-Israele, valida per la qualificazione ai mondiali di calcio e prevista per il prossimo 14 ottobre, non dovrebbe disputarsi e Israele dovrebbe essere escluso dalle competizioni sportive internazionali a causa del genocidio in corso a Gaza”.

Dopo aver ricordato i casi di precedenti esclusioni da tali competizioni, come quelli relativi alla Russia, a causa dell’invasione da essa compiuta nei confronti dell’Ucraina, o del Sudafrica dell’apartheid, Boldrini sostiene che “gli organismi sportivi internazionali non possono usare due pesi e due misure”. Aggiungendo poi: “Nel malaugurato caso che ciò accadesse, rivolgiamo un appello alla Federcalcio perché in quella giornata la nazionale azzurra dia almeno un segnale chiaro e inequivocabile di condanna del massacro e di vicinanza al popolo palestinese”.

Una settimana dopo, e cioè mercoledì 13 agosto, viene pubblicato un più ampio appello firmato dal citato Mauro Berruto, responsabile Sport del Pd, e da altri 43 parlamentari dello stesso partito, eletti chi alla Camera, chi al Senato e chi al Parlamento Europeo. Titolo: “Appello di 44 Parlamentari Pd: ‘Sospendere Israele da competizioni sportive internazionali”.

L’argomento, praticamente è lo stesso, ovvero l’auspicata esclusione di Israele dalle competizioni sportive internazionali. Rispetto al testo boldriniano vi sono, però, almeno tre differenze.

La prima differenza è la scomparsa del riferimento esplicito all’incontro di calcio fra la nazionale italiana e quella israeliana che dovrà giocarsi in Italia, come si è detto, il prossimo 14 ottobre. Un riferimento che, forse, è stato considerato come, quanto meno, impopolare.

La seconda differenza consiste nella scelta di non far proprio il termine “genocidio”, usato invece dall’on. Boldrini. Una non assunzione che evita dibattiti, quanto meno, faticosi e viene però compensata dal ricorso a espressioni meno esplicite, ma non certo più morbide. Infatti, nel comunicato si dice che “lo sport non può restare neutrale di fronte a una politica di annientamento” e che “da quasi due anni, la Striscia di Gaza è teatro di uno sterminio”. Il termine genocidio ricompare però più avanti, nel testo dell’appello, in riferimento alle accuse prese in considerazione dalla Corte Internazionale di Giustizia per avviare un’inchiesta contro Israele.

La terza differenza consiste in un ampliamento dello scopo politico dell’iniziativa. Scopo che non resta più circoscritto all’annunciato incontro calcistico ma, come ha scritto lo stesso 13 agosto l’agenzia Adn Kronos, “riguarda tutte le discipline sportive”. Ciò che dunque l’appello si propone, è di “chiedere ai membri italiani del Comitato Olimpico Internazionale, al presidente del CONI”, Luciano Buonfiglio, “e al presidente della FIGC”, Gabriele Gravina, “di farsi portavoce, presso CIO, FIFA e UEFA, della sospensione di Israele da tutte le competizioni sportive internazionali”.

Ricostruita, almeno per sommi capi, la storia di quello che viene ormai chiamato come l’appello “dei 44”, siamo forse giunti al punto in cui può essere lecito avanzare qualche considerazione.

Prima considerazione. Alla base dell’appello dei 44 c’è un errore concettuale. Ovvero l’idea che sia possibile svolgere un ragionamento politico, volto a motivare un’azione politica, tenendosi al riparo dalla politica. Per essere più espliciti, in primo luogo, ci si appella ai dirigenti di alcune importanti strutture preposte allo sport sul piano nazionale, come su quello internazionale, affinché le strutture da loro guidate assumano delle decisioni politiche.

Ma poiché non si vuole mischiare un qualcosa che dovrebbe essere universale, come lo sport, a un qualcosa di cui si teme la potenzialità divisiva, come la politica, si costruisce un discorso che dovrebbe reggersi su un terreno etico (bene contro male), con qualche puntello preso a prestito da una dimensione giuridica piuttosto incerta, come – almeno attualmente – è quella del diritto internazionale.

Accade così, tanto per fare un esempio, che venga citato, come unico villain, il “Governo guidato da Benjamin Netanyahu”, mentre non vengono mai fatti i nomi di Hamas, o del regime degli Ayatollah in Iran o di quello degli Houthi nello Yemen. Così come non viene fatto il minimo cenno agli ostaggi israeliani detenuti a Gaza, né all’opposizione israeliana che si batte da molti mesi contro le scelte del suddetto Governo. In assenza di un’analisi politica – che non viene fatta, io penso, appunto perché sarebbe inevitabilmente divisiva -, l’appello non riesce a spiegarci a cosa dovrebbe servire la “sospensione di Israele (si noti: dello Stato di Israele tutto intero, e non del suo Governo) da tutte le competizioni sportive internazionali”. La prima vittima dell’appello sottoscritto dai 44 parlamentari è dunque la politica intesa come nobile attività che non deve celarsi dietro un qualche velo etico, ma può assumersi le sue responsabilità a viso aperto.

Seconda considerazione. Benché nel testo venga ricordato che “gli albori” dell’esistenza dello sport risalgano “ai tempi dell’antica Olimpia” – il che, aggiungiamo noi, dovrebbe portare con sé anche il conseguente ricordo della pratica della cosiddetta “tregua olimpica”-, agli effetti, appunto, pratici, nel momento stesso in cui l’appello si trasforma in richiesta politica, di questa antica memoria ellenica si perde ogni traccia. Lo sport moderno, inteso come idea, ma anche come insieme di appuntamenti agonistici, finisce dunque per essere la seconda vittima dell’appello. Perché è allo sport che si chiede di smettere di essere sport per diventare soggetto, luogo e strumento di un’azione politica, quanto meno unilaterale (ancorché non chiarita nelle sue motivazioni e nei suoi obiettivi).

Terza considerazione. Nel testo dell’appello dei 44 succede qualcosa di simile a ciò che succede nei testi proposti da anni dal movimento antisraeliano che si autodefinisce come Bds (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni). Un movimento il cui scopo politico è, quanto meno, quello di indebolire (altri direbbero distruggere) lo Stato di Israele. E che, a tale scopo, invita il pubblico dei vari Paesi del mondo a boicottare e sanzionare qualsiasi attività o prodotto israeliani, facendo finta di credere che tutto ciò che c’è in Israele sia qualcosa di ebraico e di sionista.

Ovvero, facendo finta di dimenticarsi che, tanto per dirne una, dietro a un pompelmo israeliano ci può essere il lavoro di almeno un cittadino arabofono. O, nel nostro caso, facendo finta di dimenticarsi che in ogni squadra nazionale israeliana possono esserci degli atleti palestinesi, anch’essi cittadini israeliani. Cosa che, a mia memoria, nel caso della nazionale di calcio è già successa più volte. Ecco dunque la terza vittima dell’appello: lo sport agonistico come veicolo di dialogo e integrazione fra le diverse componenti etniche, linguistiche e religiose che formano la società israeliana (ebrei, palestinesi, beduini, drusi, circassi, mussulmani, cattolici, greco-ortodossi e chi più ne ha, più ne metta).

Quarta considerazione. Anche senza voler sopravvalutare l’importanza dell’appello dei 44, bisognerà pur ammettere che c’è qualcuno che potrà trarne un suo profitto, manco a dirlo, politico. Un nome a caso? Beh, proverei a fare quello del già citato Benjamin Netanyahu. Alla sua contrastata presa sull’opinione pubblica israeliana, fa sicuramente gioco la possibilità di descrivere il mondo circostante come una congrega di nemici di Israele. Infatti, a ogni leader nazionalista piace molto rappresentare sé stesso come il grande difensore del suo popolo, solo contro il mondo.

Fin qui, ho cercato di parlare di politica. Ci sarebbe ora da dire qualcosa sul diritto dei giocatori della nostra nazionale di calcio di affrontare serenamente il loro prossimo impegno internazionale. Un impegno, fra l’altro, importante, in termini di classifica, rispetto al girone eliminatorio che può consentirci o non consentirci di partecipare al prossimo campionato mondiale di calcio. Un girone tutt’altro che facile, come ha mostrato, fra l’altro, proprio il primo incontro con la nazionale israeliana, quello giocato in Ungheria l’8 settembre scorso.

Ma io, fortunatamente, non sono un cronista sportivo. Sono un tifoso e, come molti tifosi, ho qualche mania scaramantica. Posso concludere, quindi, solo dicendo: “Forza Azzurri!”.