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Cosa trattiamo in questo numero
Victor Magiar
Editoriale
Né indulgenze, né negazioni
Emanuele Fiano
Analisi e commenti
SCENARIO INTERNAZIONALE
Alla ricerca di una pace fra i popoli del Medio Oriente
Piero Fassino
Il discorso di Emmanuel Macron all’Assemblea Generale dell’Onu
il testo integrale
LA SOCIETÀ ISRAELIANA
L’annessione mette in pericolo la sicurezza e la democrazia di Israele
J-Link
Perché il kahanismo non è sionismo
Alessio Aringoli
Il Peres Center for Peace & Innovation: un Israele prospero in un Medio Oriente pacifico
Antonio Picasso
LA SOCIETÀ PALESTINESE
Tutti in piazza ora sono contro Hamas: Il sindaco e le élite di Gaza scrivono a Trump
Nurit Yohanan
Hamas è meravigliosa: Ahmed Fouad Alkhatib commenta Francesca Albanese
Victor Magiar
Cosa significa essere pro-Palestina
la piattaforma di Ahmed Fouad Alkhatib
LA SINISTRA ITALIANA E IL CONFLITTO
Francesca Albanese: il Rapporto di un’attivista e militante politica
Alberto Cuevas
L’appello dei 44
Fernando Liuzzi
La Flotilla Gongo
Bruna Soravia
Olmert e Al-Kidwa alla Festa Nazionale dell’Unità: il Pd necessario
Aurelio Mancuso
Dall’Associazione
Roma Pina Picierno ed Emanuele Fiano: un confronto partecipato su Europa, guerra e antisemitismo
Valentina Caracciolo
Letture e Riletture
Siamo di fronte a una reale “democratizzazione della memoria culturale”?
Saul Meghnagi
Rassegna stampa
Redazione
Contatti
*
Victor Magiar
Questo numero, dedicato a quanto d’importante è accaduto nell’ultimo mese, esce in ritardo perché in attesa della risposta di Hamas al Piano proposto da Trump.
Nel prossimo numero approfondiremo le varie implicazioni del Piano Trump, che per ora è stato accolto con favore da tutte le Cancellerie del mondo e in particolare da quelle del mondo islamico, ma non da esponenti di certa Sinistra affascinata dalla soluzione “dal fiume al mare”.
In questo numero approfondiamo diversi fatti accaduti a settembre: la lunga serie di pronunciamenti e (finalmente!) azioni diplomatiche internazionali, la presa di posizione netta contro Hamas nel mondo islamico e nella società palestinese, lo scontro sempre più duro fra il governo Netanyahu e vasti settori della società e dell’apparato militare di Israele.
Ai margini della realtà, lontano dal conflitto reale e dall’azione diplomatica, abbiamo assistito in Italia ad una grande mobilitazione popolare a favore della popolazione di Gaza, tanto sincera quanto manipolata da chi continua ad avere una visione miope e faziosa, al limite del collaborazionismo pro-Hamas, contrastata solo da qualche iniziativa pragmatica all’insegna del dialogo e della ricerca di un percorso di pace.
Abbiamo provato a mettere in ordine tutte queste cose fornendo testi che, speriamo, aiutino a capire e a ragionare.
Abbiamo quindi pubblicato il discorso integrale del Presidente francese Macron all’Assemblea generale dell’Onu, accompagnato da un’analisi di Piero Fassino sull’importante lavorio diplomatico di questa estate approdato poi nel Piano Trump.
I due pezzi sono preceduti dall’editoriale in cui Emanuele Fiano esprime un punto di vista politico, il nostro, che senza infingimenti, indulgenze o negazioni, ricorda la complessità della tragedia in corso e, rimanendo nel solco della migliore tradizione della Sinistra italiana, chiede all’Europa e all’Italia meno slogan e più responsabilità.
Abbiamo poi provato a raccontare i tormenti della società israeliana e di quella palestinese.
Raccogliamo quindi la denuncia dei rischi per la democrazia israeliana posti sia dalla proposta di annessione della Cisgiordania che dall’azione delle forze estremiste al governo che, come ci spiega Alessio Aringoli, sono in realtà forze illiberali e non-sioniste.
Di seguito diamo voce alla speranza descrivendo l’azione del Peres Center for Peace & Innovation.
Abbiamo poi dato spazio alla voce dei palestinesi che si oppongono a Hamas e che sostengono la coesistenza con Israele: voce ignorata dai media in Italia.
Iniziamo con il sindaco di Gaza City, Yahya al-Sarraj, e con altri tre influenti esponenti della Striscia, autori di una importante lettera al presidente Trump. Ci raccontano in modo crudo delle reali e drammatiche condizioni di vita nella Striscia e del diffuso sentimento anti-Hamas della popolazione.
Di seguito il punto di vista di un altro gazawo, Ahmed Fouad Alkhatib, presentando la sua importante “Piattaforma pro-Palestina” e i suoi commenti sarcastici nei confronti di certa Sinistra occidentale e della relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese accusata per le sue dichiarazioni filo Hamas.
Del Rapporto redatto da Francesca Albanese “From the Economy of Occupation to the Economy of Genocide” ci occupiamo poi anche nella sezione dedicata alla Sinistra italiana, con un’analisi di Alberto Cuevas.
In questa sezione, Fernando Liuzzi ricorda la triste vicenda dell’Appello di 44 Parlamentari ‘Sospendere Israele da competizioni sportive internazionali’”.
Segue quindi un articolo di Bruna Soravia sulla “saga” della Sumud Flotilla che snocciola con chiarezza importanti informazioni, sempre taciute, sulla reale natura degli organizzatori e dei finanziatori.
In conclusione, dialogo e speranza con due isolati ma importanti appuntamenti: il dibattito alla Festa nazionale dell’Unità con Ehud Olmert e Nasser Al-Kidwa, rispettivamente già premier di Israele ed ex ministro degli Esteri dell’ANP; l’incontro “L’Europa di fronte ai conflitti e all’antisemitismo” con Pina Picierno ed Emanuele Fiano intervistati dalla giornalista Flavia Fratello.
Conservate questo numero: è pieno di cose preziose.
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Né indulgenze né negazioni
Emanuele Fiano
La storia ci corre davanti.
Mentre chiudiamo questa edizione della newsletter, il mondo è percorso da un fremito di speranza.
Tra poche ore, a Sharm el-Sheikh, cominceranno le trattative indirette per l’attuazione del Piano di pace di Trump tra Israele, Hamas, Egitto, USA e Qatar.
Tutto il mondo arabo-islamico, con l’eccezione dell’Iran, insieme all’ANP, all’UE, a Cina, India, Russia e ai Paesi occidentali, si è espresso a favore della sua approvazione da parte dei due principali contendenti.
A ognuno di noi pare di intravedere una tremula lucina in fondo al tunnel, e a quella ci aggrappiamo. Vorremmo vedere il ritorno a casa degli ostaggi israeliani, la fine delle sofferenze della popolazione di Gaza, l’avvio di un nuovo processo di governo per Gaza e un periodo senza violenza, morti, terrorismo, guerre — il più lungo possibile.
È difficile misurare quanta speranza sia legittimo nutrire; ma a quella speranza ci aggrappiamo, e qui in Italia continuiamo il nostro lavoro tra l’incudine e il martello: per la pace e per la verità, per quanto lontane e difficili da raggiungere possano apparire.
Criticare il governo, opporsi duramente alle sue scelte e denunciare la devastante situazione della popolazione civile di Gaza, non significa delegittimare lo Stato di Israele: lo fanno ogni giorno milioni di israeliani che certamente non sono né antisemiti né antisionisti.
Combattere Hamas e contrastarne i principi con tutta la forza possibile, così come opporsi ai suoi sostenitori in tutto il mondo, più o meno ambigui, non vuol dire negare diritti ai palestinesi, anzi vuol dire lavorare per liberarli da una oppressione che ha solo peggiorato la loro situazione. Invece sognare una Palestina senza Israele vuol dire cancellare un popolo e negare lo Stato palestinese significa fare lo stesso errore dall’altro lato.
Dopo due anni di tragedia l’ovvio è diventato impopolare: due popoli, due Stati che è l’equilibrio esatto tra due diritti da difendere; sappiamo quanto questo obiettivo appaia oggi irrealizzabile, ma non conosciamo storia politica che non si ponga obiettivi che appaiono sul momento impossibili; la forza dei principi quella di essere validi anche molto prima di essere realizzati.
Come Sinistra per Israele – Due popoli, due Stati noi respingiamo due estremismi: annessioni ed espulsioni da una parte, lo slogan “dal fiume al mare” dall’altra. Stiamo dalla parte più difficile: diritti per tutti, non a prezzo dei diritti dell’altro. È più facile tifare per una squadra sola. Perché la difficoltà della pace sarà sempre quella, difendere anche i diritti dell’altro oltre ai propri. Se si pensa solo ai propri amici la pace non arriverà mai. È il nemico quello con cui devi trattare, il tuo amico è già al tuo fianco. Non ce lo siamo inventati noi, ce lo insegna la storia in generale e quella del pensiero di Yitzhak Rabin, di cui tra pochi giorni ricorrono i 30 anni dall’assassinio, in particolare, come quando ci insegnò, proprio appena arrivato al governo nel 1992 che la pace si fa con il nemico e non con gli amici, come amava ripetere il suo amico e grande scrittore Amos Oz.
Vogliamo fatti, non posture: cessate il fuoco negoziato, liberazione immediata degli ostaggi, protezione dei civili a Gaza, in Israele e in Cisgiordania, stop agli insediamenti e alla violenza dei coloni, isolamento politico di Hamas, esilio delle sue milizie e rilancio di un percorso credibile verso lo Stato palestinese accanto a Israele, in sicurezza per entrambi. Questa è la sinistra che vogliamo: laica, garantista, antiterrorista, pro-pace concreta.
Il punto di partenza è semplice: due diritti collettivi che non si escludono. Difenderli significa rifiutare punizioni collettive e pretendere il rispetto del diritto umanitario da tutti. Significa anche separare identità e politica: l’antisemitismo non è “critica”, è un’aberrazione; non è politica equiparare Israele al nazismo o negarne il diritto a esistere; non lo è nemmeno trasformare ogni palestinese in un nemico o leggere il conflitto come “scontro di civiltà”; tipica strada della destra mondiale. Quella scorciatoia alimenta soltanto odio e instabilità.
Diciamo no alla destra messianica israeliana che normalizza annessioni e violenza, e no all’estremismo terrorista palestinese e filoiraniano che usa i civili come scudi e predica la cancellazione di Israele.
All’Europa e all’Italia chiediamo meno slogan e più responsabilità: conseguenze chiare verso chi viola leggi e diritti umanitari e di guerra, stop a boicottaggi generalizzati, isolamento di Hamas e sostegno a leadership palestinesi riformate, laiche e responsabili. L’assenza dell’Europa, culla dei diritti, pesa.
Qui, il nostro dovere è chiaro: dare voce a chi cerca il dialogo, negare i palchi a chi invoca cancellazioni; fare parlare qui, chi in Israele e tra i palestinesi combatte durissime e pericolose battaglie per la pace e l’incontro, contrastare antisemitismo e demonizzazioni; difendere la libertà di critica; ristabilire il senso della parola sionismo come autodeterminazione di un popolo, non sopraffazione di un altro. Combattere la disinformazione quotidiana.
Perché adesso? Perché l’alternativa è una guerra senza fine: Gaza devastata, Israele insicuro, lo scontro di civiltà come culla di antisemitismo e razzismo, la causa palestinese risucchiata dal fanatismo, un’Europa complice per inerzia.
L’unica soluzione è politica e ha un nome che non passa di moda: due popoli, due Stati.
Tutto il resto è pericolo, qui e li.
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SCENARIO INTERNAZIONALE
Alla ricerca di una pace fra i popoli del Medio Oriente
Piero Fassino
Il mondo segue con speranza e apprensione gli sviluppi del Piano Trump.
Non si tratta ancora di un organico Piano di pace e molti punti restano irrisolti.
Non è chiaro quale sia il destino della Cisgiordania in questi anni progressivamente occupata dalla espansione di insediamenti ebraici giunti a 700.000 abitanti; non sono chiari i tempi e le modalità del ritiro dell’esercito israeliano da Gaza; rimane indeterminata la prospettiva di uno Stato palestinese; al coinvolgimento israeliano nella definizione del Piano non appare esser corrisposto analogo coinvolgimento della parte palestinese; non è chiaro come e da chi verrà individuata una amministrazione indipendente di Gaza; né va sottovalutata la complessità di un Piano articolato in 20 punti la cui applicazione potrà suscitare – come già sta accadendo – non pochi contenziosi. E infine tutti si interrogano sulla reale volontà di Hamas di accettare il suo disarmo.
La credibilità del Piano la si potrà misurare subito dalla attuazione di quattro nodi decisivi: la liberazione di tutti gli ostaggi da parte di Hamas, il cessate il fuoco e la sospensione di ogni operazione bellica, il disarmo di Hamas, la rimozione di ogni ostacolo all’inoltro degli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza.
In ogni caso il Piano offre una opportunità che sarebbe colpevole e incomprensibile rifiutare a priori. Dopo due anni di una guerra che ha provocato una enorme quantità di lutti, sofferenze e devastazioni, è un imperativo morale e politico cogliere ogni possibilità di fermare la tragedia e riaprire la strada ad una soluzione che possa soddisfare le aspirazioni dei due popoli. E se una piattaforma articolata in 20 punti impegnativi potrà suscitare proposte modificative, è auspicabile che le parti in conflitto colgano l’occasione per intraprendere sinceramente la strada della pace.
La proposta americana non è l’unica iniziativa in campo.
Precedentemente anche Francia e Arabia Saudita avevano proposto un Piano di pace, condiviso anche con la Lega Araba e l’Unione europea, la cui piattaforma – dopo aver condannato il massacro del 7 ottobre, per la prima volta con il consenso esplicito dei Paesi Arabi – esprimeva contenuti non dissimili dal Piano Trump, con una più chiara indicazione della soluzione “2 popoli 2 Stati”.
Certo oggi quella soluzione appare più difficile. Il massacro del 7 ottobre e la guerra di Gaza hanno scavato un solco profondo di odio, rancore, pulsioni di vendetta, riducendo drasticamente in entrambe le parti la fiducia in una pace condivisa.
Nella società israeliana, scossa dall’orrore del 7 Ottobre, forte è l’incubo di essere esposta ad altri terribili attentati, paura peraltro su cui fa leva Netanyahu nel negare il diritto dei palestinesi ad una patria.
In campo palestinese l’atrocità della guerra ha seminato sfiducia nella possibilità di convivenza, consentendo ad Hamas di rilanciare la parola d’ordine di “un’unica Palestina dal fiume al mare”.
A questo si aggiunga la continua estensione di insediamenti ebraici nella West Bank alterandone gli equilibri territoriali e demografici. Il che dice che il percorso di pace sarà complesso e richiederà tempo e disponibilità delle parti a mediazioni e compromessi.
Nonostante tutto ciò ogni altra soluzione appare assai meno praticabile e in ogni caso esposta a suscitare nuove radicalizzazioni.
Superare gli ostacoli a un percorso di pace richiede come prima condizione leadership, in entrambi i campi, convinte della ineludibilità di una pace condivisa. Condizione che richiede un mutamento di atteggiamento e di assetto della leadership israeliana che, per esplicite dichiarazioni di Nethanyahu e per la costante pressione dei settori più oltranzisti del governo, ha negato fino ad oggi la costituzione di uno Stato palestinese.
E non meno importante è una riforma dell’Autorità Nazionale Palestinese che le conferisca la credibilità e il consenso necessari per essere libera dal condizionamento di Hamas.
Tuttavia ciò può non bastare.
Proprio perché oggi il contesto appare poco favorevole, la comunità internazionale, dopo aver per anni lasciato colpevolmente marcire quella crisi, ha la responsabilità di coinvolgersi nella costruzione delle condizioni di fiducia e di affidabilità necessarie ad una pace condivisa.
E se certo un ruolo centrale lo hanno gli Stati Uniti, non meno importante è la parte che possono giocare i Paesi arabi “moderati”, i quali, pur condannando duramente l’attentato israeliano alla leadership di Hamas in Qatar, non hanno tuttavia messo in causa gli Accordi di Abramo, né ridotto l’impegno per una soluzione di pace. E va letto in questa chiave anche l’impegno assunto da Trump con i leader arabi a non avallare la annessione israeliana della Cisgiordania.
Centrale potrà essere il ruolo della Arabia Saudita che per l’autorevolezza nel mondo sunnita, per i rapporti storici con gli Stati Uniti e per l’avvicinamento degli ultimi anni a Israele, può offrire alle parti in conflitto una duplice garanzia: ai palestinesi che avranno finalmente una patria; a Israele che più nessuno nel mondo arabo ne metterà in discussione esistenza e sicurezza.
La ricerca di una soluzione chiama in causa anche l’Europa che, nonostante sia stata fino ad oggi il primo partner commerciale di Israele e il principale contributore finanziario dell’Autorità Nazionale Palestinese, non ha da ciò tratto un ruolo da protagonista.
Un limite a cui nelle ultime settimane si è cercato di rimediare con la decisione di molti paesi europei di procedere al riconoscimento della Palestina con l’obiettivo di dare forza alla soluzione “Due Popoli Due Stati”, respingendo nettamente sia l’annessione della Cisgiordania evocata dalla destra israeliana, sia la “Palestina dal fiume al mare” propugnata da Hamas.
È significativo che nel giorno stesso in cui la Francia annunciava il riconoscimento della Palestina, sulla Tour Eiffel sono state esposte, una a fianco all’altra, le bandiere palestinese e israeliana, lanciando un messaggio di dialogo che deve essere sostenuto.
All’intensa attività diplomatica per fermare la guerra, prosegue sul fronte della società israeliana una ampia mobilitazione contro il governo Nethanyahu accusato di compromettere la salvezza degli ostaggi, di condurre una guerra senza esito e di aver causato il più acuto isolamento che Israele abbia mai conosciuto.
Alle grandi manifestazioni di strada si accompagnano crescenti prese di posizione di settori civili e militari che chiedono di non proseguire una guerra che precipita sempre di più Israele nel baratro. In questo contesto di rilievo è la decisione di quattro leader dell’opposizione – Golan, Lapid, Lieberman, Eisenkot – di creare un Coordinamento nazionale a cui sono stati invitati anche Ganz e Bennet, avversari entrambi di Nethanyahu.
L’asprezza della offensiva su Gaza ha suscitato altresì una larga mobilitazione internazionale di opinione pubblica, mossa da una sincera avversione alla politica di Nethanyahu e alle sofferenze imposte alla popolazione palestinese.
E se la gran parte dei partecipanti invoca una pace per due popoli, non si può ignorare un’onda crescente di atteggiamenti unilaterali e pregiudizi manichei, che spesso si traducono in inquietanti forme dirette o indirette di antiebraismo e antisemitismo.
Troppo frequentemente la sacrosanta condanna della politica di Nethanyahu si traduce in una accusa rivolta all’intera società israeliana, così come si considera ogni ebreo, ovunque viva, complice del governo israeliano.
Una rappresentazione infondata e ingiusta che via via ha portato a ridurre le enormi responsabilità di Hamas, talora paradossalmente rappresentata come un movimento di “resistenza”.
Ed è sconcertante che non vi sia alcuna considerazione del vastissimo movimento democratico di opposizione che percorre la società israeliana.
Scenari che impongono a chi davvero crede in una soluzione che riconosca due diritti di non rassegnarsi a un conflitto insanabile, contrastando con fermezza ogni forma di radicalizzazione e operando per far prevalere le ragioni del dialogo e della convivenza.
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Il discorso di Emmanuel Macron all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
New York 22 settembre 2025
Signora Presidente dell’Assemblea generale, Signor Segretario generale, Signore e Signori Capi di Stato e di governo, Signore e Signori,
Siamo qui perché è giunto il momento. È giunto il momento di liberare i 48 ostaggi detenuti da Hamas. È giunto il momento di fermare la guerra, i bombardamenti su Gaza, i massacri e lo sfollamento delle popolazioni. È giunto il momento perché l’urgenza è ovunque. È giunto il momento della pace perché siamo a pochi istanti dal non poterla più afferrare. È per questo che ci ritroviamo oggi. Alcuni diranno troppo tardi, altri diranno troppo presto. Una cosa è certa: non possiamo più aspettare.
Nel 1947, questa assemblea decise la spartizione della Palestina mandataria tra due Stati, uno ebraico e l’altro arabo, riconoscendo così il diritto di ciascuno all’autodeterminazione. La comunità internazionale consacrava così lo Stato di Israele, compiendo il destino di questo popolo, finalmente, dopo millenni di peregrinazioni e persecuzioni, e che poté fondare lì una democrazia così bella. La promessa di uno Stato arabo, invece, resta fino ad oggi incompiuta. Da allora, Israele e Palestina hanno percorso, ciascuno a modo proprio, un lungo cammino di speranza e di disperazione intrecciate. E noi, abbiamo camminato con loro, ciascuno di noi, secondo la propria storia e sensibilità. Ma la verità è che portiamo la responsabilità collettiva di aver finora fallito nel costruire una pace giusta e duratura in Medio Oriente.
È quanto di evidente ci è apparso il 7 ottobre 2023, quando il popolo israeliano subì il peggior attacco terroristico della sua storia: 1.224 uomini, donne e bambini uccisi, 4.834 uomini, donne e bambini feriti, 251 uomini, donne e bambini rapiti. La barbarie di Hamas e di chi ha collaborato a questo massacro ha stupito Israele e il mondo. Il 7 ottobre rappresenta una ferita ancora viva per l’anima israeliana così come per la coscienza universale. La condanniamo senza alcuna sfumatura, perché nulla, mai, da nessuna parte, può giustificare il ricorso al terrorismo. In questo giorno pensiamo alle vittime e alle loro famiglie. Esprimiamo la nostra compassione agli israeliani e chiediamo, prima di ogni altra cosa, che tutti gli ostaggi ancora detenuti da Hamas siano liberati senza alcuna condizione.
Noi, francesi, abbiamo reso omaggio nazionale ai nostri 51 connazionali assassinati quel giorno e a tutte le vittime del 7 ottobre 2023. Non li dimenticheremo. Mai.
Così come mai cesseremo la lotta esistenziale contro l’antisemitismo. Francesi, conosciamo il morso del terrorismo. Portiamo nel cuore il ricordo della testimonianza di fraternità offerta dopo gli attentati di Parigi del 7 gennaio 2015 da decine di leader stranieri, manifestando con loro, in prima fila, il primo ministro israeliano e il presidente dell’Autorità palestinese. Sappiamo che non è possibile alcuna debolezza di fronte ai terroristi.
Conosciamo anche il pericolo delle guerre senza fine. Sappiamo che il diritto deve sempre prevalere sulla forza. Infine, sappiamo dalla nostra storia che l’attaccamento all’universale e alla pace è l’eredità dei secoli passati così come la condizione della salvezza.
Affermo questo a nome della nostra amicizia con Israele, a cui il nostro impegno non è mai venuto meno. A nome della nostra amicizia anche con il popolo palestinese, per il quale vogliamo che la promessa iniziale delle Nazioni Unite – quella di due Stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza – diventi realtà.
Ora, in questo momento, Israele sta estendendo ulteriormente le sue operazioni militari a Gaza con l’obiettivo dichiarato di distruggere Hamas. Ma sono le vite di centinaia di migliaia di persone sfollate, ferite, affamate, traumatizzate che continuano a essere distrutte, mentre Hamas è stato considerevolmente indebolito e la negoziazione di un cessate il fuoco duraturo resta il mezzo più sicuro per ottenere la liberazione degli ostaggi.
Nulla giustifica più la prosecuzione della guerra a Gaza. Nulla. Tutto invece impone di porvi fine definitivamente, ora, se non l’abbiamo fatto prima per salvare vite: le vite degli ostaggi israeliani ancora detenuti in condizioni atroci. Le vite delle centinaia di migliaia di civili palestinesi oppressi dalla fame, dalla sofferenza, dalla paura di morire, dal lutto per i loro cari.
Salvare tutte le vite. Perché ormai da quasi due anni prevalgono la negazione dell’umanità dell’altro e il sacrificio della vita umana.
Sì, dal 7 ottobre la vita dell’altro è stata negata. Lo diciamo dal primo giorno della guerra a Gaza: una vita vale una vita. Lo so perché ho preso tra le braccia le famiglie degli ostaggi incontrate a Tel Aviv e poi a Parigi, e in questo momento penso alla madre di Evyatar David, ostaggio affamato e mostrato alla folla dai suoi carnefici.
Penso a Nimrod Cohen, ostaggio di 19 anni, il cui padre ho appena salutato. Lo so per aver visitato anche le vittime palestinesi delle operazioni militari israeliane rifugiate a El-Arish [in Egitto]. Donne, bambini, il cui sguardo non dimenticherò. Lo so per aver incontrato giovani di Gaza accolti in Francia. E penso a Rita Baroud, che avrebbe dovuto essere con noi oggi e che continua a testimoniare la disperazione dei suoi cari a Gaza.
Una vita vale una vita. Ed è nostro dovere proteggere gli uni e gli altri. Dovere indivisibile come lo è la nostra comune umanità. Esiste una soluzione per rompere il ciclo di guerra e distruzione. È il riconoscimento dell’altro, della sua legittimità, della sua umanità, di questa dignità.
Che ciascuno riapra gli occhi e veda volti umani là dove la guerra ha posto la maschera del nemico o i tratti di un bersaglio. È il riconoscimento che israeliani e palestinesi vivono in una solitudine gemella. Solitudine degli israeliani dopo l’incubo storico del 7 ottobre 2023. Solitudine dei palestinesi esausti in questa guerra senza fine.
È giunto il momento perché il peggio può accadere. Sia che si tratti del sacrificio di altri civili, dell’espulsione della popolazione di Gaza verso l’Egitto, dell’annessione della Cisgiordania, della morte degli ostaggi detenuti da Hamas, o di fatti compiuti che cambiano in modo irreversibile la situazione sul terreno. È per questo, è per questo che dobbiamo oggi, qui stesso, aprire questo cammino di pace. Perché dall’ultimo luglio, l’accelerazione degli eventi è terribile e a questo punto, è da temere che gli accordi di Abramo o di Camp David siano messi in discussione dall’azione di Israele e che la pace diventi impossibile per lungo tempo in Medio Oriente. Su di noi grava quindi una responsabilità storica.
Dobbiamo fare tutto il possibile per preservare la possibilità stessa di una soluzione a due Stati, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza.
È giunto il momento. E per questo, fedele all’impegno storico del mio Paese in Medio Oriente per la pace tra il popolo israeliano e il popolo palestinese, dichiaro che la Francia riconosce oggi lo Stato di Palestina.
Questo riconoscimento è un modo per affermare che il popolo palestinese non è un popolo di troppo. Che esso è, al contrario, quel popolo che non dice mai addio a nulla, per parlare come Mahmoud Darwish. Un popolo forte della propria storia, delle proprie radici, della propria dignità.
E il riconoscimento dei diritti legittimi del popolo palestinese non toglie nulla ai diritti del popolo israeliano, che la Francia ha sostenuto sin dal primo giorno e al rispetto dei quali resta ugualmente attaccata, proprio perché siamo convinti che questo riconoscimento sia la soluzione che, da sola, permetterà la pace per Israele. La Francia non è mai venuta meno nei confronti di Israele quando la sua sicurezza era in gioco, anche di fronte ai bombardamenti iraniani. Questo riconoscimento dello Stato di Palestina rappresenta una sconfitta per Hamas e per tutti coloro che alimentano l’odio antisemita, nutrono ossessioni antisioniste e vogliono la distruzione dello Stato di Israele.
Il riconoscimento da parte della Francia è accompagnato da quelli che saranno annunciati oggi, tra gli altri, e a cui va il nostro ringraziamento: Andorra, Australia, Belgio, Canada, Lussemburgo, Malta, Monaco, Portogallo, Regno Unito, San Marino, che hanno atteso con noi questo momento e, cogliendo l’appello dello scorso luglio, hanno fatto la scelta della responsabilità, dell’esigenza della pace. A questi si aggiungono, dopo la scelta fatta da Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia nel 2024, e tanti altri prima di loro. Questo riconoscimento apre la strada a una negoziazione utile sia per israeliani sia per palestinesi. Questa via è quella del piano di pace e sicurezza per tutti che l’Arabia Saudita e la Francia hanno sottoposto al voto dell’Assemblea, la quale l’ha adottato con ampia maggioranza.
Esso esprime la nostra ambizione comune di spezzare il ciclo della violenza e cambiare lo scenario sul terreno.
Abbiamo saputo fare un passo l’uno verso l’altro, uscire dalle nostre posizioni abituali e fissarci obiettivi concreti.
Ora spetta a noi attivare insieme una macchina di pace che risponda ai bisogni di tutti. Il primo tempo di questo piano di pace e sicurezza per tutti è quello dell’urgenza assoluta: la liberazione dei 48 ostaggi e la fine delle operazioni militari su tutto il territorio di Gaza. Saluto gli sforzi del Qatar, dell’Egitto e degli Stati Uniti per raggiungere questo obiettivo e chiedo a Israele di non fare nulla che ostacoli il loro esito. Hamas è stato sconfitto sul piano militare attraverso la neutralizzazione dei suoi leader e decisori. Deve esserlo anche sul piano politico per essere veramente smantellato.
Una volta raggiunto il cessate il fuoco, sarà necessario uno sforzo massiccio collettivo per portare soccorso alla popolazione di Gaza. Ringrazio l’Egitto e la Giordania per il loro impegno e ricordo a Israele l’obbligo assoluto di facilitare l’accesso umanitario a Gaza per aiutare una popolazione oggi privata di tutto.
Il secondo tempo riguarda la stabilizzazione e la ricostruzione a Gaza. Un’amministrazione di transizione, che integri l’Autorità palestinese e la gioventù palestinese, accompagnata da forze di sicurezza la cui formazione accelereremo, avrà il monopolio della sicurezza a Gaza. Essa attuerà lo smantellamento e il disarmo di Hamas, con il sostegno dei partner internazionali e le risorse necessarie a questa difficile missione.
La Francia è pronta a contribuire a una missione internazionale di stabilizzazione e a sostenere, insieme ai partner europei, la formazione e l’equipaggiamento delle forze di sicurezza palestinesi. Non appena la negoziazione lo permetterà, il Consiglio di Sicurezza potrà decidere il dispiegamento di una missione di supporto civile e di sicurezza in collegamento con le autorità palestinesi, con il consenso delle autorità israeliane.
Spetterà anche allo Stato di Palestina ridare speranza alla propria popolazione provata da anni di violenza, occupazione, ma anche divisione e negligenza. Sarà quindi suo compito offrire al proprio popolo un quadro di espressione democratica rinnovato e sicuro. Il presidente Mahmoud Abbas ha preso tale impegno con il principe Mohammed Bin Salman e con me stesso. Ha condannato con forza gli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023. Ha affermato il suo sostegno al disarmo di Hamas e si è impegnato a escluderlo dal governo futuro di Gaza così come dall’intero territorio palestinese. Ha confermato l’impegno a combattere i discorsi di odio e ha promesso una riforma profonda della governance palestinese. La Francia seguirà attentamente la piena attuazione di tutti gli impegni presi nei suoi confronti.
Questa Autorità palestinese rinnovata è una condizione necessaria per il successo della indispensabile negoziazione che dovrà essere ripresa per giungere a un accordo su ciascuna delle questioni relative allo status finale.
È in questo quadro che potrò decidere di stabilire un’ambasciata presso lo Stato di Palestina, una volta che tutti gli ostaggi detenuti a Gaza saranno stati liberati e che sarà stato raggiunto un cessate il fuoco.
L’esigente richiesta della Francia verso Israele non sarà minore: insieme ai partner europei, legherà il livello della propria cooperazione alle misure adottate per porre fine alla guerra e negoziare la pace. È grazie a questo percorso che otterremo uno Stato di Palestina sovrano, indipendente e smilitarizzato, che comprenda l’insieme dei suoi territori, riconosca Israele e sia riconosciuto da Israele, in una regione che conoscerà finalmente la pace.
Mi aspetto inoltre che i nostri partner arabi e musulmani che non l’hanno ancora fatto rispettino i loro impegni di riconoscere lo Stato di Israele e di avere relazioni normali con esso una volta che lo Stato di Palestina sarà stato stabilito.
Così dimostreremo insieme una doppia riconoscenza a beneficio della pace e della sicurezza di tutti in Medio Oriente.
Ecco, signore e signori, qual è il nostro piano di pace.
Esso stabilisce un meccanismo rigoroso per uscire dalla guerra e entrare in una fase decisiva di negoziazione. Permette che la pace israelo-palestinese diventi il primo pilastro di una nuova architettura di pace e sicurezza in Medio e Vicino Oriente. Rende credibile anche la possibilità di una maggiore integrazione economica. Nulla sarà possibile senza che le autorità israeliane si approprino pienamente della nostra ambizione rinnovata di giungere finalmente alla soluzione dei due Stati.
Conosco la loro riluttanza e il loro timore. Ascolto con grande rispetto il popolo israeliano, la sua tristezza e la sua fatica. E voglio credere che anche le autorità israeliane lo ascolteranno e sapranno impegnarsi a loro volta. So che il popolo israeliano e i suoi leader ne hanno la forza. Ricordo il giovane uomo che ero, apprendendo il terribile assassinio di Yitzhak Rabin, quasi trent’anni fa.
Ucciso per aver voluto la pace. Nel momento in cui la morte stava per portarlo via, l’eroico guerriero dello Stato di Israele pronunciava queste parole: “Ho fatto la guerra finché non c’era alcuna possibilità di fare la pace.” Questa possibilità esiste, qui, oggi.
Centoquarantadue Stati propongono questa pace, mano tesa, pronta a essere stretta.
Allora sì, è giunto il momento di fermare la guerra a Gaza, i massacri, la morte. Subito. L’urgenza ce lo impone. È giunto il momento per Israele di vivere in pace e sicurezza, dalla Galilea al Mar Rosso, dal Mar Morto, dal Lago di Tiberiade e da Gerusalemme. È giunto il momento di non discutere più da nessuna parte l’esistenza dello Stato di Israele e di renderla evidente.
È giunto il momento di rendere giustizia al popolo palestinese e così di riconoscere uno Stato di Palestina, fratello e vicino, a Gaza e in Cisgiordania e attraverso Gerusalemme. È giunto il momento di scacciare da queste terre il volto orrendo del terrorismo e costruire la pace. Sì, costruire la pace: è ciò che ci unisce qui, ed è la speranza che possiamo costruire. Mentre per alcuni comincia un nuovo anno, è una scelta da fare ed è nostro dovere. La pace è molto più esigente, molto più difficile di tutte le guerre. Ma il tempo è giunto.
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LA SOCIETÀ ISRAELIANA
L’ annessione mette in pericolo la sicurezza e la democrazia di Israele
J-Link
Il 19 maggio 2020 J-Link, insieme a 50 organizzazioni ebraiche provenienti da 17 Paesi, rivolse un appello a Israele affinché evitasse il tragico errore di annettere i territori palestinesi occupati. J-Link si fa portavoce di valori coerenti con il nostro impegno per la sicurezza di Israele come Paese democratico, che tutela i diritti di tutti i suoi cittadini e rispetta il diritto internazionale. In quell’occasione accogliemmo con favore l’abbandono dei progetti di annessione a favore dei trattati di cooperazione regionale noti come Accordi di Abramo.
Di recente, il governo israeliano, sotto la pressione di partiti di estrema destra, minaccia nuovamente l’annessione di vaste aree della Cisgiordania e di Gaza. Un atto di annessione unilaterale è illegale secondo il diritto internazionale e contravviene a tutte le pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite relative al conflitto Israelo-Palestinese, in particolare la Risoluzione 2334 del dicembre 2016.
Se attuata, l’annessione significherà la fine della soluzione a due Stati e di ogni speranza del popolo palestinese di conseguire l’autodeterminazione con mezzi non violenti. Inoltre, l’annessione è destinata a trasformare Israele in uno Stato che mantiene un controllo permanente su milioni di palestinesi residenti al suo interno negando loro i più elementari diritti civili e politici, ponendo così fine alla sua esistenza come stato democratico.
L’annessione isolerebbe ulteriormente Israele a livello internazionale e, come dichiarato dagli Emirati Arabi Uniti, essa “traccia una linea rossa che porrebbe fine all’integrazione regionale” avviata con gli Accordi di Abramo. L’annessione metterà a rischio la stessa sicurezza che Israele ha sempre perseguito. Essa rischia inoltre di provocare un’ondata crescente di delegittimazione e di antisemitismo.
L’annessione metterà infine in pericolo le relazioni tra Israele e gli ebrei del mondo, per i quali i diritti umani, l’uguaglianza e la democrazia sono principi morali essenziali.
J-Link sollecita dunque il governo dello Stato di Israele ad abbandonare ogni piano di annessione.
12 settembre 2025
Il Comitato di coordinamento di J-Link
Ken Bob (New Jewish Narrative, U.S.A.), Basil Dubb (JDI, South Africa), Giorgio Gomel (JCall Europe, Italy), Barbara Landau (Canada), Alon Liel (PWG, Israel), Shlomo Slutzky (J Amlat, Argentina)
J-link è una rete internazionale che comprende organizzazioni ebraiche attive in Europa, Stati Uniti, Canada, America Latina, Sud Africa e Australia.
Insieme ad organizzazioni israeliane coopera per esprimere una voce comune in sostegno alla democrazia, al pluralismo religioso e per una risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.
Fedele ai valori iscritti nella Dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele, che proclama “la piena eguaglianza di diritti politici e sociali dei suoi abitanti indipendentemente da religione, razza o sesso”
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LA SOCIETÀ ISRAELIANA
Perché il kahanismo non è sionismo
Alessio Aringoli
Il kahanismo è una corrente politica nata in Israele alla fine degli anni Settanta per iniziativa del rabbino Meir Kahane, fondatore negli Stati Uniti della Jewish Defense League e in Israele del movimento Kach.
Kahane, immigrato da Brooklyn, approdò alla Knesset nel 1984, ma il suo partito fu presto messo al bando per razzismo e incitamento all’odio.
Dopo il suo assassinio (New York 1990) la sua eredità politica non scomparve: piccoli gruppi e successivi movimenti, talvolta confluenti in liste elettorali di estrema destra, hanno continuato a ispirarsi al suo pensiero, fino a influenzare frange radicali dell’attuale quadro politico israeliano.
Sebbene il kahanismo resti ufficialmente messo al bando come organizzazione terroristica, sia in Israele che negli Stati Uniti, le sue idee sopravvivono in una rete militante che trova spazio nei social media, in comunità di coloni estremisti e in nuove sigle politiche. In modo pressoché diretto ed esplicito al kahanismo si richiama il partito di Itamar Ben-Gvir (indicato oggi dai sondaggi sotto lo sbarramento), in modo appena più sfumato quello di Bezalel Smotrich. Ma le idee kahaniste hanno influenzato sempre di più anche il Likud di Benjamin Netanyahu e hanno svolto un ruolo molto forte nel determinare l’identità dell’ultimo governo da questi presieduto.
Il nucleo ideologico del kahanismo ruota attorno a poche tesi radicali:
- Israele deve essere uno Stato esclusivamente ebraico
- gli arabi, tutti, devono essere espulsi o ridotti a condizione di permanente subordinazione
- non esiste spazio per la convivenza né per compromessi territoriali.
Kahane predicava la necessità della legge religiosa vincolante come base della vita civile, proponendo una teocrazia etnica incompatibile con le istituzioni democratiche. L’uso della forza non era per lui un mezzo eccezionale ma il cuore stesso della sopravvivenza nazionale. Queste posizioni hanno fatto sì che il suo movimento venisse identificato con un suprematismo religioso nazionalista estremo, percepito da molti come minaccia interna allo Stato stesso.
Per comprendere la distanza del kahanismo dal sionismo è utile un confronto con la corrente del sionismo revisionista [n.d.r. di “destra”]
Vladimir Jabotinskij, pur sostenendo una linea dura verso gli arabi e difendendo il diritto degli ebrei a una patria sicura, non teorizzava né l’espulsione totale né l’abolizione delle garanzie civili.
Menachem Begin, erede di Jabotinskij e leader del Likud, pur protagonista di scelte militari discusse, rimase fedele a un impianto democratico e pluralista, giungendo infine a firmare la pace con l’Egitto.
Ariel Sharon, spesso dipinto come “falco”, incarnò comunque la logica strategica della sicurezza nazionale, non la dottrina teocratica di Kahane.
La differenza è radicale: i revisionisti furono nazionalisti pragmatici e comunque liberali, il kahanismo è un’ideologia messianica e segregazionista.
Il divario si amplia rispetto alla tradizione maggioritaria del sionismo storico [n.d.r. “progressista”].
David Ben Gurion e i successivi leader laburisti e centristi, hanno visto la costruzione dello Stato come un progetto insieme nazionale e democratico, fondato su istituzioni moderne, sulla ricerca di un equilibrio con il mondo arabo e su un’idea di ebraicità compatibile con la cittadinanza universale.
Le tensioni e i conflitti sono stati reali e talvolta drammatici, ma mai hanno prodotto l’idea che l’“altro” debba essere espulso per principio.
Ben Gurion, che difese la necessità di una maggioranza ebraica, edificò un quadro statale e istituzionale che riconosceva diritti civili a tutti i cittadini.
I governi israeliani, sia di sinistra che di destra, hanno sempre riconosciuto il valore di una dimensione liberale e pluralista. Il kahanismo, al contrario, si pone come negazione di questo equilibrio: non è una variante del sionismo, ma la sua rottura.
Mentre il progetto sionista, nelle sue molteplici versioni, ha mirato a coniugare sicurezza nazionale e aspirazioni democratiche, il kahanismo ricerca solo purezza etnica e dominio religioso.
È per questo che non può essere considerato una corrente del sionismo, ma un movimento estraneo, e in ultima analisi, un nemico dello Stato che afferma di difendere.
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LA SOCIETÀ ISRAELIANA
Il Peres Center for Peace & Innovation:
un Israele prospero in un Medio Oriente pacifico
Antonio Picasso
Yarden Leal è general director del Peres Center for Peace & Innovation, fondato appunto dallo scomparso presidente israeliano e Premio Nobel per la Pace. Una realtà che dimostra come nel Paese non esista solo il conflitto. Democrazia e convivenza si manifestano nel campo della politica, dell’economia e della società.
Qual è la missione del Peres Center e come evolve nel contesto geopolitico attuale in Medio Oriente?
Shimon Peres credeva che la costruzione della pace fosse un’impresa pubblica e partecipativa. Gli accordi a porte chiuse formati dai politici non erano sufficienti per costruire una pace in grado di essere accolta dai popoli della regione. Oggi più che mai la pace è nelle mani delle persone. Il Peres Center opera in un clima di particolare insicurezza. Tuttavia, resta fermo nella sua missione di promuovere un discorso sociale positivo, amplificando una visione di Israele basata su solidarietà, rispetto reciproco e inclusività. Anche nei tempi più difficili, non possiamo abbandonare le opportunità di interazione tra ebrei e arabi israeliani. Il nostro dovere è assicurare il futuro dello Stato di Israele per tutti i suoi cittadini e garantire il posto di Israele in una società globale sicura, democratica e proiettata al futuro.
La vostra missione è dare concretezza alla visione di un Premio Nobel per la Pace. Come operate in questo senso?
Il Peres Center lavora insieme a partner locali, regionali e internazionali per implementare programmi di sviluppo utili a centinaia di migliaia di beneficiari di tutte le età, religioni, generi e background culturali. Come desiderava Shimon Peres: essere un “do tank” attivo e non solo un “think tank”. Da quasi trent’anni siamo attivi nei campi di medicina, assistenza sanitaria, agricoltura, ambiente, istruzione, leadership giovanile, business, innovazione e imprenditorialità, finalizzati a costruire una società civile regionale.
Quali sono i principali valori che vi guidano?
Le nostre iniziative si basano sulle teorie del cambiamento “contatto sociale/culturale” e della “cooperazione/interesse reciproco”. Se gli individui appartenenti a gruppi in conflitto hanno opportunità di interagire, possono passare da un dialogo antagonista a uno cooperativo, costruendo fiducia, comprensione e rispetto reciproci. Questo è sempre stato un compito difficile, ancora di più negli ultimi due anni. Ma lo vediamo come nostro dovere e responsabilità.
Facciamo degli esempi concreti.
Penso ai programmi per la promozione dell’outsourcing high-tech indirizzato a una classe di lavoratori palestinesi con competenze digitali. Oppure al sostegno dei piccoli imprenditori palestinesi per entrare sul mercato israeliano. Nostro, inoltre, è stato il lancio di un incubatore tecnologico palestinese a Ramallah, oggi hub principale per i finanziamenti e l’accelerazione di startup in Cisgiordania.
Anche programmi in ambito medico-sanitario.
Sono iniziative che mirano a supportare lo sviluppo del sistema sanitario pubblico palestinese, rafforzandone le capacità locali di specializzazione. Questo significa ridurre le barriere alla salute pubblica e migliorare la qualità del servizio sanitario per i pazienti palestinesi più vulnerabili. Oltre ai benefici medici, i programmi medici del Peres Center agiscono come ponti di pace, costruendo impegno e cooperazione tra autorità sanitarie pubbliche, ospedali, team medici, pazienti e famiglie.
Promuovete anche l’uso della tecnologia e dei social media per favorire il dialogo e la comprensione reciproca.
Il Peres Center ospita il più grande e completo Centro dell’Innovazione israeliano nel Paese. Un hub per l’educazione all’innovazione e per lo sviluppo dell’ecosistema tecnologico.
Quali sono le principali sfide che il Center affronta per mantenere ed espandere la sua influenza nella promozione della pace attraverso l’innovazione?
Oggi serve una grande dose di ottimismo, fiducia in quel che si sta facendo e un forte spirito imprenditoriale. Shimon Peres sapeva che quando qualcosa appare impossibile, di solito significa che è proprio quello che serve di più, e continuiamo a cercare chi voglia lavorare insieme per un futuro migliore.
Come vede il ruolo del centro nei prossimi 5-10 anni, sia a livello locale che internazionale?
Tra alti e bassi politici nella regione, il Peres Center deve continuare a essere una casa solida per la visione di Israele come Stato sicuro, democratico e che vive in pace con i suoi vicini regionali. Questo significa educare e valorizzare una nuova generazione di israeliani, ebrei e arabi.
(articolo apparso su Il Riformista 16 settembre 2025)
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LA SOCIETÀ PALESTINESE
Tutti in piazza ora sono contro Hamas:
il sindaco e le élite di Gaza scrivono a Trump
Nurit Yohanan
Il sindaco di Gaza City, politicamente indipendente, accademici e imprenditori mettono in guardia dal collasso economico e infrastrutturale totale nella prima lettera congiunta che esorta il presidente degli Stati Uniti a fare pressione su Israele.
Prima dell’attuale guerra tra Israele e Hamas, il presidente della Camera di commercio di Gaza, Ayed Abu Ramadan, era una delle figure chiave dell’economia dell’enclave, rappresentando i commercianti di Gaza sia all’interno della Striscia che all’estero.
Negli ultimi due anni, ha detto Abu Ramadan, la sua situazione è stata “meno difficile” rispetto a quella della maggior parte dei residenti di Gaza: ad esempio, attualmente vive in un appartamento anziché in una tenda, un lusso raro in un territorio in cui le Nazioni Unite stimano che il 90 percento degli edifici residenziali sia stato danneggiato o distrutto da Israele.
Ma come molti altri a Gaza, Abu Ramadan desidera ardentemente una cosa sola: la fine della guerra. Nei giorni scorsi, Abu Ramadan e altre 16 importanti personalità locali di Gaza hanno inviato, tramite intermediari, una lettera al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, invitandolo a fare pressione su Israele e a porre fine ai combattimenti iniziati con la sanguinosa invasione di Israele da parte di Hamas il 7 ottobre 2023. Il gruppo ritiene che Trump abbia ricevuto la lettera entro venerdì (clicca qui per leggerla).
“Avete il potere di riuscire dove altri hanno fallito, di fermare lo spargimento di sangue, proteggere vite innocenti e preparare il terreno per una pace giusta e duratura“, hanno scritto i firmatari nella lettera a Trump.
Al Times of Israel Abu Ramadan ha detto “sappiamo che l’unico che può fermare questa guerra è Trump. È uno dei maggiori sostenitori di Israele e, chiaramente, la sua influenza su Israele è significativa. È l’unico che può cambiare la situazione su questa questione”.
In una serie di conversazioni un tempo quasi impensabili tra palestinesi di Gaza e un’agenzia di stampa israeliana, il Times of Israel ha parlato questa settimana con quattro dei firmatari:
- Yahya al-Sarraj sindaco di Gaza City
- Saif al-Din Odeh, economista
- Ayed Abu Ramadan, Camera Di Commercio di Gaza
- Marwan Tarazi, presidente del CdA del Gaza College
All’unisono, hanno chiesto la fine della guerra e hanno preso le distanze dall’organizzazione terroristica Hamas che governa la Striscia, affermando che il gruppo non gode più del sostegno dell’opinione pubblica.
La lettera è la prima del suo genere durante la guerra in cui membri dell’élite di Gaza chiedono un cessate il fuoco e la pace con Israele. Secondo i firmatari, la lettera è arrivata a Trump proprio mentre la Casa Bianca stava finalizzando il suo piano per porre fine alla guerra.
Lunedì, Trump ha presentato il suo piano di pace durante una conferenza stampa alla Casa Bianca con il Primo Ministro Netanyahu. Trump ha dichiarato che Washington è “molto vicina” a raggiungere un accordo dopo che Netanyahu ha accettato la proposta. Un gruppo di paesi arabi e musulmani si è impegnato a disarmare Hamas.
I mediatori egiziani e qatarioti hanno presentato ai negoziatori di Hamas la proposta statunitense nella tarda serata di lunedì, ha riferito un diplomatico arabo al Times of Israel. Martedì, Trump ha dichiarato che darà al gruppo terroristico “tre o quattro giorni” per accettare il piano per liberare gli ostaggi israeliani, porre fine alla guerra e iniziare la ricostruzione di Gaza.
Chi c’è dietro la lettera?
Il firmatario più importante è Yahya al-Sarraj sindaco di Gaza City. Prima della guerra, Gaza City contava circa 1 milione di persone, rendendola non solo la metropoli più grande della Striscia, ma anche la più grande città palestinese in assoluto.
Come per qualsiasi altro ruolo di governo a Gaza, la carica di sindaco richiedeva tradizionalmente la subordinazione alle strutture di governo di Hamas. Ma in una conversazione WhatsApp con il Times of Israel, al-Sarraj ha negato categoricamente che lui o il comune avessero alcuna affiliazione con Hamas.
“Il Comune è un’autorità locale indipendente dal punto di vista amministrativo e finanziario, e non è subordinato ad alcuna entità o fazione politica”.
“Il suo ruolo è esclusivamente quello di servire i cittadini e fornire servizi idrici, fognari, igienico-sanitari e di pianificazione urbana”, ha affermato. Al-Sarraj si è anche descritto come politicamente indipendente, con un background accademico e professionale estraneo ad alcun movimento politico.
“I palestinesi di Gaza amano la pace e vogliono che cessino immediatamente le uccisioni e le distruzioni”, ha sottolineato, aggiungendo che “la lettera è stata inviata ora per spingere e incoraggiare il presidente degli Stati Uniti a procedere con misure per porre fine alla guerra e a non perdere l’opportunità, a beneficio di tutte le parti”.
Negli ultimi due anni, personalità di spicco della società civile di Gaza, tra cui imprenditori, accademici e medici, hanno raramente parlato apertamente.
Abu Ramadan ha riconosciuto che molti membri dell’élite di Gaza sono fuggiti dalla Striscia durante la guerra. Tra novembre 2023 e maggio 2024, il valico di Rafah verso l’Egitto è stato aperto, consentendo la partenza per apparenti motivi di salute a coloro che potevano pagare diverse migliaia di dollari alle compagnie egiziane che gestivano il valico, anche senza soddisfare i requisiti medici per le cure all’estero.
“Certamente, la partenza dell’élite – commercianti, uomini d’affari, medici e famiglie comuni, circa 120.000 persone in tutto – ha avuto un effetto negativo, anche sul morale, sulla salute e sull’economia”, ha affermato Abu Ramadan e ha aggiunto, “questo non equivale all’1% dell’impatto del genocidio. Possiamo resistere a qualsiasi condizione, ma il massacro in corso è estremamente difficile”. (Israele nega categoricamente di aver perpetrato un genocidio a Gaza, dove Hamas notoriamente si infiltra tra la popolazione civile per usare i suoi membri come scudi umani).
Il Ministero della Salute di Gaza, guidato da Hamas, afferma che finora oltre 65.000 persone nella Striscia sono state uccise o si presume siano morte nei combattimenti, sebbene il bilancio non possa essere verificato e non faccia distinzione tra civili e combattenti. Israele afferma di aver ucciso oltre 22.000 combattenti in battaglia fino ad agosto e altri 1.600 terroristi all’interno di Israele durante l’attacco del 7 ottobre, in cui migliaia di terroristi hanno massacrato circa 1.200 persone, la maggior parte civili, e ne hanno rapite 251 nella Striscia di Gaza.
Abu Ramadan, che rimane a Gaza insieme alla stragrande maggioranza dei firmatari della lettera, ha chiarito: “Nonostante tutto, resteremo e non lasceremo la Striscia. Non accetteremo l’espulsione. Siamo radicati nel luogo in cui ci troviamo”.
Firmatari: Questa è una guerra unilaterale
Abu Ramadan ha spiegato che i firmatari hanno scelto di scrivere a Trump ora perché ritengono che il mondo non abbia capito cosa stia realmente accadendo a Gaza.
“La gente pensa che si tratti di uno scontro tra eserciti. Quello che sta accadendo è una distruzione organizzata e totale di ogni aspetto della vita nella Striscia di Gaza. Proprio come hanno distrutto Rafah e Khan Younis, ora stanno distruggendo Gaza City.”
“Questa è una guerra unilaterale contro i civili, e utilizza tecnologie avanzate e disumane. C’è differenza tra un soldato e un robot“, ha detto, riferendosi ai veicoli telecomandati pieni di esplosivo che le IDF hanno schierato a Gaza per far saltare in aria gli edifici.
“Non c’è battaglia. La resistenza [Hamas e altri gruppi armati a Gaza] non è presente”, ha detto telefonicamente al Times of Israel Saif al-Din Odeh, un economista di Gaza che in precedenza ha lavorato presso l’Autorità Monetaria dell’Autorità Nazionale Palestinese. Odeh ha lasciato la sua casa a Gaza City solo una settimana fa, mentre le forze israeliane avanzavano per conquistare la città.
“L’esercito ha colpito il tetto della casa in cui vivevamo la mattina presto; l’ultimo piano è stato colpito e siamo fuggiti. Se ci fosse stata vera resistenza, la città sarebbe stata sgomberata entro due settimane? L’esercito avrebbe avuto la possibilità di inviare robot e bombardare le case?”.
Odeh ha espresso profonda preoccupazione per il proseguimento dell’offensiva israeliana nella città di Gaza, anche se per un breve periodo.
“Se i bombardamenti continuano così, entro un mese non rimarrà in piedi una pietra. E dopo, la città non sarà più abitabile. È questo l’obiettivo? Con la scusa di Hamas? Non c’è Hamas, non c’è resistenza, niente. Forse due o tre persone – questo non è quello che si chiama uno scontro militare.”
Odeh ha affermato di aver sollevato la questione personalmente con l’imprenditore palestinese Bashara Bahbah, uno dei mediatori nei colloqui con Hamas: “ho chiesto personalmente al dottor Bashara: questo non può andare avanti, nemmeno per poche ore. Ogni ora distruggono centinaia di case che non hanno nulla al loro interno. Ci deve essere un blocco – non sto nemmeno dicendo di fermare le uccisioni – ma un blocco della distruzione in atto. Poi si possono avviare negoziati. Congelare per due, tre, quattro giorni e lasciare che i politici parlino”.
L’economia di Gaza è crollata
Molti dei firmatari della lettera sono esperti economici e hanno una visione più acuta del collasso finanziario nella Striscia. Abu Ramadan ha accusato Israele di alimentare la corruzione e il caos attraverso le sue politiche.
“Incoraggia la corruzione perché consente a un numero limitato di commercianti di importare merci a prezzi elevati, e il caos perché protegge i saccheggiatori nelle aree sotto il suo controllo e li incoraggia ad attaccare spedizioni di beni privati o umanitari. Questo sta causando aumenti folli dei prezzi”, ha affermato, stimando che l’iperinflazione a Gaza abbia raggiunto il 900%.
“I prezzi sono nove volte più alti rispetto a prima della guerra. Oltre il 70% della popolazione non ha lavoro. Del 30% che ce l’ha, lavora nel settore dei servizi – soprattutto nel settore sanitario – con salari bassissimi. Non c’è denaro contante; Israele si rifiuta di far entrare nuove banconote a Gaza” … “non c’è più un’economia palestinese a Gaza. È finita. C’è stata la completa distruzione del settore imprenditoriale e dell’agricoltura”.
Prima della guerra, i terreni agricoli di Gaza fornivano cibo ai residenti, in parte destinato all’esportazione, principalmente frutta e verdura. Ma Odeh ha affermato che il ritorno a tali condizioni dopo la guerra richiederà un risanamento ambientale: “il terreno ha bisogno di essere purificato. Decine di migliaia di esplosivi si sono infiltrati nel terreno, rendendolo avvelenato”.
Il sindaco Al-Sarraj ha dichiarato di rimanere nella Striscia nonostante la battaglia per la città.
Ha descritto la distruzione ovunque: “Camminando per la città, si vede la devastazione negli edifici residenziali, commerciali e culturali, negli ospedali, nelle scuole, nelle università, nelle chiese, nelle moschee: tutto è stato colpito. Anche le infrastrutture sono state distrutte: oltre il 75% dei pozzi d’acqua è stato spazzato via e molti altri sono inaccessibili. Anche gli impianti di depurazione delle acque reflue, le reti idriche e di drenaggio sono stati colpiti. In breve, la distruzione ha raggiunto ogni struttura e ogni quartiere”.
Tutti contro Hamas
Sebbene la lettera in sé non menzioni Hamas, alcuni dei firmatari si sono espressi duramente contro il movimento in privato.
Marwan Tarazi, uomo d’affari e presidente del CdA del Gaza College – la più antica scuola privata dell’enclave, fondata nel 1942 – ha dichiarato al Times of Israel:
“Hamas è un’organizzazione terroristica, non abbiamo alcun legame con essa, quindi perché uccidere così tante persone qui?” … “credetemi, tutti in piazza ora sono contro Hamas” … “se chiedete a chiunque a Gaza, vi diranno che sono contro Hamas. Non è nostra tradizione fare quello che è successo il 7 ottobre. Dobbiamo vivere in pace con Israele, con gli ebrei“.
“Bambini, di uno e due anni, sono stati cancellati dalla mappa” ha detto Odeh con rabbia. “Decine di migliaia sono stati distrutti. A me, cosa importa delle fazioni [i gruppi armati nella Striscia]? Che vadano all’inferno tutte le fazioni”.
Gli autori della lettera hanno affermato di non essere affiliati ad alcuno schieramento politico palestinese, ma Abu Ramadan ha sottolineato che, a suo avviso, l’OLP e l’Autorità Palestinese sono le autorità supreme e la via più probabile per raggiungere la pace con Israele.
Sebbene la lettera non delineasse un piano dettagliato e ordinato per il giorno dopo la guerra, Abu Ramadan ha esposto la sua visione: “chiediamo una soluzione a due Stati, una pace globale e giusta” … “l’Autorità Nazionale Palestinese ha certamente un ruolo in questa visione, nell’immediato o tra un anno o due: tutto è aperto alla discussione”.
Con una risata amara Tarazi ha aggiunto “dobbiamo tirare un sospiro di sollievo … Quello che è successo a Gaza è troppo, è troppo” e ha sottolineato che la rimozione di Hamas dalla Striscia è una delle sue massime priorità per il giorno dopo la guerra. “La cosa più importante ora è che la guerra finisca, e in secondo luogo che Hamas se ne vada”.
Il sindaco Al-Sarraj ha quindi concluso considerando he “la società di Gaza aspira generalmente a vivere in pace, senza blocchi, con frontiere aperte e senza restrizioni alla circolazione di persone e merci … nessuno vuole che la guerra continui”.
Articolo cortesemente concesso da The Times of Israel.
La versione originale a questo link
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LA SOCIETÀ PALESTINESE
Hamas è meravigliosa:
Ahmed Fouad Alkhatib commenta Francesca Albanese
Victor Magiar
«Hamas è meravigliosa: Francesca Albanese, la funzionaria delle Nazioni Unite che è diventata la beniamina della comunità pro-Palestina, sta degradando sé stessa, le Nazioni Unite, i diritti umani e tutto ciò che è ragionevole pubblicizzando Hamas come se fosse una mera entità politica semplicemente incompresa».
Con queste parole Ahmed Fouad Alkhatib, gazawo e cittadino statunitense, commenta le dichiarazioni e l’azione di Francesca Albanese che, a suo dire, avrebbe «assecondato la narrativa terroristica di Hamas» affermando fra l’altro che «l’organizzazione costruiva scuole ed era semplicemente un “organismo amministrativo” quando, in realtà, nulla a Gaza dopo il ritiro degli insediamenti israeliani nel 2005 è stato costruito dalla branca dei Fratelli Musulmani [n.d.r. Hamas]»
Alkhatib rincara la dose: «peggio ancora, Albanese ripete la terribile narrativa fuori dalla realtà, ironicamente sostenuta anche da molte voci antipalestinesi, secondo cui il gruppo terroristico sarebbe stato “eletto” e sarebbe quindi in qualche modo legittimo, quasi vent’anni dopo le famigerate elezioni del 2006. Gli inizi di Hamas risalgono alla creazione di cliniche locali, strutture di assistenza sociale e strutture educative su piccola scala, rivolte ad un ristretto gruppo di persone. Tutto ciò è stato ingigantito da accademici incompetenti ed “esperti” ignoranti che vogliono dipingere Hamas come un fenomeno sociale oltre che terroristico e militante».
Ahmed Fouad Alkhatib, che è direttore della ONG Realign For Palestine (un progetto dell’Atlantic Council, che “amplifica le voci pragmatiche che sostengono molteplici verità, sostengono la sovranità palestinese e rifiutano la violenza e l’estremismo”) analizza poi l’effetto sul sistema ONU e sul mondo delle ONG: «ciò che Albanese afferma è la dimostrazione del perché gran parte delle Nazioni Unite non siano più rispettate sulla scena globale».
«Ecco perché» spiega Alkhatib «i diritti umani non sono più rispettati come ambito, dato che numerose organizzazioni e agenzie sono interessate solo alle violazioni israeliane dei diritti umani del popolo palestinese, e non alle azioni orribili di un esercito terrorista che è come l’ISIS per la sua mancanza di rispetto verso i principi fondamentali dei diritti umani».
«Ecco perché l’UNRWA non è più considerata attendibile, perché si è lasciata infiltrare e utilizzare da Hamas e dagli agenti terroristici a Gaza, invece di opporsi e rifiutarsi di diventare uno strumento nell’arsenale dell’organizzazione».
«Ecco perché» insiste Alkhatib «ampie fasce della cosiddetta “comunità per i diritti umani” sono ridicole, perché hanno protetto Hamas e si sono rifiutate di denunciare le torture, le sparatorie, le esecuzioni, gli abusi e le violazioni del gruppo a Gaza, perché hanno scelto di essere attivisti invece che veri professionisti dei diritti umani, e perché hanno scelto di essere strumenti nelle loro attività antisraeliane invece di concentrarsi su una missione più grande e sacra che non conosce confini».
Dopo essersela presa con Albanese e il sistema ONU e ONG, Alkhatib – che sui social si autodefinisce “orgoglioso americano di Gaza City; pro-Palestina e anti-Hamas/violenza; pro-Pace/Coesistenza”- da vero militante si rivolge ad altri militanti, cioè a quelli che lui definisce «borghesi occidentali di sinistra, che non hanno mai sperimentato la vita sotto regimi islamisti, terroristici e autoritari, che non sono portavoce credibili dei diritti umani e che non dovrebbero essere presi sul serio quando fingono di sapere di cosa stanno parlando. Francesca Albanese è solo la rappresentazione di un sintomo molto più ampio. Lei e orde di attivisti e voci come la sua devono essere evitate, affrontate e isolate per perseguire un percorso pragmatico».
In conclusione Alkhatib sintetizza il suo pensiero in alcuni semplici slogan:
«liberare la Palestina dal complesso industriale “pro-Palestina”
– liberare Gaza da Hamas
– liberare i palestinesi dagli attivisti occidentali
– liberare i cittadini di Gaza dai “pro-resistenza”
– liberare i cittadini di Gaza dalle voci pro-Hamas».
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LA SOCIETÀ PALESTINESE
Cosa significa essere pro-Palestina:
la Piattaforma pro-Palestina di Ahmed Fouad Alkhatib

Qui di seguito la piattaforma pro-Palestina
proposta da Ahmed Fouad Alkhatib,
direttore della ONG Realign For Palestine,
un progetto dell’Atlantic Council
(le parole evidenziate in grassetto a cura dell’Autore)
Sono appassionatamente, inequivocabilmente e senza esitazione, un sostenitore delle giuste e urgenti aspirazioni del popolo palestinese all’autodeterminazione, alla liberazione, alla sovranità e alla sicurezza.
Sono cresciuto a Gaza, dove ho subito violenze e bombardamenti israeliani, incluso un incidente che mi ha quasi ucciso e mi ha causato una permanente compromissione dell’udito; la mia famiglia è ancora a Gaza e ha subito dozzine di morti durante quest’ultima guerra; i miei nonni sono stati espulsi dalle loro terre ancestrali nel 1948 e sono fuggiti nella Striscia di Gaza; e i miei genitori sono cresciuti in un campo profughi a Rafah negli anni ’50.
Questo background mi informa e mi influenza e spiega perché mi preoccupo della questione palestinese e mi considero pro-Palestina.
Sono motivato da un sincero desiderio di vedere il mio popolo ottenere i suoi diritti legittimi e innegabili, che non ha avuto per decenni.
Eppure io, e molti altri, specialmente quelli che tacciono o sono costretti a tacere, facciamo fatica a trovare una casa politica nel movimento pro-Palestina di oggi.
Sempre più spesso, sembra che l’attivismo pro-Palestina sia dominato da massimalisti (che vogliono tutta la Palestina storica e altre posizioni e approcci a somma zero), voci guidate da slogan e narrazioni.
C’è una mancanza di capacità pragmatica e umanistica di sostenere più verità contemporaneamente e di sostenere posizioni e punti di vista sfumati e ricchi di colori che non sono rappresentazioni e comprensioni in bianco e nero del conflitto israelo-palestinese.
Ecco cosa, per me, comporta una piattaforma pro-Palestina efficace e significativa:
- Sostenere il diritto dei palestinesi a uno Stato sovrano e indipendente che viva in pace fianco a fianco con Israele.
- Condannare le azioni, le politiche, le priorità e le decisioni del governo israeliano che uccidono, danneggiano, minano o opprimono il popolo palestinese.
- Criticare e denunciare la conduzione della guerra a Gaza, l’occupazione militare in Cisgiordania e il disprezzo del governo israeliano per le vite dei civili palestinesi e la distruzione di proprietà e città.
- Rifiutare, denunciare ed esporre il furto di terre palestinesi in Cisgiordania e l’estesa impresa degli insediamenti e la violenza dei coloni.
- Sostenere sanzioni mirate, specifiche ed efficaci contro individui, gruppi ed entità che consentono l’occupazione ingiusta e illegale della Cisgiordania e danneggiano i civili palestinesi.
- Denunciare e combattere la disumanizzazione del popolo palestinese o la negazione della sua esistenza come popolo con il diritto di vivere sulla terra che ha chiamato casa per generazioni.
- Riconoscere la tragedia vissuta da centinaia di migliaia di palestinesi sfollati dal 1948 e dare a loro, ai loro discendenti, il diritto di tornare alle terre di un futuro stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
- Comprendere gli errori passati e contemporanei che hanno fatto arretrare il popolo palestinese di decenni e lo hanno reso pedine di ideologie e programmi, agende e progetti geopolitici.
- Sviluppare un quadro pragmatico e realistico per riconoscere l’esistenza di Israele, il diritto di esistere e l’inevitabilità della sua continua esistenza, tutto ciò dovrebbe informare il modo in cui viene affrontata una soluzione.
- Rinunciare agli elementi deliranti e distruttivi della narrazione palestinese e riconoscere che non ci sarà una piena liberazione di tutta la Palestina, non ci sarà il diritto al ritorno in quella che ora è la terraferma israeliana e che Israele non può e non deve essere affrontato militarmente o attraverso qualsiasi forma di violenza.
- Promuovere un cambiamento culturale lontano dalla retorica rivoluzionaria, dal martirio e dalla resistenza armata e, invece, riproporre la coesistenza e la pace come un’evoluzione coraggiosa e necessaria per preservare le vite, le terre e il patrimonio palestinesi e promuovere una nuova generazione di costruttori di nazioni che si concentrano sul fare il massimo con ciò che i palestinesi hanno attualmente e possono avere in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
- Denunciare e rifiutare l’antisemitismo, riconoscendo al contempo che i sionisti e gli israeliani sono un gruppo/popolo eterogeneo e che i palestinesi devono collaborare con tutti questi segmenti per avere una coesistenza e una pace sostenibili.
- Comprendere come la retorica, le azioni e gli errori violenti/odiosi siano dannosi perché rafforzano le forze di destra ed estremiste in Israele che si oppongono ai diritti dei palestinesi e che errori persistenti e retorica e proclami incendiari erodono il sostegno al popolo palestinese e alla causa.
- Riconoscere l’agentività, la responsabilità e la affidabilità palestinese quando si intraprendono azioni che hanno conseguenze e risultati negativi e riconoscere che, sebbene esista un’asimmetria delle dinamiche di potere, i leader palestinesi, i gruppi politici e le figure di spicco dovrebbero fare scelte razionali e responsabili per ottimizzare le prospettive migliori.
- Accettare che anche con Gerusalemme Est come capitale di un futuro stato palestinese, l’accesso ai luoghi santi debba sempre essere condiviso e aperto a tutti.
- Rendersi conto di come attori regionali nefasti, come la Repubblica islamica dell’Iran e i suoi delegati, non siano alleati sinceri o utili per il popolo palestinese e abbiano causato così tanti danni all’intera regione e alla causa palestinese.
- Sviluppare la capacità di ascoltare le prospettive e le lamentele ebraiche, storiche e contemporanee, per capire perché i sostenitori pro-Israele credono in ciò che credono e perché Israele significa così tanto per così tanti, anche se non si è d’accordo con quelle opinioni e punti di vista.
- Comprendere che Hamas ha imprudentemente messo in pericolo le vite dei palestinesi e ha messo il popolo di Gaza in grave pericolo e che il gruppo si affida alla sofferenza palestinese come parte della sua strategia per delegittimare Israele a livello globale, perpetuando al contempo il conflitto senza alcuna risoluzione significativa.
- Registrare i pericoli della retorica e dell’ideologia islamista che cerca di islamizzare la società palestinese e di trasformare il progetto nazionale palestinese in un progetto religioso alla ricerca di uno stato islamico che, per impostazione predefinita, sarà esclusivo e incapace di accogliere i diversi residenti in un futuro paese palestinese.
Sono costretto a condividere quanto sopra perché, per troppe persone, l’attivismo pro-Palestina è stato ridotto a un linguaggio incendiario che non riesce a catturare le molteplici parti in movimento di ciò che è necessario per far avanzare le giuste e urgenti aspirazioni palestinesi alla libertà e all’indipendenza.
Sebbene molti studenti, attivisti, sostenitori, accademici e analisti abbiano il cuore al posto giusto, molti non possono presentare idee valide e pragmatiche che non siano semplici dichiarazioni retoriche e slogan vuoti.
So che molti non sono d’accordo con le mie vedute e opinioni, e va benissimo.
Tuttavia, molti altri sono ansiosi di vedere una ricalibrazione dell’attivismo pro-Palestina per aiutare effettivamente i palestinesi a raggiungere lo status di stato invece di infiammare la divisione e promuovere l’ostilità nei confronti dei sostenitori di Israele e della comunità ebraica.
Molti in Palestina sono consapevoli della necessità di essere pragmatici e non pensano che proteste arrabbiate, BDS, antisemitismo, infinite lezioni accademiche, attivismo sui social media o “slogan appaganti” faranno effettivamente la differenza.
È tempo di un movimento pro-Palestina ringiovanito che funga da grande tenda per comprendere molteplici punti di vista e opinioni e per invitare e promuovere ampie alleanze, soprattutto con le comunità ebraiche e israeliane tradizionali, per lavorare verso una soluzione giusta e sostenibile del conflitto una volta per tutte.
Questo è del tutto raggiungibile e realizzabile con umiltà, civiltà, pazienza, compassione e gentilezza, perseveranza e determinazione, la volontà di accettare compromessi e accomodamenti ragionevoli e, soprattutto, il riconoscimento dell’umanità innegabile e reciproca di entrambe le parti.
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LA SINISTRA ITALIANA
Francesca Albanese:
il Rapporto di un’attivista e militante politica
Alberto Cuevas
Ho letto con molta attenzione il Rapporto presentato da Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, dal titolo “From the Economy of Occupation to the Economy of Genocide”.
Il documento analizza l’evoluzione dell’occupazione israeliana in Palestina “come progetto coloniale, alimentato e sostenuto da un ampio apparato economico-industriale” che, dopo ottobre 2023, ha raggiunto un nuovo stadio, quello cioè della “economia del genocidio”.
Secondo la Albanese “sono troppe le entità aziendali che hanno tratto profitto dall’economia israeliana dell’occupazione illegale, dell’apartheid e ora del genocidio”.
Il suo Rapporto è un atto d’accusa basata non su prove o giudizi legali, ma su un ragionamento ideologico che associa genericamente la fornitura di tecnologie, saperi o mezzi di produzione alla responsabilità diretta per le azioni dello Stato israeliano.
Nel Rapporto non si trova alcuna menzione del fatto che lo Stato di Israele nacque nel 1948 e venne riconosciuto dall’ONU, in un territorio che già vedeva la presenza ebraica millenaria, con una proposta di spartizione accettata dagli ebrei e respinta da tutti gli Stati arabi.
Il Rapporto non cita violazioni specifiche, non produce prove documentali, né si fonda su strumenti giuridici come lo Statuto di Roma, le Convenzioni di Ginevra, i vari Accordi di pace o i Principi Guida su Imprese e Diritti Umani.
Ho dedicato molto tempo a cercare e verificare le fonti che sostengono tante affermazioni false, travisate o distorte.
Le principali fonti che utilizza provengono da ONG, tutte dichiaratamente ostili a Israele, nessuna delle quali presenta a sua volta, le fonti primarie delle proprie affermazioni.
Il rapporto allora si autoalimenta e appare come un continuo rimandare nelle sue note a fonti che tali non sono.
È soprattutto un documento ideologico che presenta l’intera economia israeliana come “genocida” criminalizzando così lo Stato d’Israele senza alcuna distinzione tra Stato, governo, cittadini, imprese, alimentando in questo modo un odio indistinto e generalizzato.
È documento falso dal punto di vista storico in quanto vede il progetto sionista fin dai primi anni del 900 come un’“impresa coloniale aziendalizzata”.
Tale progetto si concretizza poi con la creazione d’Israele e con la successiva Nakba del 1948. Tutto ciò costruito attraverso una narrativa ininterrotta di occupazione, violenza e pulizia etnica. Israele così rappresenta la peggiore forma di colonialismo.
La non conoscenza, l’ignoranza storica dei fenomeni che hanno caratterizzato la costruzione dello Stato d’Israele, l’origine delle varie guerre è davvero sorprendente.
Non solo, il rapporto dell’Albanese è chiaramente parziale e fazioso anche sotto il profilo giuridico. Nella sua narrazione, il Diritto Internazionale Umanitario viene piegato a una lettura ideologica e selettiva che nuoce e pregiudica la sua funzione.
Non solo, nel Rapporto il Diritto Internazionale viene snaturato, falsato o ridotto a strumento ideologico. Il Diritto Internazionale prevede chiaramente che la parte che utilizza scudi umani sia considerato corresponsabile delle perdite civili che derivano da attacchi diretti a obiettivi militari.
Nel suo rapporto, la relatrice sorvola ed esclude intenzionalmente qualsiasi analisi della condotta di Hamas, un attore armato, terrorista che fa scempio di ogni regola.
Ignora l’uso sistematico di scudi umani; il richiamo al martirio e ai sacrifici umani, tutto ciò attraverso la commistione deliberata fra combattenti e civili.
E ignora anche l’evidenza dimostrata ampiamente da organismi terzi, e cioè l’installazione di arsenali, centri operativi e di comando militare nelle scuole, moschee, ospedali, etc.
La Albanese dimentica che è una funzionaria internazionale il cui obbligo primario è la terzietà, l’imparzialità, il rigore nei contenuti, nei metodi e nel linguaggio e, devo dirlo con chiarezza, è ampiamente carente e inadeguata in tutti questi aspetti.
Il Codice di Condotta delle Nazioni Unite per i titolari di mandati speciali impone neutralità, imparzialità, rispetto dei limiti territoriali e tematici del mandato e il divieto di commenti personali non supportati da sentenze o prove chiare e verificabili.
La Albanese, invece, ha dimostrato non solo con questo Rapporto ma anche in documenti precedenti, di travalicare ogni confine agendo più come una attivista e come una militante politica.
Sono molte le sollecitazioni rivolte inutilmente alla Albanese perché condannasse in modo chiaro e inequivocabile le atrocità commesse da Hamas. Gli stupri, i rapimenti, l’uccisione deliberata di civili israeliani, l’uso di bambini palestinesi come scudi umani.
Ha scelto, consapevolmente, di non scrivere una sola riga su bambini israeliani bruciati vivi, sugli ostaggi, sulle famiglie spezzate.
Ha scelto di non citare mai “il 7 ottobre”.
Ha scelto di non scrivere mai la parola Hamas.
Questi silenzi equivalgono a una presa di posizione ben precisa e riconosciuta.
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LA SINISTRA ITALIANA
L’appello dei 44
Fernando Liuzzi
Almeno a livello mediatico, questa storia comincia ai primi di agosto. Per essere precisi, martedì 5. Quel giorno, sul sito on line del Gruppo parlamentare Pd della Camera dei Deputati (deputatipd.it), compare una dichiarazione contraddistinta da un titolo piuttosto forte: “Boldrini: ‘No alla partita di calcio Italia-Israele’”.
“Come ha giustamente affermato più volte il collega Mauro Berruto – scrive Boldrini – la partita Italia-Israele, valida per la qualificazione ai mondiali di calcio e prevista per il prossimo 14 ottobre, non dovrebbe disputarsi e Israele dovrebbe essere escluso dalle competizioni sportive internazionali a causa del genocidio in corso a Gaza.”
Dopo aver ricordato i casi di precedenti esclusioni da tali competizioni, come quelli relativi alla Russia, a causa dell’invasione da essa compiuta nei confronti dell’Ucraina, o del Sudafrica dell’apartheid, Boldrini sostiene che “gli organismi sportivi internazionali non possono usare due pesi e due misure”. Aggiungendo poi: “Nel malaugurato caso che ciò accadesse, rivolgiamo un appello alla Federcalcio perché in quella giornata la nazionale azzurra dia almeno un segnale chiaro e inequivocabile di condanna del massacro e di vicinanza al popolo palestinese”.
Una settimana dopo, e cioè mercoledì 13 agosto, viene pubblicato un più ampio appello firmato dal citato Mauro Berruto, responsabile Sport del Pd, e da altri 43 parlamentari dello stesso partito, eletti chi alla Camera, chi al Senato e chi al Parlamento Europeo. Titolo: “Appello di 44 Parlamentari Pd: ‘Sospendere Israele da competizioni sportive internazionali’”.
L’argomento, praticamente è lo stesso, ovvero l’auspicata esclusione di Israele dalle competizioni sportive internazionali. Rispetto al testo boldriniano vi sono, però, almeno tre differenze.
La prima differenza è la scomparsa del riferimento esplicito all’incontro di calcio fra la nazionale italiana e quella israeliana che dovrà giocarsi in Italia, come si è detto, il prossimo 14 ottobre. Un riferimento che, forse, è stato considerato come, quanto meno, impopolare.
La seconda differenza consiste nella scelta di non far proprio il termine “genocidio”, usato invece dall’on. Boldrini. Una non assunzione che evita dibattiti, quanto meno, faticosi e viene però compensata dal ricorso a espressioni meno esplicite, ma non certo più morbide. Infatti, nel comunicato si dice che “lo sport non può restare neutrale di fronte a una politica di annientamento” e che “da quasi due anni, la Striscia di Gaza è teatro di uno sterminio”. Il termine genocidio ricompare però più avanti, nel testo dell’appello, in riferimento alle accuse prese in considerazione dalla Corte Internazionale di Giustizia per avviare un’inchiesta contro Israele.
La terza differenza consiste in un ampliamento dello scopo politico dell’iniziativa. Scopo che non resta più circoscritto all’annunciato incontro calcistico ma, come ha scritto lo stesso 13 agosto l’agenzia Adn Kronos, “riguarda tutte le discipline sportive”. Ciò che dunque l’appello si propone, è di “chiedere ai membri italiani del Comitato Olimpico Internazionale, al presidente del CONI”, Luciano Buonfiglio, “e al presidente della FIGC”, Gabriele Gravina, “di farsi portavoce, presso CIO, FIFA e UEFA, della sospensione di Israele da tutte le competizioni sportive internazionali”.
Ricostruita, almeno per sommi capi, la storia di quello che viene ormai chiamato come l’appello “dei 44”, siamo forse giunti al punto in cui può essere lecito avanzare qualche considerazione.
Prima considerazione. Alla base dell’appello dei 44 c’è un errore concettuale. Ovvero l’idea che sia possibile svolgere un ragionamento politico, volto a motivare un’azione politica, tenendosi al riparo dalla politica. Per essere più espliciti, in primo luogo, ci si appella ai dirigenti di alcune importanti strutture preposte allo sport sul piano nazionale, come su quello internazionale, affinché le strutture da loro guidate assumano delle decisioni politiche.
Ma poiché non si vuole mischiare un qualcosa che dovrebbe essere universale, come lo sport, a un qualcosa di cui si teme la potenzialità divisiva, come la politica, si costruisce un discorso che dovrebbe reggersi su un terreno etico (bene contro male), con qualche puntello preso a prestito da una dimensione giuridica piuttosto incerta, come – almeno attualmente – è quella del diritto internazionale.
Accade così, tanto per fare un esempio, che venga citato, come unico villain, il “Governo guidato da Benjamin Netanyahu”, mentre non vengono mai fatti i nomi di Hamas, o del regime degli Ayatollah in Iran o di quello degli Houthi nello Yemen. Così come non viene fatto il minimo cenno agli ostaggi israeliani detenuti a Gaza, né all’opposizione israeliana che si batte da molti mesi contro le scelte del suddetto Governo. In assenza di un’analisi politica – che non viene fatta, io penso, appunto perché sarebbe inevitabilmente divisiva -, l’appello non riesce a spiegarci a cosa dovrebbe servire la “sospensione di Israele (si noti: dello Stato di Israele tutto intero, e non del suo Governo) da tutte le competizioni sportive internazionali”. La prima vittima dell’appello sottoscritto dai 44 parlamentari è dunque la politica intesa come nobile attività che non deve celarsi dietro un qualche velo etico, ma può assumersi le sue responsabilità a viso aperto.
Seconda considerazione. Benché nel testo venga ricordato che “gli albori” dell’esistenza dello sport risalgano “ai tempi dell’antica Olimpia” – il che, aggiungiamo noi, dovrebbe portare con sé anche il conseguente ricordo della pratica della cosiddetta “tregua olimpica”-, agli effetti, appunto, pratici, nel momento stesso in cui l’appello si trasforma in richiesta politica, di questa antica memoria ellenica si perde ogni traccia. Lo sport moderno, inteso come idea, ma anche come insieme di appuntamenti agonistici, finisce dunque per essere la seconda vittima dell’appello. Perché è allo sport che si chiede di smettere di essere sport per diventare soggetto, luogo e strumento di un’azione politica, quanto meno unilaterale (ancorché non chiarita nelle sue motivazioni e nei suoi obiettivi).
Terza considerazione. Nel testo dell’appello dei 44 succede qualcosa di simile a ciò che succede nei testi proposti da anni dal movimento antisraeliano che si autodefinisce come Bds (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni). Un movimento il cui scopo politico è, quanto meno, quello di indebolire (altri direbbero distruggere) lo Stato di Israele. E che, a tale scopo, invita il pubblico dei vari Paesi del mondo a boicottare e sanzionare qualsiasi attività o prodotto israeliani, facendo finta di credere che tutto ciò che c’è in Israele sia qualcosa di ebraico e di sionista.
Ovvero, facendo finta di dimenticarsi che, tanto per dirne una, dietro a un pompelmo israeliano ci può essere il lavoro di almeno un cittadino arabofono. O, nel nostro caso, facendo finta di dimenticarsi che in ogni squadra nazionale israeliana possono esserci degli atleti palestinesi, anch’essi cittadini israeliani. Cosa che, a mia memoria, nel caso della nazionale di calcio è già successa più volte. Ecco dunque la terza vittima dell’appello: lo sport agonistico come veicolo di dialogo e integrazione fra le diverse componenti etniche, linguistiche e religiose che formano la società israeliana (ebrei, palestinesi, beduini, drusi, circassi, mussulmani, cattolici, greco-ortodossi e chi più ne ha, più ne metta).
Quarta considerazione. Anche senza voler sopravvalutare l’importanza dell’appello dei 44, bisognerà pur ammettere che c’è qualcuno che potrà trarne un suo profitto, manco a dirlo, politico. Un nome a caso? Beh, proverei a fare quello del già citato Benjamin Netanyahu. Alla sua contrastata presa sull’opinione pubblica israeliana, fa sicuramente gioco la possibilità di descrivere il mondo circostante come una congrega di nemici di Israele. Infatti, a ogni leader nazionalista piace molto rappresentare sé stesso come il grande difensore del suo popolo, solo contro il mondo.
Fin qui, ho cercato di parlare di politica.
Ci sarebbe ora da dire qualcosa sul diritto dei giocatori della nostra nazionale di calcio di affrontare serenamente il loro prossimo impegno internazionale. Un impegno, fra l’altro, importante, in termini di classifica, rispetto al girone eliminatorio che può consentirci o non consentirci di partecipare al prossimo campionato mondiale di calcio. Un girone tutt’altro che facile, come ha mostrato, fra l’altro, proprio il primo incontro con la nazionale israeliana, quello giocato in Ungheria l’8 settembre scorso.
Ma io, fortunatamente, non sono un cronista sportivo.
Sono un tifoso e, come molti tifosi, ho qualche mania scaramantica.
Posso concludere, quindi, solo dicendo: “Forza Azzurri!”.
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LA SINISTRA ITALIANA
La Flotilla Gongo
Bruna Soravia
È forse utile ricordare brevemente che cosa ha preceduto la Freedom Flotilla III o Sumud Flotilla, la missione di propaganda sotto spoglie umanitarie che, dopo avere allestito decine di battelli, è ora in rotta verso Gaza per forzare il blocco navale israeliano.
2008
L’antefatto è dell’estate del 2008, all’inizio di una tregua degli scontri fra Hamas e Israele seguiti alla vittoria elettorale di Hamas del 2006 e alla cacciata dell’ANP da Gaza.
Il Free Gaza Movement, formato da attivisti antisionisti israeliani, americani e inglesi (fra di loro, anche la cognata di Tony Blair) insieme all’International Solidarity Movement a guida palestinese, nato durante la seconda intifada per sostenere la resistenza con tattiche non-violente, organizzarono due battelli di aiuti umanitari da consegnare a Gaza, la Freedom Flotilla, per rompere il blocco navale imposto da Israele ed Egitto.
L’offerta delle autorità israeliane di consegnare il carico per via terrestre fu respinta dagli attivisti, interessati a dimostrare la tesi dell’assedio (uno dei capi del FGM avrebbe raccontato “fin dall’inizio avevamo capito di essere in una botte di ferro. Israele affermava che non c’era assedio ma se ci avessero fermato avrebbero ammesso che l’assedio c’era”). Le navi approdarono così a Gaza e consegnarono il loro carico mentre gli attivisti, contenti del modesto successo mediatico e dell’impasse nella quale avevano costretto le autorità israeliane, furono ricevuti da Ismail Haniyeh (ucciso da Israele nel 2024).
Un secondo tentativo, ugualmente riuscito, condusse a Gaza Mustafa Barghouti, fondatore del partito palestinese di sinistra al-Mubadara, all’epoca sostenitore della resistenza non violenta e oggi vicino al BDS, il quale testimoniò poi dell’interesse mostrato da Hamas per le tattiche degli attivisti.
L’ultima spedizione dell’anno, avvenuta a dicembre dopo la rottura della tregua e l’inizio della campagna militare detta “Piombo fuso”, fu invece intercettata dalla marina israeliana, che speronò le due imbarcazioni e le costrinse a tornare nei porti di partenza.
L’attivista israeliano Jeff Halper, uno dei capi delle missioni del 2008, aveva dichiarato con orgoglio che la rottura dell’assedio poteva essere conseguita solo da comuni cittadini, perché “i governi che perseguono proprie finalità politiche non sono idonei a svolgere questo compito.” Che le cose non stessero proprio così lo dimostrò l’ingresso della Turchia nell’organizzazione delle successive missioni.
2010
La partecipazione turca avvenne attraverso la IHH-Fondazione per i diritti umani e le libertà e per l’aiuto umanitario che, orwellianamente, si definisce una GONGO, ovvero una “organizzazione non governativa organizzata dal governo”, diventata con l’avvento al potere di Erdogan un’agenzia volta a sostenere gli obiettivi egemonici dello stato turco sotto la copertura dell’aiuto umanitario.
Alla base dell’intervento vi fu la nuova offensiva israeliana a Gaza, che aveva spinto la Turchia a rafforzare l’alleanza con il regime di Assad, in un blocco che comprendeva anche Iran e Russia e sosteneva Hamas in funzione antisraeliana.
L’apporto turco alla Flotilla ne cambiò radicalmente organizzazione e tattiche e cambiò anche la reazione di Israele, come dimostrò la missione partita alla fine di maggio 2010.
Sei navi che portavano alcune centinaia di attivisti furono fermate dalla marina militare israeliana al largo di Gaza. Nell’operazione, che incontrò resistenza da parte degli attivisti, i feriti furono diverse decine e le vittime nove (una decima sarebbe morta poco dopo), tutte turche e tutte a bordo della Mavi Marmara, la nave organizzata dallo IHH. Israele affermò allora di avere reagito all’uso delle armi da parte degli agenti IHH, cosa che l’inchiesta delle Nazioni Unite non fu in grado di verificare né di smentire.
L’ “incidente”, che provocò vaste reazioni nell’opinione pubblica mondiale, si chiuse con il risarcimento dei parenti delle vittime da parte di Israele, con un accordo teso a evitare lo scontro aperto fra i due stati.
Due mesi dopo, la Germania mise fuori legge la sezione tedesca dello IHH, con l’accusa di avere raccolto ingenti somme nelle moschee e di averle trasmesse a Hamas.
2011
L’anno successivo, la Turchia si astenne dal partecipare a una nuova Flotilla, lanciata solo da organizzazioni di base, osteggiata dalla comunità internazionale e probabilmente sabotata in partenza.
Fra la fine del 2010 e per tutto il 2011 il Medioriente fu infatti teatro delle cosiddette “primavere arabe”, le insurrezioni popolari che, in vari modi e con attori e obiettivi diversi, contribuirono al crollo dei regimi militari in Tunisia, in Libia e in Egitto, e all’indebolimento degli altri.
er la Turchia fu questo il momento di espandere la sua influenza regionale, appoggiando i movimenti legati alla Fratellanza musulmana, l’organizzazione transnazionale politico-religiosa fondata oltre un secolo fa da Hasan al-Banna, che presero brevemente il potere in Tunisia e in Egitto e minacciarono il regime siriano.
Questo provocò la brusca fine dell’alleanza di Assad con Erdogan, il cui regime avrebbe in seguito offerto, insieme al Qatar, rifugio e assistenza agli esponenti della Fratellanza, come nel caso del gruppo dirigente di Hamas.
Nel corso del quindicennio circa trascorso fra questi eventi e le attuali missioni della Freedom Flotilla, le reti islamiste che si richiamano alla Fratellanza si sono diffuse in tutti i paesi occidentali, parallelamente ad altre organizzazioni antisioniste transnazionali, come il BDS e perfino il FPLP, che ne condividono la strategia entrista.
Sostenute da un attivismo diffuso, veicolato in modo capillare dal social network, o appoggiate a contenitori neutri (reti di soccorso, associazioni culturali e religiose) che ne dissimulano l’intento finale, queste organizzazioni sono oggi infiltrate anche in molte organizzazioni della società civile, in una zona grigia ai margini della legalità che permette ai loro esponenti di agire senza controlli. Questa situazione è stata recentemente descritta in modo dettagliato nel noto rapporto del governo francese sull’islamismo politico in Francia (qui il link).
Queste reti si sono attivate per l’organizzazione delle nuove spedizioni della Flotilla verso Gaza, dopo aver sostenuto e alimentato l’ondata mediatica di odio per Israele e di sostegno per Hamas.
Lo mostra anche da noi, a chi ha dimestichezza con i social, l’esplosione di sigle riferite a Gaza e Palestina, associate con realtà politiche locali e riconducibili al BDS o alla Fratellanza.
2023-2025
Nel nuovo progetto, chiamato Freedom Flotilla III o Sumud Flotilla (dove “sumud” è resistenza nel senso di tenacia, distinta dalla “muqawama”, resistenza armata) poco è stato lasciato all’improvvisazione degli attivisti volontari.
L’attuale iniziativa del settembre 2025 segue i due tentativi di giugno e luglio, entrambi falliti e probabilmente pianificati come balons d’essai per saggiare l’opinione pubblica internazionale e la reazione israeliana. Entrambe le spedizioni contavano poche decine di attivisti e sono state fermate dalla marina israeliana.
Nell’organizzazione meticolosa del contenitore principale (globalsumudflotilla.org) delle sigle numerosissime e opache che compongono la cosiddetta Freedom Flotilla Coalition (FCC), lo IHH, diffuso in tutto il mondo musulmano, figura in modo prominente, e la presenza di Hamas non è più nascosta (fra gli organizzatori, un esponente di Hamas con cittadinanza britannica, Zaher Birawi, ha dichiarato che “La Freedom Flotilla Coalition (FCC) che organizza queste navi non è un ente di beneficenza, ma ha obiettivi mediatici e politici.”).
La grandiosità del progetto (che comprende un tracker per seguire la rotta delle singole imbarcazioni) suggerisce l’opera di uno Stato piuttosto che di un’organizzazione, per quanto strutturata e capillarmente diffusa.
In effetti, la partenza della nuova Flotilla coincide con il peggioramento delle relazioni fra Turchia e Israele sulla questione siriana, e fra gli obiettivi dichiarati della missione (estranei alla sua destinazione umanitaria) vi è la rivendicazione dei giacimenti di petrolio e gas naturale nelle acque al largo di Gaza, riconosciuti internazionalmente a Israele. (come riportato dalla loro piattaforma).
Sembra allora evidente che la finalità della Sumud Flotilla non è consegnare i pochi aiuti che potrebbero essere distribuiti per via terrestre, ma arrivare a forzare il blocco navale durante le principali festività ebraiche, ripetendo una tattica già usata nell’attacco egiziano che iniziò la guerra dello Yom Kippur nel 1973 e negli attacchi del 7 ottobre, e provocando da parte di Israele una reazione che sarebbe amplificata dalla complessa macchina di propaganda allestita in precedenza. Bisogna anche questa volta sperare nella moderazione della risposta israeliana a questa azione ostile, condotta con l’aiuto di volontari in gran parte inconsapevoli.
Una ricostruzione più ampia e dettagliata nell’articolo “La saga della flotilla”
Il Foglio 10 settembre 2025
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LA SINISTRA ITALIANA
Olmert e Al-Kidwa alla Festa Nazionale dell’Unità:
la Sinistra necessaria
Aurelio Mancuso
Il piccolo tour italiano di Ehud Olmert e Nasser Al-Kidwa, rispettivamente già premier di Israele ed ex ministro degli Esteri dell’ANP, che insieme partecipano a incontri di confronto sul conflitto mediorientale, per portare all’attenzione il loro piano di pace, ha fatto tappa a metà settembre anche alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia.
Diverse centinaia di persone hanno seguito con grande attenzione, una serata cui hanno partecipato anche Romano Prodi, Gad Lerner e Lucia Goracci in veste di conduttori e, Beppe Provenzano responsabile per la segreteria nazionale del Pd del dipartimento esteri ha introdotto il dibattito. Le date italiane dei due statisti sono state occasione di polemiche feroci, soprattutto a Napoli, il sindaco sollecitato dalla maggioranza di centrosinistra e grillina, ha ritirato il patrocinio a una conferenza in cui le due personalità avrebbero dialogato con giornalisti e politici italiani. Nella serata reggiana, ad eccezione di uno sparuto gruppo di contestatori di Olmert, che non ha ricevuto alcun sostegno dall’uditorio, e presto ha abbandonato la sala, il clima è stato quello delle grandi occasioni politiche.
Romano Prodi, come sempre efficace e lucido, ha tracciato un quadro assai complicato rispetto alla possibilità che il conflitto possa esser presto superato; l’ONU e la UE sono molto deboli, solo gli USA hanno la forza di imporre un cessate il fuoco e un avvio di un percorso di pace e ricostruzione, ma la leadership di Trump non è affidabile, è sempre ondeggiante e ambigua.
Da Ehud Olmert e Nasser Al-Kidwa, si sono potuti udire ragionamenti tutti tesi ad affrontare un futuro complesso e incerto, tenendo in conto un presente contrassegnato da una “catastrofe” (termine usato da Olmert e ripreso per tutta la serata anche dai suoi interlocutori).
Da tempo i due politici girano il mondo, incontrano capi di Stato, premier, leader religiosi (tra cui Papa Francesco), per illustrare il loro piano di pace: cessate il fuoco immediato, rilascio degli ostaggi israeliani ancora prigionieri di Hamas unitamente al contestuale rilascio di un numero concordato di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, ripresa di trattative per la costituzione di due stati separati e in pace tra loro.
Incalzati dalle domande di Gad Lerner e Lucia Goracci (forse un po’ troppo preoccupati di proporre una posa polemica che attraversa l’Occidente progressista), Olmert e Al-Kidwa non hanno concesso nulla alla demagogia, nominando con precisione ogni errore, colpa, omissione da parte dei protagonisti e delle potenze che potrebbero incidere; per esempio, un’Europa incapace di mettere in campo un’azione unitaria e convincente. Il padrone di casa, Beppe Provenzano, che ha introdotto l’incontro, ha ammesso, e questo è un punto politico centrale, che il Partito Democratico avrebbe dovuto essere più pronto, anche prima del 7 Ottobre nel promuovere il sostegno di chi tra israeliani e palestinesi si oppone al governo di Bibi e ad Hamas.
È quindi indispensabile promuovere le voci della diplomazia e del confronto. Le piazze, comprensibilmente, continueranno a riempirsi, tra tanti militanti di sinistra genuinamente a favore della fine del conflitto, trovano spazio esigue frange di esagitati, che usano l’immane tragedia di Gaza, non per chiedere pace e giustizia per il popolo palestinese, ma per aumentare avversione e persino odio.
L’occasione del confronto ha fatto comprendere come dentro il Partito Democratico, pur non essendo nascosta qualche simpatia anche verso alcune esasperazioni, si è coscienti che il Pd o favorisce il dialogo e l’equilibrio, oppure viene meno la funzione di formazione che aiuta l’assunzione del conflitto per risolverlo.
Olmert e Al-Kidwa hanno insistito, che il loro impegno può avere concretamente successo, se le opinioni pubbliche e le istituzioni internazionali, crederanno fermamente che una soluzione sia inderogabile. Le due risoluzioni recentemente approvate dall’Assemblea generale dell’ONU e dal Parlamento Europeo vanno nella giusta direzione.
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Sinistra per Israele a confronto su Europa, guerra e antisemitismo:
un’iniziativa densa e partecipata
Valentina Caracciolo
Due ore di confronto e discussione, più di dieci interventi dal pubblico presente, oltre cento partecipanti: sono i numeri dell’iniziativa promossa dalla sezione romana di Sinistra per Israele-Due popoli due Stati lo scorso 25 settembre presso la Rappresentanza della Commissione europea.
Un evento moderato egregiamente dalla giornalista Flavia Fratello, che non ha mancato di evidenziare i temi principali che agitano in questi mesi e in queste settimane il dibattito pubblico sul conflitto a Gaza, ma anche le posizioni, a volte troppo deboli a volte incomprensibili, dell’Europa e della sinistra, italiana ed europea.
Al centro, il peggioramento progressivo del clima che circonda non solo il governo di Israele ma anche chi – cittadini di tutto il mondo di religione ebraica, cittadini israeliani, persone che non smettono di essere vicine a Israele – non si sente di far parte di chi discute “tifando” ma cerca il dialogo e la discussione basata sull’analisi e sui fatti.
A rispondere alle sollecitazioni di Flavia Fratello e dei partecipanti presenti, Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo con delega alla Memoria e al contrasto all’antisemitismo, ed Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele-Due Popoli due Stati. Un confronto intenso, appassionato, che ha messo sul tavolo gli elementi fondamentali della situazione di Israele e mediorientale, sullo sfondo l’antisemitismo di ritorno camuffato (anch’esso fenomeno molto grave) da antisionismo.
“Vogliamo avere uno sguardo che guardi a tutti, perché guardare da una sola parte non aiuta la pace, non aiuta il dialogo che è il nostro obiettivo; vogliamo usare parole oltre la violenza, oltre il conflitto, parole che siano di pacificazione: concetti che non vanno per la maggiore ma noi non rinunceremo mai a questo compito”. Così Aurelio Mancuso, coordinatore di SxI Roma ha aperto l’incontro, sottolineando i fatti che hanno caratterizzato nella Capitale gli ultimi giorni: tra questi, l’esposizione sulla facciata del Campidoglio della bandiera palestinese, atto “corretto”, grazie alla presa di posizione di Sinistra per Israele e per l’intelligente intervento del Sindaco Gualtieri, con l’esposizione del fiocco giallo che ricorda che ancora nelle mani di Hamas ci sono gli ostaggi israeliani. L’apertura dell’incontro è stata preceduta da un ricordo del nostro Guido Laj, mancato il 12 agosto scorso a causa di una brutta malattia.
Uno Stato di Israele, da sempre celebrato come l’unica democrazia nell’area mediorientale, verso la deriva dell’autocrazia a causa di un governo “criminale”: questo il punto centrale dell’intervento di Pina Picierno che ha sottolineato anche la cessione, in qualche modo, di responsabilità, o comunque la presa di responsabilità tardiva dell’Europa; evidenziando anche, però, due elementi nuovi nell’attuale drammatica vicenda cui stiamo assistendo: la “violenza tribale” (così la definisce Picierno) del 7 Ottobre, una violenza sconosciuta e incommensurabile, e l’incapacità di Israele di difendere i propri cittadini.
Ma non solo.
La polarizzazione del dibattito, dice Picierno, ha svuotato di umanità la discussione e ha portato a confondere i piani: l’esempio è la valanga di insulti ricevuti nel momento in cui la vicepresidente fa gli auguri a tutte le Comunità per il Capodanno ebraico. L’incapacità di distinguere il piano di una festività religiosa che coinvolge cittadini di tutto il mondo, e le azioni di un governo pro tempore, è uno degli aspetti più preoccupanti dell’attuale situazione.
“Quello che si sta consumando a Gaza è un dramma così rilevante che per forza produce una reazione forte, dura, nell’opinione pubblica, che può essere in alcuni momenti squilibrata. È comprensibile, è legittimo. Ma io credo che vada in ogni caso fatta una battaglia contro la semplificazione, una semplificazione di vecchia data: quella secondo cui in Medio Oriente si scontrano un soggetto più debole e quindi dalla parte della ragione, e un soggetto più forte quindi dalla parte del torto. La verità è che in quell’area non si scontrano un torto e una ragione, ma due ragioni”. Così Emanuele Fiano, che ha aggiunto: “Questo non significa smettere di criticare il governo israeliano: a mio parere a Gaza sono stati commessi dei crimini contro l’umanità. Manca però, a sinistra, l’analisi, l’analisi della società per cui la Sinistra nasce, non per accontentarsi e conservare gli strumenti dati”…“anche le parole fin qui utilizzate non bastano, non mi bastano più: antisemitismo, antisionismo, quale definizione diamo quando un negozio espone un cartello che dice: qui non entrano i cittadini israeliani. Antisraelianismo? C’è un collegamento tra la mancanza di analisi e la spinta alla discriminazione, all’antisemitismo”.
E infine, le proposte: da Emanuele Fiano (e da alcuni interventi tra il pubblico) l’idea di un rapporto stretto con la sinistra israeliana e la realizzazione di una Conferenza di Pace, come quella di tanti anni fa per il Libano da cui nacque la missione Unifil 2. Ma anche, una proposta che SxI-2p2s porta avanti da tempo, la necessità di chiedere una interlocuzione con ciascun partito dell’opposizione in Italia, affinché il confronto, le azioni, le iniziative per il Medio Oriente, a favore di Gaza e del riconoscimento dello Stato di Palestina e della tutela dell’esistenza di Israele, siano basate appunto sull’analisi e non sul tifo.
Riassumere tutti i contenuti dell’incontro, profondi, densi di partecipazione e significato, non è semplice: è il senso della preoccupazione, dell’ansia, del dolore anche che caratterizza i fatti di queste settimane, ma anche l’esigenza del dialogo, dell’approfondimento. Ciò che Sinistra per Israele-Due Popoli due Stati ha provato a fare anche in questa occasione.
cliccare qui per vedere la registrazione dell’incontro sul sito di Radio Radicale
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Saul Meghnagi
La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
La democrazia nelle società occidentali contemporanee è garantita da architetture istituzionali e sistemi normativi, da una struttura politico-economica, da un sistema di servizi e da altri elementi finalizzati a un equilibrio tra collettività e classi sociali, da una rete di relazioni di comunicazione, dialogo, confronto, coesistenza.
Vi è però, come scrive l’antropologo Fabio Dei, un ingrediente ulteriore, forse più etereo ma non meno importante, l’insieme della cultura e della tradizione civica, “vale a dire un insieme di valori o sentimenti sociali, come ad esempio la fiducia, il senso di reciprocità e solidarietà, la disposizione all’azione cooperativa e alla partecipazione, la responsabilità nei confronti del bene comune.
Sono questi “sentimenti sociali” che tengono insieme una comunità, facendone qualcosa di più di una somma di individui mossi da pulsioni utilitarie. Ora, un aspetto cruciale della cultura civica, della possibilità di “immaginarsi come comunità” consiste nella condivisione di un passato, di eventi e storie che fondano un senso di appartenenza. In altre parole, consiste in forme di “memoria culturale” (F. Dei, Democrazia, valori civici e memoria culturale).
La riflessione specifica sul conflitto Mediorientale – al pari dell’analisi della partecipazione al dibattito sul tema – deve fare proprie queste categorie di analisi.
L’ipotesi di “due popoli/due Stati” riconosce che non ci sarà una soluzione fondata su un giudizio partigiano, sulla volontà di stabilire quale sia l’unica vittima di una lunga dinamica, sulla negazione dell’esistenza di una ragione e un torto, ma dalla presenza di due diritti.
Questo significa uscire da quello che è stato chiamato “il paradigma vittimario”: la competizione su chi abbia subito più persecuzioni, più torti, più cacciate, più atrocità più sofferenze, in luoghi e tempi diversi. Non è questa la strada per arrivare a compromessi accettabili tra parti che hanno vissuto entrambe dolori e tragedie.
La riflessione su quanto accade nel conflitto tra israeliani e palestinesi, deve essere sviluppata, prendendo atto che l’accentuazione dei processi di globalizzazione ha minato a più livelli la credibilità dell’ideologia multiculturalista. La retorica di un mondo in cui le differenze si intrecciano e si fecondano, elaborata dalla cultura progressista, appare superata dalla presa di posizione, non dalla ricerca di equilibri possibili.
Ne consegue l’affermarsi di orientamenti per i quali, riferendosi alla guerra, lo slogan “Dal fiume al mare” rischia di essere vincente qualunque siano le dimensioni di componenti etnico-religiose che lo propongono in ambito palestinese e che, purtroppo, trovano sull’altro fronte, nei sostenitori della “grande Israele”, una opzione ideologica analoga e contrapposta.
Come lavorare – data questa premessa – per costruire cornici che aiutino l’analisi, senza sostenere una sola parte soffocando l’altra? Come rispettare il peso di memorie particolaristiche degli antagonisti? Come interrogarci, considerando anche noi stessi e il nostro modo di pensare?
Lo scenario che abbiamo di fronte – suggerisce David Bidussa (Pensare stanca, Passato, presente e futuro dell’intellettuale, Feltrinelli, Milano, 2024) – impone un pensiero complesso, un impegno quotidiano, una creatività di idee che possano essere immediatamente percepite come visionarie, non nel senso di irrealistiche, ma di difficilissima realizzazione.
Il conflitto in corso va affrontato con chiarezza rifiutando, a cominciare dal nostro stesso Paese, schieramenti contrapposti quali si stanno sempre più manifestando.
In Italia, si tratta di aprire un serio e doveroso confronto sulla convivenza civile e democratica che non dia spazio ai sostenitori dell’islamismo radicale, legato ad Hamas; non gli permetta di diffondere la propria ideologia; non consenta l’equiparazione tra fede mussulmana e terrorismo; non accetti l’identificazione tra popolo e governo israeliani; impedisca qualunque giustificazione dell’antisemitismo in ragione della politica di Israele; che – nel rispetto dell’articolo 3 della Costituzione – non esiga dai cittadini ebrei pronunciamenti sul conflitto in atto; che ponga, a tal fine, al centro della riflessione politica la separazione tra Stato e chiese, difendendo l’idea della laicità, che sembra mancare nella disamina delle contrapposizioni in essere.
“Che esista un malessere in Italia – scriveva Angelo del Boca (Il mio Novecento, Neri Pozza, Vicenza 2008, p. 7) ripercorrendo la storia del secolo passato – è, non da oggi, un fatto sicuramente accertato”. Questo implica una parallela disamina, al di là del caso particolare, delle ragioni che hanno contrapposto in passato e contrappongono oggi nazioni, religioni, gruppi e comunità, interrogandosi sulle motivazioni degli uni, degli altri, di sé stessi.
Per comprendere le dinamiche odierne, occorre seguire le vicende della memoria culturale dell’epoca storica che vede il trionfo della forma politica degli Stati-nazione, del nazionalismo come ideologia dominante, dell’analisi della decolonizzazione postbellica come tema controverso, delle rivendicazioni di diritti civili e del riconoscimento delle diversità come oggetti di discussione. Siamo di fronte a una reale o presunta, “democratizzazione della memoria culturale”, che, in Occidente, incide sulle forme della partecipazione politica e della condivisione di idee e proposte.
Non riusciremo a ragionare seriamente sulla possibile composizione di conflitti più o meno lontani se non sapremo analizzare con severità e rigore le forme presenti e future della convivenza tra diversi gruppi e comunità, in Italia e in Europa.
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Simone Santucci
Si ringrazia Radio radicale per la collaborazione
nell’aiutare a far conoscere la Newsletter di SxI
- Genova Flotilla Gaza fiaccolata Music For Peace
Marco Preve
(La Repubblica 01.09.25) - Sì è genocidio: lo hanno deciso genocidiologi autonominati
Mauro Suttora
(Huffington Post 02.09.25) - What will happen to Israel if Netanyahu wins the next election
Aluf Benn
(Haaretz 02.09.25) - Genocidio a gaza le parole sono pietre
Ernesto Galli Della Loggia
(Il Corriere 06.09.25) - La saga della flotilla
Bruna Soravia
( Il Foglio 10 settembre 2025) - Sumud Flotilla cacciata Francesca Del Vecchio
Alessandro D’Amato
(Open 12.09.25) - Indignazioni a geografia variabile
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(Pro-positivo 08.09.25) - Critica sì, odio no. Il sionismo è il nome storico del diritto all’autodeterminazione degli ebrei. La sinistra lo ricordi
Emanuele Fiano
(Il Foglio 18.09.2025) - L’impératif de la reconnaissance de l’Etat de Palestine
Editorial
(Le Monde 22.09.2025) - Deltaplano sorvola corteo per Gaza
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(Corriere Fiorentino 22.09.25) - Omar Awadallah: Per noi è un momento storico, peccato che l’Italia non partecipi
Gabriella Colarusso
(La Repubblica 22.09.2025)
- I corpi invisibili degli ostaggi
Massimo Recalcati
(La Repubblica 24.09.2025) - L’Europa di fronte ai conflitti e all’antisemitismo
videoregistrazione
(Radio Radicale 25.09.25) - L’odio più accessibile è quello per gli ebrei. E Gaza lo diffonde nei megafoni del mondo
Marek Halter
(La Stampa 26.09.25) - La sinistra che rimuove Hamas
Editoriale
(Il Foglio 27/09/25) - Il fotoreporter lascia la Flotilla
Jacopo Storni
(Corriere Fiorentino 28.09.25) - Everyone in the street is now against Hamas
Nurit Yohanan
(The Times of Israel 30.09.2025) - L’Europa di fronte ai conflitti e all’antisemitismo
videoregistrazione
(Radio Radicale)
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