Michele Serra === Fiano e chi usa la censura come protesta

dalla Newsletter n°17 – Ottobre 2025

Michela Serra

Questo pezzo di Michele Serra, che ringraziamo, è uscito su
nella sezione “commenti” di  Repubblica del 29 ottobre

 

Ci sono due parti lese.
Una è la libertà di espressione.
L’altra è meno evidente, eppure è quella che più spaventa. E rattrista.

Ci sono due parti lese, nella censura imposta a Emanuele Fiano, ebreo e democratico, da un manipolo di “giovani comunisti” pro-Pal che gli hanno impedito di parlare a Ca’ Foscari. Una è la libertà di espressione – non solo quella di Fiano: quella di tutti. Lesione tanto evidente, e tanto grave, da non richiedere mezza parola ulteriore.

L’altra parte lesa è meno evidente, eppure è quella che più spaventa. E rattrista. Perché se Fiano, per quanto turbato e vittima di un sopruso, ha gli strumenti per capire l’accaduto, i suoi giovani censori no, non ce li hanno. E sono proprio loro l’altra parte lesa, sebbene per violenza autoinferta: ottime o pessime siano le idee di quel gruppo di ragazzi, la pratica della censura, e più in generale della chiusura, non solo è la meno “politica” che si possa concepire, ma rafforza in ogni gesto, ogni parola, la costruzione del circolo chiuso, dell’atrofia culturale, della conventicola dei puri. Pochi, intangibili e soli.

 

Per il nuovo radicalismo politico giovanile l’intolleranza non è, come fu per padri e nonni, un’arma d’offesa. Diciamo: di violenza attiva. È piuttosto un bozzolo autoprotettivo, confermativo, rassicurante, che porta a reagire a ogni intrusione – dunque a ogni dubbio, ogni discussione – espellendola. Cancellandola.

 

 Lo dice bene Walter Siti nel suo libro sulla Generazione Z, La fuga immobile, apparentando la nuova intolleranza politica di sinistra alle safe room, le stanze di sicurezza che in molte università americane consentono di parlare al riparo da opinioni sgradevoli e parole indigeribili, in quella sorta di sterilizzazione dei discorsi che garantisce di non subire urti emotivi.

Che l’urto emotivo (più banalmente: la messa a repentaglio delle proprie certezze, e perfino della propria “personalità”) sia, al contrario, molto formativo, e rinforzante, non è argomento che possa aprire una breccia in quel bozzolo che è, della cosiddetta mentalità woke, l’aspetto più sgradevole e al tempo stesso il più fragile. Io ho ragione, tu hai torto, non voglio subire le tue parole e la tua presenza. Taci. Perché se tu parli, io sto male. E non sono abbastanza forte da sopportare parole che non riesco a collocare nei miei cassetti mentali.

Se il caposaldo ideologico che ha preso il posto della lotta di classe è il neocolonialismo (anche la lunga e complicata questione mediorientale, anche il criminale accanimento di Israele contro i civili di Gaza vengono letti e liquidati come estrema propaggine del suprematismo bianco: per questo Israele deve sparire, dal fiume al mare. Punto e basta), ogni possibile contraddizione di quello schema fa scattare una reazione furibonda: la contraddizione è la scheggia che minaccia di infettarci, dunque va subito rimossa.

Dove sia finita la vecchia fissazione della cultura marxista per “la complessità” non è chiaro. Nel caso sia causa, la complessità, della confusione delle vecchie generazioni di sinistra, la semplificazione manichea non sembra un antidoto efficace alle incertezze e alle sconfitte dei genitori.

Che questo metodo binario, ingigantito dalla binarietà giusto/sbagliato che muove la grande massa della comunicazione social, serva a guastare prima di tutto quanto di buono c’è nel proprio bagaglio culturale e ideologico (sì, il neocolonialismo esiste, il suprematismo bianco pure: ma non bastano a leggere le cose del mondo) è cosa che non sfiora, purtroppo per loro, i censori di Emanuele Fiano, e consimili retroguardie di un nuovo movimento giovanile imponente e generoso che non meriterebbe di mutilarsi, o afflosciarsi, per l’atrofia intellettuale dei più deboli tra loro.

 

I fanatici sono sempre i più deboli, e il fanatismo “chiuso” delle nuove leve di estremisti è destinato a procurare danni minimi all’esterno (e vantaggi enormi alla destra reazionaria), ma danni irreparabili, umanamente parlando, soprattutto a chi ci si rinchiude. Alla violenza politica minacciano di sostituire l’autolesionismo, prigionieri della loro safe room, hikikomori dell’ideologia senza sapere di esserlo.

PS – Lettura consigliata: Amos Oz, Contro il fanatismo. Se leggere uno scrittore israeliano non turba troppo i “giovani comunisti”.

*