dalla Newsletter n°17 – Ottobre 2025
Janiki Cingoli
Al di là del generale senso di sollievo per la fine dei combattimenti ed il rilascio degli ostaggi (anche se resta ancora l’attesa spasmodica dei corpi non ancora restituiti da Hamas) Israele è attraversato da una faglia verticale tra coloro che sono fiduciosi sul futuro degli accordi, e quelli che sono pessimisti. In generale, i più anziani sono più pessimisti, mentre i giovani sono più ottimisti.
Questi anni che il Paese ha dovuto attraversare dopo il 7 Ottobre sono stati terribili, oltre al profondo shock della strage perpetrata da Hamas, con oltre 1200 morti; la guerra è stata tremenda, non solo per la parte palestinese, che ha dovuto registrare, secondo dati forniti dal Ministero della Salute di Gaza, non necessariamente attendibili, oltre 67.000 caduti.
La maggior parte delle famiglie israeliane ha avuto parenti al fronte, ci sono stati quasi 1200 caduti nella guerra, 6500 familiari hanno dovuto registrare lutti. 279 soldati hanno cercato di suicidarsi dall’inizio del 2024, secondo un rapporto della Knesset, arrivando al 78% dei casi di suicidio del paese.
Secondo un rapporto della Knesset (clicca) il saldo migratorio di Israele è negativo dal 2020, con quasi 150.000 cittadini che hanno lasciato più di quanti siano entrati, soprattutto dopo il 7 Ottobre.
Tuttavia, dopo l’accordo anche i mercati hanno reagito positivamente, con la Borsa di Tel Aviv che ha toccato i suoi picchi più alti (clicca) e la moneta israeliana si è apprezzata nei confronti dell’euro e del dollaro, anche se ogni incidente fa registrare flessioni.
Il cessate il fuoco, comunque, per il momento sembra reggere, al di là dei gravi incidenti che hanno avuto luogo a Rafah e a Gaza, con provocazioni da parte di Hamas che hanno causato una dura reazione israeliana, che probabilmente Netanyahu avrebbe voluto estendere fino ad allargare la zona controllata nella Striscia dall’IDF, ma è stato subito stoppato dal Vice Presidente USA J. D. Vance, che ha riaffermato che il cessate il fuoco sarebbe andato avanti, malgrado “limitate schermaglie qua e là”, poi dallo stesso Trump, che dall’aereo presidenziale mentre era in Asia ha garantito che “nulla metterà a repentaglio il cessate il fuoco”, che peraltro anche Hamas ha dichiarato di voler rispettare.
D’altronde Netanyahu è tenuto sotto stretto controllo da Steve Witkoff, Jared Kushner, J.D. Vance e Marco Rubio che si avvicendano, per evitare che qualche impennata del Premier israeliano faccia deragliare l’accordo. Sull’altro versante, attraverso i mediatori egiziani, qatarioti e turchi, uguale pressione viene esercitata su Hamas.
Durante l’incontro con Vance e ancora in questi giorni, Netanyahu ha ribadito che Israele non è un protettorato o uno Stato cliente USA, e che conserva la sua piena autonomia decisionale, ricevendo rassicurazioni perlomeno formali dallo stesso Vance.
D’altronde, ci pensa Trump con le sue estemporanee ma calcolate esternazioni a rendere chiara la situazione: in una intervista al Time del 23 ottobre (clicca), ha affermato di aver costretto il Primo ministro israeliano a interrompere la guerra contro Hamas a Gaza, che altrimenti avrebbe continuato per anni, e che il suo tentativo di colpire i leader di Hamas in Qatar è stato un terribile errore, che tuttavia ha creato lo slancio necessario per l’accordo. Nella stessa intervista, dopo aver predetto che Israele e l’Arabia Saudita normalizzeranno i rapporti entro la fine dell’anno, ha aggiunto di non considerare il presidente palestinese Mahmoud Abbas come una figura adatta a presiedere l’organo di governo dell’ANP a Gaza.
Al contempo, ha affermato di star discutendo la questione del leader palestinese attualmente in carcere, Marwan Barghouti, e che avrebbe preso presto una decisione in merito alla sua liberazione: insomma, un dito nell’occhio di Netanyahu.
Il Premier israeliano, d’altronde, si trova a fronteggiare una agguerrita opposizione all’interno della sua stessa coalizione, in cui i due partiti dell’ultradestra, capeggiati dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, in combutta con Avigdor Lieberman, leader del partito di opposizione di destra laica YisraelBeitenu, e con Yuli Edelstein del Likud, gli hanno teso un’imboscata alla Knesset, proprio nei giorni della visita di Vance in Israele, facendo approvare in prima lettura per 25 voti a 24 un disegno di legge a favore dell’annessione della Cisgiordania, che ha quasi fatto prendere un coccolone a Netanyahu, che ha definito l’iniziativa una provocazione politica deliberata da parte dell’opposizione per seminare discordia, ed ha subito rimosso Edelstein dal Comitato Esteri e Difesa della Knesset.
Il voto ha comunque avuto un’ampia eco internazionale e ha suscitato la reazione dello stesso Trump, che ha ribadito la sua contrarietà all’annessione affermando che “Israele non farà niente con la Cisgiordania”, dopo che lo stesso Vance e Marco Rubio avevano criticato l’approvazione del testo legislativo.
D’altro canto, anche i partiti ultraortodossi sono sul piede di guerra (clicca): giovedì scorso hanno promosso a Gerusalemme una manifestazione di oltre 200 mila persone contro l’arresto di alcuni giovani delle yeshivot renitenti alla leva e per chiedere una legge che garantisca la loro esenzione dalla leva.
Intanto il governo sta preparando tre iniziative legislative che rischiano di mettere a rischio le fondamenta della democrazia israeliana, concentrando nelle mani del Premier un potere spropositato.
La prima proposta di legge (clicca) -la più pericolosa per le sue conseguenze- pronta per essere presentata alla Knesset, conferisce all’House Commitee della Knesset il potere di “sospendere il procedimento legale contro il primo ministro o un altro ministro” a seguito di un atto d’accusa “se lo ritiene necessario”, senza specificare quali criteri verrebbero utilizzati per giudicare tale necessità. Essa è concepita come “scudo protettivo” volto a bloccare il processo per corruzione in corso contro Netanyahu, creando un sistema giudiziario a due livelli compromettendo gravemente il principio di uguaglianza davanti alla legge e l’indipendenza del sistema giudiziario.
La seconda proposta di legge, che è stata approvata dalla Knesset in prima lettura priverebbe il Procuratore Generale dello Stato di ogni potere effettivo, dividendo il suo ruolo in tre funzioni distinte. Egli manterrebbe il ruolo di consulente legale del governo, mentre verrebbe creata la carica di Procuratore generale e quella di rappresentante del governo presso la Corte Suprema. Il Procuratore Generale sarebbe nominato direttamente dal Primo Ministro e dal Ministro della Giustizia, ed anche il suo Ufficio sarebbe sotto il loro controllo, e non sarebbe più di sua competenza esclusiva. Con l’attuale sistema, i pareri del Procuratore generale sono vincolanti per il governo e le sue agenzie, mentre con la nuova legge il governo non sarebbe tenuto ad agire in conformità. La legge è sicuramente pericolosa, poiché il Procuratore generale oggi funge come uno dei pochi controlli sul potere esecutivo.
D’altronde, il disegno di legge arriva mentre da mesi la coalizione sta cercando senza successo di rimuovere il Procuratore generale in carica, Gali Baharav-Miara, che si è opposta a molte delle iniziative più rilevanti del governo, tra cui la controversa riforma giudiziaria, e si è rifiutata di difendere il governo presso l’Alta Corte nei procedimenti contro sue politiche e leggi. Tutti i tentativi di licenziamento sono stati annullati all’unanimità dalla Corte Suprema.
La terza proposta di legge (clicca), approvata dal Comitato Ministeriale per la legislazione, impone a qualsiasi ex-presidente di partito che abbia lasciato il proprio partito gravato da debiti, di saldare preventivamente i debiti dei partiti da lui diretti in precedenza, prima di consentirgli di formare un nuovo partito o candidarsi per la rielezione. Una legge ad personam, accusa Naftali Bennett, del tutto incostituzionale e infondata, considerato anche il fatto che tali partiti hanno avuto altri leader dopo di lui.
Infine, interessanti, sebbene discordanti, i sondaggi sulla popolarità del Premier.
Dopo l’impennata di popolarità indicata dai sondaggi del 17 ottobre, ovvero subito dopo la liberazione degli ostaggi, la coalizione di governo in un sondaggio del 31 ottobre (clicca) perdeva 4 seggi, attestandosi a 48 seggi, mentre venivano attribuiti 61 seggi al blocco dei partiti di opposizione ebraica (che per la prima volta da parecchio tempo raggiungono da soli la maggioranza) e altri 11 seggi ai due partiti arabi, ovvero 72 seggi su 120.
Secondo un altro sondaggio (clicca), una maggioranza del 52% degli israeliani ritiene che Netanyahu non dovrebbe concorrere nelle prossime elezioni, ed una maggioranza del 51% ritiene che dovrebbe essere creata una commissione statale di inchiesta sui fatti del 7 ottobre, che dovrebbe essere nominata dal presidente della Corte suprema, Yitzhak Amit, la cui elezione non è stata riconosciuta dal governo.
L’attuale coalizione di governo, anche in base a questi sondaggi, non esita a cercare di mettere in campo misure anche estreme, che metterebbero a grave rischio la democrazia israeliana, ed incontrerebbero sicuramente una forte opposizione nel paese.
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