dalla Newsletter n°17 – Ottobre 2025
Victor Magiar
“Quello che sto cercando di correggere, cioè quello che spesso viene detto dai media, […] ovvero che esiste un caso plausibile di genocidio, non è ciò che la Corte ha deciso”.
Con queste parole la giudice Joan Donoghue, presidente fino al 2024 della Corte Internazionale di Giustizia, ha provato a correggere quanto “riportato dai media”, rimasti misteriosamente indifferenti a questa intervista alla BBC del 25 aprile 2024.
(clicca qui per vedere il video con la trascrizione)
Del resto, nessuno ha mai usato la categoria del “genocidio” per definire la tragedia di oltre 25 milioni di vittime sovietiche nella Seconda Guerra Mondiale (circa 17 milioni civili), o anche la morte nella medesima guerra di quasi 20 milioni di vittime cinesi (oltre 15 milioni civili).
Tutti questi morti sono considerati “vittime di guerra”, mentre il genocidio è per definizione l’azione volta a distruggere, in tutto o in parte, uno specifico gruppo nazionale, etnico, linguistico, religioso: elemento cruciale è, secondo la definizione giuridica, “l’intenzione specifica” di distruggere un gruppo “in quanto tale“.
Per questo motivo sono invece considerati come genocidio lo sterminio in due anni del 70% dei 2 milioni di armeni ottomani e lo sterminio in tre anni del 50% degli ebrei in Europa (oltre 6 milioni).
Per decenni si è tentato “da destra” di ridimensionare la tragedia della Shoah equiparandola ad altre vicende storiche, in particolare ai Gulag sovietici. Questo tentativo è stato portato avanti anche “da sinistra” rinunciando alla consueta lettura materialistica e abbandonandosi a paragoni astratti se non grotteschi, come la nota intervista a Günter Grass in cui si accostava la Shoah alle sofferenze del popolo tedesco.
Karol Wojtyla, ovvero Papa Giovanni Paolo II, ha coniato un termine poi diventato universale per distinguere fra queste tragedie e quella genocidaria nazista definendo quest’ultima come “il Male Assoluto”.
Da anni in Medio Oriente è in corso un conflitto che vede coinvolti numerosi governi e gruppi terroristici. Punta dell’iceberg della tragedia mediorientale è oggi Gaza con migliaia di morti e la popolazione allo stremo. Già dall’8 ottobre 2023 alcuni hanno definito l’azione militare israeliana un genocidio.
Un genocidio anomalo, considerato che i cittadini palestinesi di Israele (oltre il 20% della popolazione) non vengono perseguitati, ma partecipano alla vita del Paese esprimendosi in parlamento o nelle strade aderendo alle manifestazioni contro il governo.
Un genocidio anomalo, visto che l’esercito israeliano invita i civili gazawi ad abbandonare le zone dove intende intervenire.
Sono migliaia le vittime oggi a Gaza, ma non è in corso una caccia all’uomo per far scomparire, in due anni, 15 milioni di arabi palestinesi, né entro i confini di Israele, né in Cisgiordania, né a Gaza. Allora perché usare il termine “genocidio”?
Per ribaltare un’immagine storicamente sedimentata degli ebrei come minoranza storicamente perseguitata.
La parola genocidio pesa sulla coscienza europea, come se gli ebrei fossero stati vittime solo della Shoah, dimenticando invece secoli di persecuzioni, segregazioni, pogrom e accuse inverosimili (deicidio, diffusione della peste, invenzione del capitalismo e del socialismo) senza dimenticare poi l’ossessiva accusa dell’uccisione intenzionale dei bambini, accusa che ancora oggi torna.
Insomma, il genocidio ha a che fare con la storia del popolo ebraico. Usare il termine genocidio per Gaza non è un attacco a Israele, è un insulto agli ebrei.
È anche altro: un tentativo di riscrivere la memoria e di banalizzare la Shoah e qualsiasi altro genocidio, perché se tutto è genocidio niente è genocidio: l’uso indiscriminato della nozione di genocidio è egregiamente chiarita da Marcello Flores, con i volumi “Il genocidio”, (Il Mulino, Bologna, 2021), e “Le parole hanno una storia” (Donzelli, Roma, 2024).
Questa estate S&D, il gruppo Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo, ha deciso di usare il termine genocidio riferito a Gaza: evidentemente Gaza sarebbe come Auschwitz.
Questa decisione non influirà sulla situazione reale, né aiuterà la causa palestinese, né le forze israeliane contrarie alla guerra e al governo Nethanyahu. Non contribuirà nemmeno a disarmare Hamas o a portare alla pace.
Contribuirà solo a rendere gli S&D un po’ meno socialisti e democratici ma, certamente, molto europei: usi cioè a rimuovere la propria storia, dare giudizi morali e trovare capri espiatori.
Il salto di definizione della guerra in genocidio introduce un “giudizio morale superiore”, stabilisce un “colpevole” morale per eccellenza.
Karol Wojtyla è stato capace non solo di chiedere perdono (al Signore) per le colpe dei cristiani ma soprattutto è stato capace di leggere la Storia, cogliendo e “sottolineando” le differenze fra vicende diverse: il concepimento della definizione di Male Assoluto rivela lo spessore di un gigante.
Al contrario, i parlamentari S&D, nel ricorrere a espressioni improprie ma dal grande impatto mediatico, dimostrano di aver perduto la capacità di distinguere e di voler solo esibire il proprio ego giudicante: l’uso di un linguaggio banalizzante è frutto di un pensiero superficiale e conformista.
Forse Wojtyla era più laico dei nostri parlamentari di sinistra o, forse, è questa sinistra europea a non essere più così tanto di sinistra.

Interviewed by Stephen Sackur on the BBC’s Hardtalk programme on 25 April 2024, Judge Joan Donoghue confirms that the Order made by the International Court of Justice (ICJ) in January 2024, when she was its President, did not decide that there was a plausible case of genocide – contrary to some media reports.
Sackur: “Would it be fair to say – and I am no lawyer and many people listening will not be lawyers – but would it be fair that the key point that you made your initial order and ruling upon was whether or not there was a plausible case that should be taken on by the Court of genocide in the case of Israel’s actions in Gaza after October 7, and you quite clearly decided that there was a plausible case? Is it right to say that’s at the heart of what you decided?”
Judge Donoghue: “You know, I’m glad I have a chance to address that because the Court’s test for deciding whether to impose [provisional] measures uses the idea of plausibility, but the test is the plausibility of the rights that are asserted by the applicant, in this case South Africa. So, the court decided that the Palestinians had a plausible right to be protected from genocide and that South Africa had the right to present that claim in the court. It then looked at the facts as well, but it did not decide – and this is something where I’m correcting what’s often said in the media – it didn’t decide that the claim of genocide was plausible. It did emphasize in the Order that there was a risk of irreparable harm to the Palestinian right to be protected from genocide but the shorthand that often appears, which is that there’s a plausible case of genocide, isn’t what the court decided.”


