dalla Newsletter n°18 – Novembre 2025
Janiki Cingoli
Il recente incontro a Washington ha sdoganato Mohammed Bin-Salman (MBS), Primo Ministro e Principe ereditario saudita (clicca qui), alla sua prima visita dal 2018, quando fu assassinato, con l’approvazione del principe, il giornalista Jamal Khashoggi.
MBS è stato accolto con tutti gli onori, ed ha annunciato investimenti negli USA per un trilione di dollari nei prossimi anni.
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È stata annunciata la firma di numerosi accordi di cooperazione nei diversi campi, incluso un importante accordo di difesa, che prevederebbe un possibile impegno di sicurezza degli Stati Uniti nei confronti dell’Arabia Saudita. Non si tratterebbe di un trattato di difesa giuridicamente vincolante, ma di una garanzia presidenziale simile a quella concessa al Qatar lo scorso anno.
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L’Arabia Saudita è stata inoltre designata come uno dei principali non-NATO alleati, un grado pari a quello di Israele. Trump si è altresì impegnato a vendere all’Arabia Saudita due squadroni degli avanzatissimi jet F-35, per un valore multimiliardario, anche se la vendita segnerebbe un cambiamento politico significativo, alterando potenzialmente l’equilibrio militare in Medio Oriente e mettendo alla prova l’impegno di Washington a mantenere il “vantaggio militare qualitativo” di Israele, che comunque gli USA si sono impegnati a conservare. Annunciati accordi nel campo dell’Intelligenza artificiale e del nucleare civile. Si prevede anche l’acquisto di 300 tank avanzati.
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Ma scopo primario degli Usa era quello di spingere verso una normalizzazione dei rapporti con Israele, ora che la guerra a Gaza è cessata.
Su questo Trump non è riuscito ad ottenere un impegno formale, anche se MBS ha rilasciato in conferenza stampa dichiarazioni significative: “Vogliamo far parte degli Accordi di Abramo, ha detto, ma vogliamo essere certi di garantire un percorso chiaro verso una soluzione a due stati, e la realizzazione di uno Stato palestinese”
I consiglieri di Trump hanno esortato Netanyahu a concentrarsi sull’obiettivo più ampio di un potenziale accordo di pace con l’Arabia Saudita e ad andare avanti con le prossime fasi del piano per porre fine al conflitto di Gaza, ma il Premier israeliano, più preoccupato per il mantenimento della sua coalizione, resta fermo nella sua opposizione alla creazione di uno stato palestinese.
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Anche per quanto riguarda la Siria, il 10 novembre scorso Trump ha incontrato alla Casa Bianca il presidente siriano Ahmed Al-Sharaa, un incontro un tempo impensabile per l’ex-terrorista che ha rovesciato l’ex presidente Bashar al-Assad.
Trump è diventato uno dei sostenitori più entusiasti del nuovo leader a livello mondiale, un legame radicato nella percezione degli Stati Uniti dell’importanza strategica della Siria, ma anche nell’apparente stima personale di Trump. “Un duro”, ha detto Trump di Al-Sharaa dopo il primo incontro tra i due a maggio. “Un passato molto forte. Un combattente”.
Dopo l’incontro, Trump ha ribadito le sue lodi per il presidente siriano: “Vogliamo vedere la Siria diventare un Paese di grande successo. E penso che questo leader possa farcela, davvero”. Al termine dell’incontro Al-Sharaa ha detto “È chiaro dalle politiche del signor Trump che lui è a favore della stabilità della Siria e della sua unità territoriale, e della revoca, della completa revoca delle sanzioni contro la Siria”.
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D’altronde, secondo quanto riportato da Reuters, gli Stati Uniti si stanno preparando a stabilire una presenza militare in una base aerea vicina a Damasco, per contribuire a realizzare un patto di sicurezza che Washington sta mediando tra Siria e Israele, anche se per arrivare a una vera e propria normalizzazione dei rapporti ci vorrà tempo. I piani Usa per la presenza a Damasco, non precedentemente divulgati, sarebbero un segnale del riallineamento strategico della Siria con gli Stati Uniti dopo la caduta, lo scorso anno, di Bashar al-Assad, alleato dell’Iran.
Ancora, gli Stati Uniti sono riusciti a far approvare dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con 13 voti a favore e l’astensione di Cina e Russia, una risoluzione (clicca qui), a cui gli Usa hanno lavorato nell’ultimo mese con il contributo di Qatar, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Emirati Arabi Uniti, che fa proprio il piano Trump per Gaza, istituendo un “Board of Peace”, presieduto dallo stesso Trump.
Il “Board of Peace” avrà il compito di amministrare la Striscia in coordinamento con una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), per contribuire a stabilizzare la Striscia e a proteggerla dopo la guerra, con il supporto di comitato tecnico palestinese operativo, apolitico e formato da personalità indipendenti.
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Per la prima volta, come nota il Jerusalem Post (clicca qui) , in un documento presentato dagli Usa al Consiglio di Sicurezza, sono inclusi espressi riferimenti a uno Stato palestinese, facendo propri i 20 punti del Piano Trump.
Citandoli, la bozza afferma che “dopo che il programma di Riforma dell’Autorità Nazionale Palestinese sarà portato avanti fedelmente e la riqualificazione di Gaza sarà progredita, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinesi, che rappresenta l’aspirazione del popolo palestinese. Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e palestinesi per concordare un orizzonte politico di pacifica e prospera convivenza”.
La bozza fa altresì espresso riferimento, su pressione dei maggiori stati arabi, alla proposta franco-saudita del settembre 2025, che propone una missione internazionale di stabilizzazione per contribuire alla smilitarizzazione di Gaza e all’addestramento delle forze di sicurezza palestinesi, “con l’obbiettivo finale di creare uno Stato palestinese sovrano e sostenibile, che porti alla normalizzazione delle relazioni con le nazioni arabe”.
Netanyahu ha pubblicato a denti stetti un comunicato di sostegno alla risoluzione, ma solo in inglese, suscitando le ironie dell’opposizione (clicca qui) .
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Ma anche per quanto riguarda Israele e Gaza, il pressing USA non ha sosta.
In un articolo dell’8 novembre il Washington Post ha evidenziato come gli Stati Uniti stiano intensificando il proprio ruolo nell’afflusso e nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza, relegando Israele a un ruolo secondario nel determinare come e quali aiuti possano entrare nella Striscia, cercando così di superare il sordo e continuo ostruzionismo israeliano all’afflusso degli aiuti.
Le decisioni saranno prese dall’organismo più ampio, il Centro di Coordinamento Civile-Militare (Cmcc) istituito dal CentCom Usa a fine ottobre nel sud di Israele, vicino al confine con Gaza, di cui fanno parte oltre 40 nazioni e organizzazioni internazionali.
Nei giorni scorsi, il Jerusalem Post ha pubblicato la notizia che gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di costruire una larga base militare lungo il confine tra Israele e Gaza, in grado di ospitare migliaia di soldati americani e di contribuire ai futuri sforzi di stabilizzazione internazionale.
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Ancora, gli Stati Uniti, con Jared Kushner, genero di Trump, e Steve Witkoff, Inviato Speciale Usa per il Medio Oriente, stanno lavorando per superare le resistenze di Benjamin Netanyahu, per garantire un salvacondotto a 200 terroristi attualmente nascosti nei tunnel nell’area sotto il controllo israeliano e la loro deportazione, dopo che questi avranno ceduto le loro armi e indicato l’ubicazione dei tunnel.
Kushner e Witkoff vedono questo come un primo passo nell’attuazione di uno dei punti essenziali del Piano Trump, che prevede che “i membri di Hamas che rinunceranno alla lotta armata otterranno l’amnistia, mentre a chi vorrà lasciare Gaza sarà garantito un passaggio sicuro”.
Questa decisione di Netanyahu ha attirato le fiere critiche di parte dell’opposizione.
Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beitenu, ha chiesto sarcasticamente se Kushner fosse diventato un ministro e Witkoff un membro del Gabinetto di Sicurezza israeliani, mentre Naftali Bennett denunciava come oramai Israele fosse diventato un protettorato Usa.
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D’altronde, gli Usa vogliono mantenere un canale diretto di comunicazione con Hamas: era stato annunciato dal New York Times un nuovo incontro in preparazione di Steve Witkoff con Khalil al-Hayya, capo negoziatore di Hamas, dopo quello di ottobre che portò al cessate il fuoco, ma questo è stato annullato per sopravvenuti impegni di Witkoff relativi all’Ucraina, ed anche in seguito ad una dichiarazione di Hamas che annunciava il rifiuto di cedere le armi e per le pressioni israeliane (clicca qui).
Ma l’intromissione di Trump nelle questioni interne di Israele non si limita alla questione di Gaza. Egli ha scritto il 12 novembre al Presidente Yitzhak Herzog (clicca qui) per chiedere la grazia presidenziale per Netanyahu, che è sotto processo per frode, corruzione e abuso di fiducia.
Herzog, pur ringraziando Trump, ha riaffermato che la domanda di grazia deve essere presentata dall’interessato o da un suo familiare, e che l’interessato deve dichiararsi colpevole.
Netanyahu, dal canto suo, ha ringraziato Trump per il suo “incredibile supporto”, ma ha dichiarato che tutto il processo è una montatura, e che rifiuta di dichiararsi colpevole, il che gli impedirebbe di proseguire la sua carriera politica.
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Il pubblico reagisce negativamente a tutto ciò.
Un sondaggio, pubblicato dal Jerusalem Post il 21 novembre, vede la coalizione di governo in netta minoranza, con 49 seggi contro 61 dei partiti ebraici dell’opposizione, mentre i due partiti arabi restano a 10 seggi, 5 per uno. Inoltre, il 51% dei rispondenti, contro il 33%, si dichiara contro l’approvazione del disegno di legge che esenta gli ultraortodossi dal servizio militare e a favore di elezioni anticipate.
