Letture & Riletture – dicembre 2025

Volumi 2025 12

dalla Newsletter n°19 – Dicembre 2025
Saul Meghnagi

 

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni
utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente
e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti,
per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

In preparazione del Giorno della Memoria

“Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica …che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione…
Ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano, ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista…”.

Alcide De Gasperi
Conferenza di pace – Parigi 10 agosto 1946

La citazione di cui sopra – utilizzata in un recente articolo (S. Meghnagi, “Si può parlare di Gaza a scuola?”, in Education2.0., n. 134, novembre 2025, online) – è tratta dal discorso di Alcide De Gasperi alla Conferenza di pace – il 10 agosto 1946 a Parigi – che, con il Trattato fra l’Italia e le potenze alleate, mise formalmente fine alle ostilità della Seconda guerra mondiale. De Gasperi – che con questo avvio del suo intervento voleva ribadire il contributo dato dall’antifascismo italiano nella sconfitta della Germania nazista – sapeva di parlare a un auditorio poco disposto ad ascoltare le sue ragioni.

La ragione di questa citazione è stata quella di voler preparare la trattazione del tema scottante di parlare a scuola del conflitto mediorientale. Si voleva mettere in luce, in questo modo, la difficoltà di affrontare una questione che, probabilmente avrebbe trovato un pubblico prevenuto e, in parte, ostile.

Analogo problema si ritiene possa sussistere nel parlare del 27 gennaio, “Giorno della Memoria”, in presenza di un conflitto ancora non risolto e oggetto di giudizi e pregiudizi.

Nell’articolo menzionato si sosteneva, naturalmente, che fosse non solo possibile, ma anche utile parlare di Gaza a scuola per affrontare un tema di grande complessità e, soprattutto delicatezza, data la tragedia del 7 ottobre 2023, dalla quale era iniziata la guerra, e dall’immane doloroso conflitto che ne sarebbe seguito.

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Analoga delicatezza si pone oggi nell’ipotizzare un’azione formativa legata a un discorso legato alla Shoah.

Data la puntuale disamina – svolta da Marcello Flores nelle lezioni e nel suo recente volume (M. Flores, Le parole hanno una storia, Donzelli Roma 2025) – sui termini spesso utilizzati in modo improprio per discutere del conflitto in atto, ci si limita, in questa sede ad alcune questioni che riguardano sia l’attualità sia la storia, per arrivare a una riflessione approfondita su temi importanti rispetto a eventi recenti e, allo stesso tempo al tema centrale della Shoah. Questo modo di procedere appare il più opportuno per un’azione didattica utile.

Il centro dell’analisi è quello di porre quale fulcro dell’analisi principi fondanti dell’articolo 3 della nostra Costituzione, principi da cui ha avuto origine sia il lavoro di Flores sopra citato sia la successiva creazione del Laboratorio sulla convivenza civile e democratica in Europa, che è possibile visitare sul sito dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (https://www.ucei.it/studi-ricerche/ – Natura e genesi del pregiudizio)

In tale contesto, è apparsa chiara la necessità – riflettendo non solo sul Giorno della Memoria, ma sulla complessa dinamica in atto nel contesto sia mediorientale sia nel contesto internazionale più ampio.

Oggi è indubbiamente difficile ragionare su questioni che – non entrando in ambiti geopolitici e macroeconomici, certamente non estranei alla materia – riguardano la demografia, la geografia, la storia, le modalità di analisi su cui fondare valutazioni e giudizi.

È tuttavia possibile e, forse necessario capire in quale ottica ci si ponga nell’affrontare il problema. Da ciò l’invito a una riflessione e una scelta delle categorie di analisi che sono suggerite – anche ai fini di indicazioni utili alla formazione – utilizzando alcuni riferimenti bibliografici e le due schede allegate.

Scrive Edward W. Said – partendo dalla constatazione che il conflitto tra israeliani e palestinesi non può essere risolto senza un’intesa tra le parti – che non “sarebbe moralmente accettabile chiedere agli israeliani di ritirarsi da tutto il territorio della precedente Palestina, ora Israele, trasformandosi in rifugiati come i palestinesi… Non può essere giusto privare un intero popolo del suo paese e del suo retaggio. Anche gli ebrei rappresentano una di quelle comunità che ho definito “sofferenti” e portano con sé l’eredita di una grande tragedia…” (“Umanesimo e critica democratica”, Il Saggiatore, Milano, 2007, ed originale 2004, p.163).

Sia per i palestinesi sia per gli israeliani, osserva Said, non c’è un luogo in cui tornare, la Palestina è una terra di entrambi e la pace si realizzerà se troveranno forme di convivenza – senza cercare soluzioni che ignorino traumi e risentimenti, dolori non sanabili in tempi brevi – e ricercheranno una via d’uscita nella quale ci sia un Israele che nessuno voglia distruggere e una Palestina che venga accettata da tutte le parti.

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Queste considerazioni sono l’esito di analisi che partono dal più noto dei libri con cui Said ha introdotto nel dibattito politico, il tema della rappresentazione sociale dell’Oriente da parte degli occidentali (“Orientalismo. L’immagine europea dell’ Oriente”, Feltrinelli, Milano, 2006, ed originale 1978).

La critica che l’Autore fa alla cultura occidentale è quello di porsi, rispetto all’Oriente, considerandolo come un blocco unico, senza diversità, privo di sfumature, un insieme omogeneo: questo, afferma lo studioso palestinese, viene fatto anche quando si parla del mondo islamico, che non è né omogeneo né privo di differenze al proprio interno.

Molto più snello del lavoro di Said, a cui si ispira, ma di analogo interesse, è il testo di I. Buruma e A. Margalit (“Occidentalismo, L’Occidente agli occhi di suoi nemici”, Einaudi, Torino, 2005, ed. originale 2004) con il quale i due studiosi, entrambi ebrei, il secondo israeliano, descrivono una visione negativa, ostile nei confronti dell’Occidente da parte di orientali – mussulmani o di altra religione – in diversi paesi del mondo. In parziale sintonia con altri lavori sul medesimo tema, il testo offre una panoramica della reciprocità del pregiudizio – sia orientale sia occidentale – omologanti collettività che sono, in genere, variegate per modi di essere, idee, posizioni, interpretazioni della società.

La lettura parallela dei due testi può essere un modo, ricco di suggestioni e quesiti, per capire come la volontà di vedere distrutto l’avversario possa essere trasformata in una ricerca, non manichea, di ipotesi alternative rispetto a quella secondo la quale l’annientamento dell’avversario sia l’unica risposta possibile a una violenza subita.

La riflessione specifica sul conflitto mediorientale dovrebbe essere costruita partendo da tale premessa, per uscire da interpretazioni e giudizi fondati, troppo spesso, su una cultura civica eurocentrica, che guarda la realtà del Medioriente come se la dinamica in atto ci fosse estranea, avesse avuto uno sviluppo autonomo e non sia conseguenza dell’azione che l’Occidente ha contribuito a creare.

Da ciò un giudizio, spesso, partigiano – svolto da analisti, quasi tutti gli occidentali, con relative differenze tra loro in base alle posizioni politiche – volto a stabilire quale sia l’unica vittima e quale il carnefice in un conflitto nel quale si confrontano torti e ragioni, non ascrivibili esclusivamente alle due parti in causa, ma, in misura significativa a chi si erge a “giudice”.

Come lavorare al contrario – in ambito educativo – per costruire cornici che aiutino l’analisi, senza sostenere una sola parte e soffocare l’altra? Come interrogarci, considerando anche noi stessi e il nostro modo di pensare? Come partire da questo per affrontare ila Giorno della Memoria in forma non rituale, senza peraltro evitare temi che possono essere connessi con l’attualità?

Lo scenario che abbiamo di fronte impone un pensiero complesso, un impegno rilevante, idee che possono essere immediatamente percepite come visionarie, non nel senso di irrealistiche, ma di difficilissima realizzazione.

In Italia, se si apre il discorso sulla guerra in atto tra israeliani e palestinesi, si tratta di svolgere un serio e doveroso confronto sulla convivenza civile e democratica che non dia spazio ai sostenitori dell’islamismo radicale, legato ad Hamas; non gli permetta di diffondere la propria ideologia; non consenta l’equiparazione tra arabi e mussulmani, l’associazione tra islam e terrorismo; non accetti – come per qualunque altro paese – l’identificazione tra popolo e governo israeliani; impedisca qualunque giustificazione dell’antisemitismo in ragione della politica di Israele; non esiga – nel rispetto dell’articolo 3 della Costituzione – da cittadini ebrei pronunciamenti sul conflitto in atto; ponga, anche a tal fine, il tema della separazione tra Stato e chiese al centro della riflessione politica.

Per comprendere le dinamiche odierne – ipotizzando il percorso formativo – occorre affrontare infatti un’epoca storica che ha visto il trionfo della forma politica degli Stati-nazione, il nazionalismo come ideologia dominante, la colonizzazione europea, tra Ottocento e Novecento, e la decolonizzazione postbellica, le rivendicazioni di diritti civili e del riconoscimento delle diversità come oggetti di discussione. Siamo di fronte a una “democratizzazione della memoria culturale”, che, in Occidente, incide sulle forme della partecipazione politica, della condivisione di idee, di conflitti. A scuola, il rischio pedagogico che si corre – sulla scia di un’informazione, a volte distorta, spesso focalizzata sulle emozioni, legate alla scia di morti di una tragedia tuttora in corso – è, per esempio, di confondere la Shoah con la Nakba: i due eventi, per le ragioni esposte vanno trattati separatamente per il momento storico, i protagonisti, le responsabilità.

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K. Dodds parla di guerre “fondate su una politica dell’identità”, legata a esperienze pregresse vissute come una “ferita aperta” (Guerre di confine, Einaudi, Torino 2024, ed orig. 2021, p.302), dipendente da legami di appartenenza e di riconoscimento. Per questo è importante uscire da un’analisi politica distaccata e cercare di capire che sofferenze, risentimento, se non odio reciproco sono presenti nei sentimenti più profondi di coloro che si combattono, avendo vissuto esperienze di sradicamento diverse, ma non del tutto prive di analogie.

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È indispensabile tenere conto di tutti gli elementi di una storia complessa, sia di tutti gli ebrei israeliani – non solo di quelli europei per i quali la Shoah è un ricordo “di famiglia” – sia dei palestinesi, la cui specificità è intrinsecamente legata al mondo ebraico mediorientale e va al di là dei legami con il mondo arabo confinante.

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In entrambi i casi, l’uso politico della religione – fattore certamente costitutivo ed essenziale delle diverse identità e riferimento per sostenere ragioni e diritti – rischia di creare barriere insensate. Si pone, piuttosto l’esigenza di fondare una futura convivenza civile “attorno a nuclei di valori, ideali e rappresentazioni culturali” (Cfr. Fabio Dei, Sacro” in “Le parole della democrazia”, https://www.ucei.it/studi-ricerche/) che superino le antitetiche interpretazione e ferite concrete e visibili attraverso racconti storici, presenza in luoghi, pratiche sociali collettive come celebrazioni e commemorazioni che tengano conto della dignità e delle attese dell’altro. Questo non è certamente facile data l’eterogeneità originaria delle parti in causa e della loro dura e violenta contrapposizione.

Bisogna, per questo, affiancare all’esame delle dinamiche politiche nazionali e internazionali, l’analisi delle costruzioni identitarie nella loro evoluzione, parlando delle storie remote e non solo di quelle recenti; non limitare la discussione solo a questioni territoriali ma alla geografia dell’area che ha subito, tra Ottocento e Novecento, trasformazioni epocali; ragionare sulle narrazioni su cui fondano le esperienze e le motivazioni dei contendenti, sulle loro costruzioni culturali, sulle loro fonti di valori, sulle letture del passato. In tale ambito, va aperta una riflessione, volta al futuro, suscettibile di aiutare la prefigurazione di una possibile dinamica di pace, la valutazione, in un territorio particolare, di assetti istituzionali inediti. Su questi temi, la discussione – qualunque sia l’evento che si voglia creare – può trovare un terreno fertile di analisi e non di schieramento politico più o meno discutibile.

Michael Herzfeld (“Lo Stato nazione e i suoi mali”, Castelvecchi, Roma 2024) evidenzia come una delle questioni alla radice di molti conflitti sia l’idea che lo Stato debba rappresentare e proteggere una sola cultura. Herzfeld parla di “modernità della tradizione” per chiarire come sia possibile ancorare l’attualità (e soprattutto l’identità collettiva) a un passato specifico, ma come sia necessario tenere conto che la storia ha un carattere dinamico e non un inizio prestabilito, fisso, privo di relazioni e ibridazioni in cui si incontrano comunità diverse che possono convivere in condizioni di laicità, nelle quali le libertà siano legate a diritti e doveri condivisi.

La disamina su quanto accade nel conflitto tra israeliani e palestinesi deve essere sviluppata, prendendo atto che l’accentuazione dei processi di globalizzazione ha minato a più livelli la credibilità dell’ideologia multiculturalista.

La retorica di un mondo in cui le differenze si intrecciano e si fecondano, elaborata dalla cultura progressista, appare superata dalla presa di posizione, non dalla ricerca di equilibri possibili. Ne consegue, l’affermarsi di orientamenti per i quali, riferendosi alla guerra, lo slogan “Dal fiume al mare” – che sottende la fine di Israele – rischia di essere vincente qualunque siano le dimensioni di componenti etnico-religiose che, purtroppo, lo propongono in ambito palestinese e che trovano sull’altro fronte, nei sostenitori della “grande Israele”, una opzione ideologica analoga e contrapposta.

Per questo è importante capire che sofferenze, risentimento, se non odio reciproco sono presenti nei sentimenti più profondi di coloro che si combattono. In entrambi i casi, l’uso politico della religione – fattore certamente costitutivo ed essenziale delle diverse identità – quale riferimento per sostenere ragioni e diritti, rischia di creare barriere insensate.

Per questo chi, in Occidente, discute del Medio Oriente deve indagare su cosa il colonialismo possa avere prodotto nel mondo arabo e islamico – oggi composto da circa due miliardi di persone in Asia e in Africa – e di come in quell’area gli stati siano stati definiti a tavolino con conseguenze tragiche non solo nell’ambito dei rapporti tra israeliani e palestinesi.

Deve inoltre uscire dallo schema semplificato di associare la nascita di Israele alla Shoah, perché l’inizio del Sionismo (la cui nozione è chiarita nella prima scheda) è legato ai pogrom della Russia presovietica, all’antisemitismo dell’Affare Dreyfuss, alla cacciata e fine di tutto l’ebraismo del mondo islamico, dando alla composizione demografica di Israele (come mostra la seconda scheda), una fisionomia polimorfa.

L’abbandono di quello che inizialmente è stato chiamato eurocentrismo, può consentire all’azione educativa di svolgere – anche, ma non solo, in relazione al Giorno della Memoria – il suo ruolo, sempre più necessario ai fini della convivenza civile e democratica.

Quest’ultimo tema è la strada privilegiata per imparare a ragionare – in una scuola che vede e vedrà sempre più la presenza di cristiani, mussulmani, ebrei e altri, diversi per religione o provenienza – sia della Shoah sia della guerra, sia dell’ipotesi di una sua composizione attraverso due stati, per i due popoli, sia sul futuro dei nostri giovani e del nostro Paese.

SCHEDE

SCHEDA 1 – Cos’è il sionismo

Il sionismo è un movimento politico e culturale che nasce alla fine del XIX secolo che ha come obiettivo la possibilità di dare vita a una “casa per ebrei” nel territorio della Palestina antica. Come tutti i movimenti a vocazione nazionalista si sorregge su un mito originario volto a identificare la nazione (ovvero il popolo) con un territorio geografico. Come tutti i movimenti nazionalistici moderni è costituito da varie anime ideologico-politiche anche in netto contrasto tra loro (per esempio, il Italia, la Carboneria nelle sue diverse componenti legate a Mazzini, Cattaneo, Gioberti…).

Inizialmente il movimento sionista è espressione di una componente laica. I religiosi ebrei non condividono l’ipotesi che si costruisca una realtà politica statuale se non per volontà divina. All’interno della componente laica ci sono molte anime politiche, espressione di destra radicale, liberali, socialiste.

La componente socialista è espressa da Leo Pinsker, socialista che partecipa ai primi moti rivoluzionari di fine Ottocento, convinto che ciò libererà gli ebrei dai pogrom ma, non incontrando la solidarietà dei compagni (che temono di perdere consenso difendendo gli ebrei in un contesto fortemente antisemita) concepisce l’idea di una nazione ebraica. L’idea liberale è espressa dal fondatore Theodor Herzl (un giornalista austriaco che di fronte all’accusa ingiusta, fondata su antisemitismo, di tradimento all’ufficiale francese Dreyfuss, scrive il più noto libro sul “Lo Stato degli ebrei”); Herzl propone l’idea di una realtà statale volta a favorire la costruzione di un sistema parlamentare a maggioranza ebraica.

In seguito, la componente socialista, ispirata al socialismo democratico europeo (Ben Gurion è il suo esponente di punta) costruisce la sua idea di Stato puntando a una rigenerazione lavorativa dell’ebreo che abbandoni la sua funzione commerciale o artigianale e punti a essere produttore. La componente di estrema destra che ha il suo fondatore nella figura di Zeev Jabotinsky propone una idea di comunità chiusa separata rispetto al mondo arabo circostante con cui non vuole avere rapporti.

Una componente culturale che in parte è vicina alle posizioni socialiste e in parte se ne discosta è quella che ritiene che missione del sionismo, accanto al riscatto degli ebrei, sia una piattaforma per promuovere emancipazione e coabitazione con il mondo arabo circostante, come, ad esempio, l’italiano Enzo Sereni e altri, tra i quali Martin Buber e Judah L. Magnes, fondatore e poi rettore della Hebrew University of Jerusalem.

per un ulteriore approfondimento: Marcello Flores,
Le parole hanno una storia”, Donzelli, Roma, 2025

SCHEDA 2 – Chi sono gli israeliani?

Una percezione diffusa, in Italia e in genere in Europa è quella di un numero di ebrei nel mondo nettamente superiore a quello reale (16 milioni circa e, in Italia, meno di 20.000). Una seconda percezione, connessa alla prima, è che gli ebrei sarebbero arrivati in Palestina per fuggire dalle persecuzioni in Europa, prima, durante e dopo la Shoah, o perché mossi dall’ideologia sionista.

Questo è vero solo in parte.

  • Una comunità ebraica in Palestina c’è sempre stata, ma soprattutto, oggi, la maggioranza degli ebrei israeliani discende da persone immigrate in Israele da altri paesi mediorientali: il 45 per cento degli ebrei israeliani si considera mizrahì, di origine mediorientale. A questi occorre aggiungere il 3 per cento di origine etiope e un 8 per cento di origine “mista”.
  • Nel mondo islamico gli ebrei vivevano sottomessi secondo le regole riservate “ai non mussulmani” (dhimmì). Novecentomila persone sono state costrette – dopo discriminazioni, disordini e uccisioni non conseguenti rispetto alla nascita di Israele – a fuggire da paesi arabi dove oggi non esistono più comunità ebraiche; soltanto il 44 per cento degli ebrei israeliani – che corrisponde al 35 per cento della popolazione israeliana nel suo complesso – è di origine europea. Tra questi, si stimano circa 1.200.000 persone (circa il 15 per cento della popolazione israeliana) provenienti dall’ex Unione sovietica, ebrei solo in parte da un punto di vista religioso. Anche in questo caso l’emigrazione è stata determinata da forme di discriminazione legata alle forme della cittadinanza.
  • Questi dati riguardano gli ebrei israeliani, ovvero l’80 per cento della popolazione in totale; il restante 20 per cento della popolazione è costituito prevalentemente da arabi, cristiani o mussulmani, che godono di piena rappresentanza e sono presenti nel Parlamento di Israele.

per un ulteriore approfondimento: Anna Momigliano
Fondato sulla sabbia”, Garzanti, Milano 2025