Letture & Riletture – gennaio 2026

Volumi 2026 01 ARENDT 2

dalla Newsletter n°20 – Gennaio 2026
 – Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

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Hannah Arendt. Dopo cinquant’anni

I lavori di Hannah Arendt (1906 -1975) riproposti di recente – in ragione della ricorrenza dei cinquant’anni dalla morte – sono, in genere, quelli più noti, pubblicati dopo la Seconda Guerra Mondiale:

  • Le origini del totalitarismo
    Einaudi, Torino, 2009 [ed originale 1951]
  • Rahel Vernhagen. Storia di un’ebrea
    Il saggiatore, Milano 2016 [ed originale 1957]
  • Vita activa. La condizione umana
    Bompiani, Milano, 2017 [ed originale 1958]
  • La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme
    Feltrinelli 2023 [ed originale 1963]).

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Minore è la presenza di testi anteriori. Questi ultimi, peraltro, rivestono un particolare rilievo ai fini delle considerazioni attuali sull’ebraismo, sul sionismo e su Israele.

Su questi temi si registra, da parte della studiosa, una evoluzione nel corso del tempo, in ragione degli eventi e dell’analisi sempre più raffinata, significativa e interessante da ripercorrere.

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In prima istanza, appare utile menzionare l’articolo, non lunghissimo, We refugees, pubblicato nel 1943 in “The Menorah Journal” di New York: la Arendt era approdata negli Stati Uniti, come profuga, dopo una breve prigionia in Germania, la fuga in Francia, il successivo internamento a Parigi, la nuova fuga nel paese dove sarebbe vissuta, dopo l’acquisizione, attesa a lungo, della cittadinanza.

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Ristampato in varie sedi – tra le quali il volume, di G Marramao (a cura di), Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano, 1996, pp 23 -32) – questo scritto evidenzia la particolare sensibilità per la condizione di rifugiato caratterizzata da più elementi: la perdita non solo della casa e del lavoro, ma lo status giuridico che nel Novecento definisce, con la cittadinanza, la pienezza dei diritti; la richiesta, fatta in genere al rifugiato stesso nel suo paese d’arrivo, di “adattarsi”, cancellando il proprio passato e “auto – negando” la propria origine; la richiesta, più o meno esplicita, di mostrarsi riconoscente verso chi lo accoglie, senza evidenziare la propria precarietà e, a volte, umiliazione; la fragilità di chi, non “appartenendo” allo Stato è inerme di fronte a soprusi e sopraffazioni.

Tali condizioni evidenziano, secondo la Arendt, come – data la natura, la cultura e la configurazione giuridica degli Stati nazionali – l’appartenenza a una comunità politica sia una condizione ineludibile per avere dei diritti.

Questi elementi sono uno sfondo intuibile nella lettura di contributi successivi, tra i quali gli articoli raccolti in M. L. Knott (a cura di), Hannah Arendt. Antisemitismo e identità ebraica. Scritti 1941 -1945, Einaudi, Torino, 2025 (ed originale 2000).

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In quest’ambito, tra altri, troviamo un testo (del 14 novembre 1941) dal titolo significativo, L’esercito ebraico – L’inizio di una politica ebraica? (pp. 8 -11). Nello scritto, la Arendt assume una decisa posizione a favore della richiesta, fatta agli Alleati dalle organizzazioni sioniste d’America, per la costituzione di un esercito ebraico per la difesa della Palestina. Questa proposta, sostiene, è “parte della battaglia per la libertà del popolo ebraico…” (p.9) e aggiunge “La libertà non è un articolo da regalo…La libertà non è nemmeno un premio per i dolori sopportati. Una verità sconosciuta al popolo ebraico …è che ci si può difendere solo tenendo conto della veste in cui si viene attaccati(p.10).

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Per questo, la filosofa ritiene importante – nel processo di definizione identitaria di una collettività non riconosciuta come popolo – essere socialmente presente attraverso uno degli organismi propri di ogni nazione, l’esercito appunto, di fronte al nemico nazista che più di chiunque altro nega agli ebrei lo stesso diritto di esistere come esseri umani. Il testo appena richiamato – come altri di quel periodo – è emblematico nel descrivere un impegno militante, fatto di riflessioni e di azioni concrete, in anni nei quali la Arendt lavora presso istituzioni ebraiche e scrive, in inglese e in tedesco, in giornali legati a tali organizzazioni.

Aiutano inoltre a capire come si sviluppi un pensiero che presenta due caratteristiche complementari: l’impegno sul campo rispetto alle proprie condizioni di vita, a cominciare da quella di rifugiata, prima e dopo essere diventata cittadina americana a pieno titolo; la ricerca e lo sviluppo di una dimensione universalistica del pensiero tale, peraltro, da non escludere quanto di più particolare possa sussistere nella propria esperienza concreta.

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Tale ricerca la porterà, in ambito ebraico, a discussioni vivaci con diversi interlocutori nel cercare di stabilire su quale debba essere il legame tra identità specifica ebraica e apertura totale verso l’altro: la Studiosa afferma di pensare e agire per una comune giustizia e – come afferma con una formula lucida e chiara – per il riconoscimento assoluto del “diritto di avere dei diritti”.

Il suo articolo del 1945, Il sionismo riconsiderato – ora in J. Kohn e R. H. Feldman (a cura di),  “Scritti ebraici”, Torino, Einaudi 2009, pp. 293 -318, a cui si rinvia anche per le discussioni menzionate – è il testo che, rispetto all’ebraismo, al sionismo, a Israele, offre un quadro importante per una riflessione anche sulle dinamiche odierne.

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La Arendt scrive che il sionismo – come veniva configurandosi nelle politiche del tempo, man mano che si conosceva cosa fosse stata la Shoah – rischiava di dare vita a uno Stato basato su criteri etnici e nazionalistici, escludendo altri popoli e realtà culturali presenti nel territorio di riferimento.

Era per questo necessario ricercare delle soluzioni alternative che garantissero la tutela della identità degli ebrei come popolo senza escludere la stessa possibilità ad altri popoli.

Il testo, di fatto, rileggeva il sionismo alla luce dei diritti umani universali: questo nesso non Le appariva contraddittorio, nel momento in cui avesse legato l’antisemitismo e la tragedia della Shoah a una politica basata su pluralismo, uguaglianza, giustizia e non su un nazionalismo etnico.

Il concetto centrale risultava quello di legare memoria storica e responsabilità politica.

Oggi la conseguente proposta della Arendt a favore di uno Stato binazionale va certamente rivista alla luce degli anni passati e delle dinamiche più recenti, ma le premesse appaiono importanti per un ragionamento sul futuro del Medioriente.

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VOLUME ARENDT - Una vita filosoficaLa rilettura e la disamina del dibattito che ha visto la Studiosa costruire idee e proposte significative per evitare un conflitto che, purtroppo, si è verificato e reiterato nel tempo, è parte costitutiva di un recentissimo volume, – T. Meyer (a cura di), Hannah Arendt. Una vita filosofica, Feltrinelli, Milano. 2025 (ed originale 2023) dove leggiamo che, subito dopo la Shoah, la Arendt viveva in un mondo che era anche un “post – mondo, reduce dalla recente catastrofe – che tale rimaneva anche a New York.

I suoi amici e conoscenti americani potevano in qualche modo scendere a patti con la realtà così com’era; Arendt no.

A prima vista, ciò dipendeva dall’esperienza dell’emigrazione, dalla fuga e dall’internamento, dalla persistente apolidia, com’è ovvio dal fatto che il mondo ebraico nell’Europa orientale e occidentale era stato distrutto senza rimedio.

Si trattava di circostanze concretamente vissute dalle quali lei non poteva prescindere per qualunque progetto futuro.

Secondo Arendt, a prescindere dal destino dell’ebraismo, per comprendere la situazione dal punto di vista politico occorreva fare due cose: assumersi la responsabilità, il che significava mettersi al servizio della causa ebraica, e allo stesso tempo promuovere una riflessione per evitare il ripetersi di simili tragedie.

E questo, a sua volta, significava riflettere – a partire dalle condizioni presenti – sulle questioni relative all’idea si stato, di nazione così come sulla condizione dell’esilio e su quello della cittadinanza” (p. 228).

Forse, anche oggi, bisogna ripartire da queste parole, cardine di problemi ancora da risolvere, per gli ebrei e per i non ebrei.