dalla Newsletter n°20 – Gennaio 2026
Maurizio Melani
Professore Straordinario di Relazioni Internazionali alla Link Campus University e docente presso altre istituzioni di alta formazione, Maurizio Melani è stato ambasciatore in Medio Oriente e altrove, DG per l’Africa, Rappresentante italiano nel Comitato Politico e di Sicurezza dell’UE, DG per la promozione del sistema paese
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Non sappiamo quale sarà l’esito di quanto sta accadendo in Iran.
Non sappiamo se questa rivolta – di dimensioni molto maggiori di quelle verificatesi in anni precedenti, ed estesa a quasi tutte le regioni del paese con la partecipazione di tanti settori di una composita società che il regime cerca di soffocare brutalmente nel sangue, con migliaia di vittime, se non decine di migliaia, diventerà una rivoluzione in grado di rovesciare il regime.
Né possiamo prevedere se questo rovesciamento, qualora vi fosse, sarà seguito, come auspichiamo, dall’insediamento di un sistema laico e democratico rispettoso dei diritti umani e disposto a contribuire ad assetti di pace, di sicurezza condivisa e di cooperazione economica nella regione, Israele incluso. O se invece seguirà un periodo di guerre civili tra diverse componenti politiche, etniche, religiose e di collocazione sociale con effetti destabilizzanti in tutta l’area mediorientale ed oltre come è spesso accaduto nel corso di molte rivoluzioni e dopo.
Quel che è certo è che la massima solidarietà attiva va espressa a chi si batte in questi giorni in Iran per la libertà e la democrazia.
Nel momento in cui scriviamo – dopo la feroce reazione (definita dal Presidente Mattarella un “efferato sterminio”) del regime teocratico di Teheran alla possente mobilitazione di un popolo esasperato – i possibili scenari conseguenti potrebbero essere vari e mutevoli, con probabili cambiamenti repentini, considerata l’erraticità delle dinamiche in corso e di un attore di primo piano quale il Presidente USA.

Un percorso “alla venezuelana”, con tutte le diversità e le possibili varianti del caso, non è sembrato escluso.
Dopo ribadite minacce di intervento il Presidente Trump ha mostrato a un certo punto di tendere a recuperare una parte del regime, con la motivazione di un asserito impegno ricevuto a sospendere gli eccidi, evitando un tentativo di rovesciamento cruento attraverso un problematico intervento militare mentre l’Iran dovrebbe rispettare certe condizioni in materia di capacità nucleari e missilistiche.
Non favorito dal Pentagono, tale intervento è stato sconsigliato dai paesi del Golfo che, pur essendo alleati in varie forme degli Stati Uniti e avversari della Repubblica Islamica, temono una destabilizzazione di tutta la regione, il blocco dello stretto di Hormuz con gravi danni alle loro economie e possibili contagi con minacce alla loro stessa stabilità.
Queste posizioni contrarie o, quanto meno, non favorevoli ad un intervento militare sono state manifestate in modo anche pubblico da Arabia Saudita, Oman e Qatar e in modo più discreto dagli Emirati e dall’Egitto.
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A chi governa questi paesi e a Trump sembra importare poco della democrazia e del rispetto dei diritti umani, argomenti comunque utili al Presidente americano per stabilire linee rosse funzionali alle sue pressioni rispetto al non nascosto principale obiettivo: la gestione e l’inibizione alla Cina delle risorse energetiche iraniane, in un disegno di controllo tendenzialmente monopolistico del mercato mondiale degli idrocarburi e di altre risorse minerarie, soprattutto di quelle necessarie allo sviluppo delle alte tecnologie.
Vediamo del resto questa tendenza nelle minacce alla Groenlandia e nelle azioni verso il Venezuela, ove l’intesa con i chavisti senza Maduro in cambio del controllo del suo petrolio sembra consolidarsi (pur non escludendo il mantenimento di una carta di riserva costituita dalla Machado).
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Allo stesso modo, riguardo all’Iran, l’annunciato accantonamento di un intervento militare che però mantiene “tutte le opzioni sul tavolo”, non esclude l’ipotesi di qualche attacco simbolico o di avvertimento assieme alla rafforzata presenza di forze aeronavali nell’area, con eventuali bombardamenti mirati o azioni di forze speciali a strutture militari iraniane.
Il disegno di Trump non piace agli altri grandi produttori di idrocarburi inclusi quelli del Medio Oriente. Già al momento dell’attacco militare all’Iraq nel 2003, contro il quale avevano combattuto un decennio prima per scacciarlo dal Kuwait, essi avevano espresso la loro contrarietà anche con atti concreti, come il sostegno all’insorgenza arabo-sunnita contro la coalizione a guida americana.
I paesi del Golfo ed in primo luogo l’Arabia Saudita perseguono, sia pure in competizione tra loro, un progetto di stabilità e cooperazione economica nella regione, in un contesto di sicurezza condivisa, inclusivo sia dell’Iran (che rinunci però alle sue attività destabilizzanti attraverso proxy di vario tipo e all’acquisizione dell’arma nucleare) che di Israele (subordinatamente all’accettazione dello Stato palestinese).
Le stesse cancellerie europee, con alcune eccezioni, sono preoccupate dagli effetti destabilizzanti sui piani politico, economico e della sicurezza, di un intervento militare, pur mitigando ancora l’esplicitazione della contrarietà (per non aprire altri fronti critici con Trump oltre a quelli su Groenlandia e Ucraina.
Contro un intervento militare, con le distruzioni e vittime tra la popolazione che implicherebbe, si sono espressi anche ampi settori dell’opposizione iraniana alla teocrazia, orgogliosi dell’indipendenza del paese, contrari ad imposizioni dall’esterno e timorosi dei vantaggi che sul piano politico potrebbe trarne il regime che controlla ancora una parte non irrilevante della popolazione come la contro-manifestazione dei giorni scorsi ha voluto dimostrare.
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L’opposizione appare tuttavia divisa e non ancora in grado di esprimere convergenze verso una unità di azione contro il regime. Vi sono i seguaci della monarchia che secondo sondaggi più o meno affidabili avrebbero il sostegno di circa un quinto della popolazione. Vi sono poi i movimenti delle numerose minoranze (azeri, curdi, turkmeni, baluci, arabi ed altri) alcuni dei quali hanno bracci armati, i Mujaheddin Khalq, o MEK, di origine islamo-marxista che durante la guerra tra Iraq e Iran negli anni 80 erano schierati con Saddam Hussein.
Vi è il movimento Donna Vita Libertà, democratico e liberal (nel cui ambito non mancano posizioni differenziate) forte nelle città ma probabilmente assai meno nelle estesissime aree rurali.
Vi è lo scontento dei “bazar“, attore importante della rivoluzione del 1979 e a lungo del supporto al regime ma dal quale è nata l’attuale rivolta.
Non si sa se vi siano strutture organizzative e sostegni ai vecchi partiti dell’opposizione allo Shah dei quali il più organizzato era il Partito Comunista Tudeh. In piena Guerra Fredda, il timore che questo partito potesse avere il sopravvento (mentre si dissolvevano il potere dello Shah e della sua pervasiva struttura repressiva) indusse gli USA a non ostacolare il ritorno dell’Ayatollah Khomeini dal suo esilio in Francia.
Khomeyni, diversamente da altre componenti del clero sciita, aveva teorizzato il principio che debbano essere i custodi della fede e interpreti della legge coranica ad esercitare direttamente il supremo potere politico. Il suo movimento prevalse su tutti gli altri gruppi che avevano partecipato alla rivoluzione, rapidamente eliminati e oggetto di persecuzioni, mentre l’occupazione dell’Ambasciata americana e il lungo sequestro di suoi funzionari determinò una rottura del rapporto con gli Stati Uniti mai più sanato.
In questo contesto si affermava progressivamente il potere politico ed economico della struttura militare dei Guardiani della rivoluzione, feroci attori della repressione.
Nelle due guerre del Golfo contro Saddam Hussein Israele si tenne saggiamente fuori dal conflitto armato di fronte ad un allora nemico esistenziale per non dare ad esse una natura che avrebbe reso tutto più difficile: sembra oggi che lo stesso Netanyahu abbia compreso l’opportunità di mantenere anche in questa occasione una simile linea.

