Antonio Scurati merita una replica, educata, ma ferma

2026 01 27 memoria calpestata

dalla Newsletter n°20 – Gennaio 2026
 – Giorgio Gomel

Gomel GiorgioAntonio Scurati ha pubblicato su “La Repubblica” lo scorso 11 gennaio un articolo sconcertante, costruito come recensione al libro “Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza” di Didier Fassin, che si intona con l’indignazione selettiva, l’attenzione univoca, ossessiva nei media e nel dibattito pubblico alla guerra fra Israele e Hamas e alla catastrofe umanitaria che ne è seguita per la gente di Gaza, rispetto ad altre guerre e catastrofi dal Sudan all’Etiopia, dallo Yemen all’Ucraina.

Forse alcune notazioni storiche sono dovute: Israele è vissuto sin dalla nascita in uno stato permanente di guerra guerreggiata interrotto da periodi di tregua, in una ostilità pervicace del mondo arabo circostante.

La non esistenza di uno stato palestinese riflette certo una “colpa” di Israele, ma anche la responsabilità del mondo arabo, delle leadership palestinesi e della comunità internazionale.

Una seconda cautela attiene al principio di realtà.

Gli israeliani non hanno mai vissuto in pace nel quotidiano. Soffrono di un’ostilità che ha assunto storicamente le forme della guerra e quelle infami del terrorismo.

L’attuale, aspro dibattito sulla questione se Israele stia commettendo crimini contro l’umanità o persino genocidio trascura il fatto che se Hamas avesse liberato gli ostaggi nelle sue mani ciò avrebbe da tempo messo fine alla guerra distruttiva in atto e con essa alla devastazione di Gaza e dell’esistenza collettiva di quel popolo.

Israele è sì colpevole delle immani sofferenze imposte ai Gazawi, ma su Hamas grava una responsabilità politica delle stesse. Il 7 ottobre 2023 Hamas sapeva che la risposta israeliana sarebbe stata durissima ed ha scientemente e cinicamente abbandonato ad essa la popolazione della striscia.

Infine – ed è qui il topos più irritante del duo Scurati-Fassin – vi è, come spesso nella retorica corrente, uno slittamento lessicale e filosofico nel vieto stereotipo di vittime e carnefici.

Ciò traduce una concezione essenzialista della storia umana per cui gli israeliani di oggi, tutti indistintamente, in quanto discendenti degli ebrei vittime dello sterminio di massa di 80 anni fa, si sarebbero tramutati da vittime in carnefici.

È una falsità evidente, come dimostra il dibattito sofferto che divide la società israeliana tra correnti d’opinione democratica e altre ad esse opposte segnate da un’ideologia integralista e autoritaria, nonché lo strumento facile di un meccanismo autoassolutorio per l’Europa colpevole per secoli dell’antigiudaismo cristiano e del razzismo antisemita.

Un meccanismo che abbiamo visto operare distintamente soprattutto intorno alla Giornata della Memoria negli ultimi due anni, e che ricorre vistosamente in articoli, sondaggi d’opinione, manifestazioni pubbliche.

Qual è un atteggiamento costruttivo del resto del mondo?

Le masse di israeliani che combattono per la loro democrazia e contro il governo bellicista dovrebbero essere sostenute, non boicottate.

Allo stesso modo, i palestinesi che richiedono un’Autorità palestinese riformata al posto di Hamas dovrebbero essere sostenuti da Israele e dal resto del mondo.

Il principio cui dovremmo ispirarci come parti terze in queste drammatiche circostanze è quello della “doppia lealtà”: invece di attribuire colpe e di infliggere punizioni, il compito che ci spetta è quello di offrire ponti, spingere le parti in lotta al dialogo, riprendere la logica degli accordi di Oslo del 1993 quando il riconoscimento reciproco dei diritti aveva dischiuso uno spiraglio di speranza, ovvero conciliando il diritto alla pace e alla sicurezza per Israele con quello ad uno stato indipendente per i palestinesi.

Soprattutto, è essenziale, come impegno della società civile in sostegno “dal basso” all’attivismo della diplomazia “dall’alto”, affermare l’illiceità della violenza contro i civili, da una parte e dall’altra; rigettare la disumanizzazione del “nemico”; riconoscere pur con fatica le ragioni dell’altro.

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