Bologna – Economia del terrorismo:  attori, finanziamenti, reti, infrastrutture, responsabilità

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dalla Newsletter n°21 – Febbraio 2026
– Anna Grattarola

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Venerdì 6 febbraio 2026, presso l’Istituto Storico Parri di Bologna, si è tenuta una conferenza sul tema “Economia del terrorismo: attori, finanziamenti, reti, infrastrutture, responsabilità”.

Ho introdotto l’incontro e in apertura ho osservato che seguire il percorso del denaro è sicuramente una delle intuizioni più rilevanti del compianto Giovanni Falcone, che, anche se non ha pronunciato testualmente la frase “follow the money”, ha indicato un principio investigativo potentissimo: per capire e colpire il malaffare e la criminalità, sotto qualsiasi forma, bisogna ricostruire i flussi di denaro.

I soldi rivelano alleanze, gerarchie, complicità e tracciare i movimenti finanziari permette di arrivare ai vertici, perciò questo titolo, forse un po’ inquietante.

Dopo i saluti delle associazioni amiche, Nes e 7ottobre, e del “padrone di casa” on. Virginio Merola, presidente dell’Istituto Parri, l’attenzione dei numerosi presenti è stata catturata per oltre due ore da Emanuele Ottolenghi, che ha dedicato all’analisi del tema studi e ricerche, per le quali è riconosciuto come un esperto internazionale indipendente.

Senior Research Fellow del Center for Research on Terror Financing (CENTEF) e Senior Advisor di 240 Analytics, una società di elaborazione dati e mitigazione del rischio di esposizione al finanziamento al terrorismo, Ottolenghi è autore di numerosi saggi e articoli su questioni mediorientali, pubblicati da riviste accademiche e testate giornalistiche internazionali. È riconosciuto per la sua analisi approfondita delle dinamiche politiche e di sicurezza in Medio Oriente, con particolare attenzione all’Iran e alle attività di gruppi come Hezbollah.

Tra le sue numerose pubblicazioni segnalo in particolare i volumi dedicati all’Iran.

2026 02 06 Bologna Economia e TerrorismoLo spunto iniziale della conferenza è l’intervista di Aldo Torchiaro a Marco Mancini, ex capo del controspionaggio italiano (Il Riformista, novembre 2025). Il quotidiano pubblica la foto segnaletica di un cittadino libanese, dal nome arabo Haitham Diad o Diab, traslitterato in due modi diversi.

Secondo Mancini, Diad/Diab è un membro di Hezbollah, incaricato dai pasdaran iraniani di guidare, dal quartier generale nella valle della Beqaa in Libano, un’unità responsabile per azioni eversive all’estero, in particolare assassinii.

Effettivamente, emerge da notizie di cronaca e documenti processuali che un Haissam Diab sia ricercato dal 2023 per un fallito attentato di Hezbollah in Brasile.

Attraverso la storia di quest’uomo, costruita su documentazione processuale e fascicoli di inchieste di vari paesi, si apre una finestra sulle convergenze tra crimine organizzato e terrorismo internazionale, minaccia non ben ancora messa a fuoco dalle opinioni pubbliche occidentali, ma nota agli Stati, che hanno organizzato da anni un apparato legislativo per regolamentare settori finanziari, migliorare la trasparenza delle transazioni con la riduzione dei contanti, e incrementare la tracciabilità del denaro.

Il ricorso al crimine da parte di terroristi non è nuovo, è successo in Italia e in Europa con gruppi di eversione sia rossi che neri per finanziare le loro attività.

Organizzazioni come Hezbollah, Hamas, Al Shabab, Al Qaida hanno bisogno di raccogliere fondi, che ricevono, oltre che da Stati conniventi, dall’apparato legittimo di ong caritatevoli di matrice islamica, facendo leva sul sentimento di solidarietà delle comunità di riferimento, in parte o in toto dirottati sul terrorismo; altri fondi derivano dal ricorso ad attività criminali quali traffico di droga, commercio illegale di armi, organi, zanne di elefanti, reperti archeologici, schiavi, attività per le quali occorrono contatti internazionali, intermediari affidabili che portino a buon fine le transazioni. La convergenza tra crimine e terrorismo avviene in quello spazio ambiguo dei traffici utilizzati per generare reddito mediante attività illecite.

Sembra strano che essi cooperino, viste le profonde differenze ideologiche, specie riguardo a gruppi islamici radicali. Eppure, a ben vedere, esistono elementi simili, che li portano a incontrarsi su terreno comune.

Terroristi e gruppi criminali si oppongono agli Stati e fioriscono in spazi dove lo stato è debole, usano la violenza per imporsi, non rispettano i diritti umani, sono veloci nell’appropriarsi di nuove tecnologie e sfruttarle, sono molto più agili delle burocrazie statali che li combattono, e adottano strutture decentralizzate simili. Anche se differiscono nelle motivazioni – le organizzazioni criminali mirano al profitto, le organizzazioni terroristiche hanno obiettivi politici – però si aiutano a vicenda.

Questa minaccia è presente da tempo ormai. Il presidente USA, Barack Obama, nel 2011 elabora una strategia contro il terrorismo internazionale da cui risulta che, su 63 organizzazioni criminali monitorate, 29 collaborano con organizzazioni terroristiche e avverte il pericolo che i flussi migratori clandestini possono essere sfruttati per inserire in Occidente terroristi.

L’agenzia ONU UNODC (Office of Drug Control) con sede a Vienna nel 2009 registra 320 miliardi di dollari di traffico di droghe e più del doppio di traffico di merci contraffatte, più di un trilione di dollari l’anno.

Queste somme non si muovono tutte in contanti e occorre fare in modo che risultino in transazioni legittime. Il lavoro di riciclaggio è essenziale per il funzionamento di questo business miliardario, e sono proprio le reti di Hezbollah, tra le varie organizzazioni terroristiche, a eccellere nell’offerta di servizi intermediari al crimine organizzato per movimentare questi flussi finanziari illeciti a buon fine.

Ottolenghi offre subito un esempio di casa nostra. Dieci anni fa un gruppo di ‘ndrine di Gioia Tauro intende acquistare 8 tonnellate di cocaina colombiana; le forze dell’ordine hanno sospetti e, prima che la droga arrivi, arrestano 55 persone, tra cui quattro che le carte processuali identificano come rappresentanti della compagine colombiana in Italia. Tra loro c’è un libanese sciita che vive in Romagna e commercia in auto usate, un commercio che storicamente Hezbollah ha usato a livello globale per schemi di riciclaggio.

Il libanese era l’uomo incaricato dai colombiani di gestire il rimpatrio dei proventi della vendita. Pur non essendo stato identificato dagli inquirenti come referente di Hezbollah, è certamente interessante che a gestire la compravendita sia un libanese residente in Italia (e non i tre colombiani inviati), incaricato dal sindacato criminale della droga in Colombia del delicato lavoro di riciclare denaro per loro conto.

Il ruolo di Hezbollah come referente del crimine organizzato inizia con l’aumento delle necessità finanziarie del gruppo. Hezbollah nasce negli anni ’80 come organizzazione clandestina terroristica, dagli anni ’90 si trasforma in milizia di difesa territoriale formando una rete sociale di previdenza che quindi ha necessità finanziarie sempre in aumento. Il bisogno di raccogliere fondi l’inserisce nei traffici illeciti dove i suoi agenti gestiscono servizi d’intermediazione tra i vari attori illeciti a livello globale, che riconoscono gli agenti di Hezbollah come affidabili ed efficaci. Non minaccia concorrenza sul territorio e offre un servizio efficiente.

Tale coinvolgimento è ben documentato.

Nel 2005, la DEA (Drug Enforcement Administration – l’agenzia americana incaricata delle inchieste contro il narcotraffico) e agenti colombiani, in un’operazione congiunta contro criminali in Colombia, eseguono intercettazioni di numeri telefonici associati ai cartelli colombiani.

Molte di queste conversazioni (oltre 120 ore) sono in arabo e coinvolgono interlocutori libanesi che organizzano trasferimenti di quantità ingenti di cocaina che viaggiano insieme con altre merci. Da quelle intercettazioni seguono negli anni molteplici inchieste che portano ad arresti, sanzioni, sequestri di ingenti quantità di denaro e così via. Ne emerge un quadro globale che mostra come Hezbollah sia coinvolta non solo nella pianificazione di attentati ma anche nella logistica e distribuzione di sostanze stupefacenti, oltre che nel riciclaggio dei proventi illeciti derivati dalle vendite.

E, conclude Ottolenghi, tra le tante figure che emergono in queste inchieste, si incontra proprio lo stesso Diad/Diab menzionato da Mancini nella sua intervista a Torchiaro. Molto rimane da chiarire, ma il personaggio risulta ripetutamente investigato in paesi diversi per traffico di droga internazionale, contrabbando e contraffazione di documenti. Viene persino arrestato, nel 2017, in compagnia di un trafficante libanese nella cui casa si trovava al momento dell’irruzione delle forze dell’ordine. Incredibilmente, nonostante i trascorsi, il personaggio viene rilasciato e, dopo breve tempo, ritorna alla ribalta come una delle persone chiave in un complotto terroristico in Brasile, dove da molti anni risiede. La sua storia, che unisce il filone terrorista con quello della finanza illecita e il crimine organizzato, in qualche modo è esemplare del fenomeno descritto nella conferenza.

Nelle conclusioni, Luca Alessandrini ha richiamato il tema dell’antisemitismo nostrano, citando alcuni recenti episodi eloquenti avvenuti in Italia e nella stessa città di Bologna.

La serata si è conclusa col desiderio di approfondire molti altri temi, tra cui alcuni aspetti inerenti a inchieste sul finanziamento in corso sia in Italia che negli Stati Uniti, l’uso delle criptomonete per finanziare il terrorismo, e i legami tra Hezbollah, Hamas, e i pasdaran iraniani.

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