Iran Gaza Cisgiordania Israele: quale la crisi più esplosiva?

2026 02 Board of Peace

dalla Newsletter n°21 – Febbraio 2026
– Janiki Cingoli

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Il mondo trattiene il respiro per sapere se ci sarà o no una nuova guerra tra Stati Uniti ed Iran. Giovedì 26 febbraio vi sarà ancora un incontro a Ginevra tra l’Inviato Speciale USA per il Medio Oriente Steve Witkoff e il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in cui Teheran dovrebbe presentare le sue ultime proposte.

Stanno scadendo le due settimane di tempo che il Presidente Trump aveva concesso per avere una risposta, e nel frattempo gli americani stanno completando il più imponente dispiegamento di forze aeree e navali nel Mediterraneo dai tempi della guerra all’Iraq del 2003, con l’arrivo della seconda portaerei nel Mediterraneo, la Gerald Ford, la più grande del mondo, insieme a centinaia di altre navi e aerei (Cnn).

Le richieste all’Iran sono note:

  • fine dell’arricchimento dell’uranio nel paese
  • trasferimento all’estero dell’uranio già processato, in particolare dei 450 kg arricchiti al 60%, vicino al 90% richiesto per avviare il processo di vaporizzazione necessario per costruire un’atomica
  • contenimento dell’apparato missilistico a media e lunga gittata
  • fine dell’appoggio al cosiddetto “anello della resistenza”, costituito dagli Hezbollah libanesi, da Hamas, dagli Houthi yemeniti, dalle diverse milizie dispiegate in Iraq.

2026 02 IRAN_MAPL’Iran pare disposto a discutere solo del suo programma atomico e secondo alcune indiscrezioni potrebbe forse accettare il trasferimento all’estero, probabilmente in Russia, dell’uranio arricchito ad alti valori, pur mantenendo una quantità simbolica a bassa gradazione che forse gli USA potrebbero tollerare; mentre rifiuta di discutere del proprio apparato missilistico, che definisce necessario per proteggersi, e dell’arco delle alleanze nella regione.

Al centro dei colloqui in corso oramai nessun riferimento alle massicce proteste che si sono svolte nel paese e sono parzialmente ancora in corso, brutalmente represse con oltre 30.000 morti.

Le probabilità che si arrivi all’attacco la prossima settimana sono alte, Trump appare sempre più impaziente, e d’altronde tenere in campo un dispiegamento di forze di quelle dimensioni richiede costi altissimi, che gli USA non possono sopportare a lungo.

La questione è se si tratterà di un attacco di avvertimento, per indurre l’Iran ad accettare le richieste USA, o di un attacco massiccio, volto a provocare un cambiamento di regime attraverso la caduta e l’eliminazione dell’Ayatollah Khamenei e degli alti dirigenti del suo regime.

In tal caso, è probabile che l’attacco si concentri inizialmente sui siti missilistici in grado di colpire le basi e le forze americane nonché Israele, come Khamenei ha apertamente minacciato.

Ovviamente, lo Stato ebraico è in una condizione di alta allerta, pronto a rispondere, se non ad effettuare un attacco preventivo, come già nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025.

L’esplodere di una guerra potrebbe avere conseguenze profonde a livello regionale, sia per il possibile coinvolgimento degli alleati degli USA, dall’Unione degli Emirati Arabi all’Arabia Saudita allo stesso Qatar, che ospita la più grande base americana, sia per il traffico marittimo nello stretto di Hormuz, passaggio nodale per il traffico energetico globale.

Se questa è la crisi in atto più esplosiva, tensioni non secondarie permangono a Gaza, in Cisgiordania, e dentro lo stesso Israele.

Per quanto riguarda Gaza, giovedì 19 febbraio si è riunito a Washington il BOP – Board of Peace (Jpost) presieduto da Trump, con la partecipazione di circa 40 paesi. L’Italia era presente come osservatore, con il Ministro degli Esteri Tajani.

Chi scrive non condivide le critiche arrivate a tale scelta da illustri commentatori e da tutta la sinistra italiana, inclusa la “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

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È vero che lo statuto del BOP deborda da quanto approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel novembre 25, prevedendo un suo ruolo globale in qualche modo concorrenziale alla stessa ONU, e una presidenza a vita dello stesso Trump, del tutto anomala. Ma il BOP è comunque un organismo recepito dal Consiglio di Sicurezza, che è destinato a incidere profondamente a Gaza, attraverso le sue diverse articolazioni, e l’Italia è direttamente impegnata nell’area, attraverso i progetti di formazione della polizia palestinese e la partecipazione alla Missione EUBAM al confine con l’Egitto.

Peraltro, sono circa 20 i paesi che hanno scelto di prendere parte alla riunione del BOP come osservatori, tra cui il Messico e l’India e, tra i paesi europei, la Germania, l’Italia, la Gran Bretagna, la Finlandia, la Grecia, Cipro (che in questo periodo detiene la presidenza a rotazione del Consiglio d’Europa), la Romania, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Polonia, nonché la stessa Commissione Europea attraverso la Commissaria per il Mediterraneo Dubravka Suica.

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Il 23 febbraio, l’Inviato Speciale per Gaza del BOP, Nickolay Mladenov, inoltre incontrerà a Bruxelles i 27 i Ministri degli Esteri della UE, insieme all’Alto rappresentante per gli Affari Esteri e Vicepresidente della UE, per discutere della situazione a Gaza, oltre che dell’Ucraina (timesofisrael).

Nel corso della prima riunione del BOP, sono stati annunciati finanziamenti per 17 miliardi di dollari, 10 da parte degli USA, 7 da parte dei principali paesi arabi e musulmani.

La stessa presenza dell’Arabia Saudita, che si è impegnata a stanziare 1 miliardo di dollari, a fianco di Israele, è un fatto diplomaticamente rilevante.

Gli altri paesi che si sono impegnati sono il Kazakistan, l’Uzbekistan, gli Emirati Arabi Uniti, il Marocco, il Bahrein, il Qatar, il Kuwait.

Anche per quanto riguarda la ISF – Forza Internazionale di Stabilizzazione, destinata ad assicurare la sicurezza a Gaza ed il flusso degli aiuti, l’Indonesia, il Marocco, il Kazakistan, il Kosovo e l’Albania si sono impegnati a inviare truppe, mentre l’Egitto e la Giordania sono impegnate nella formazione delle forze di polizia, come d’altronde anche l’Italia. Dovrebbe essere installata una larga base vicino a Rafah, dove inizialmente dovrebbero essere dislocate le truppe, nella parte orientale della Striscia controllata da Israele. Si prevede che al termine del dispiegamento vi siano 20.000 soldati e 12.000 appartenenti alle forze di polizia.

2026 02 NCAG Alì ShaatQueste dovrebbero fornire l’indispensabile supporto al comitato tecnocratico palestinese creato per Gaza, il NCAG – National Committee for the Administration of Gaza, presieduto da Alì Shaath, che ha già tenuto la sua prima riunione a metà gennaio al Cairo, alla presenza di Mladenov.

Inoltre, Mladenov è stato autorizzato dal BOP ad aprire canali formali di contatto con l’Autorità Palestinese malgrado l’ostilità israeliana (timesofisrael):  una decisione salutata dal Vice Presidente della Autorità, Hussein al-Sheikh.

Non mancano, ovviamente le difficoltà: Israele finora non ha consentito al Comitato tecnico palestinese l’ingresso a Gaza; resta inoltre il persistente rifiuto di Hamas a cedere le armi, anche se secondo alcuni suoi esponenti potrebbe essere disposta a consegnare al Comitato tecnico palestinese le armi pesanti, mentre vuole conservare almeno una parte di quelle leggere, per mantenere l’ordine nella parte occidentale della Striscia rimasta sotto il suo controllo. Secondo il Piano Trump, dovrebbe essere avviato per queste armi un programma di scambio pagato, per incentivarne la consegna.

Israele, per parte sua, pretende il disarmo completo di Hamas, e rifiuta ogni ulteriore ritiro delle sue forze, attualmente attestate sulla linea gialla che divide le due aree, fino a che esso sarà completato. Il Piano Trump invece prevede che il processo di disarmo sia graduale, e ad esso corrisponda un graduale ritiro per cedere il controllo all’ISF, fino a un ritiro totale salvo un corridoio di sicurezza intorno alla Striscia.

Ma la questione più rilevante è la condizione reale in cui versa Gaza, il divario tra i futuristici piani urbanistici presentati da Jared Kushner al BOP e la situazione sul terreno, ove restano ammassati oltre 40 milioni di tonnellate di detriti; tra i programmi e la vita reale della gente che, come osserva Jack Khoury su Haaretz, non sa come procurarsi un pasto caldo per spezzare il digiuno del Ramadan di questi giorni (Haaretz).

In Cisgiordania non si ferma l’aggressività dei coloni, spesso supportati o almeno non frenati dall’esercito: è di questi giorni la notizia di un incendio appiccato ad una moschea vicino ad Hebron, che fa seguito ai continui attacchi alla popolazione palestinese.

Il governo, per parte sua (timesofisrael), a metà febbraio, per la prima volta dal 1967, ha autorizzato l’apertura di un processo di registrazione dei terreni in Cisgiordania: i ministri che hanno promosso la misura hanno affermato che ciò avrebbe consentito la registrazione di ampie fasce di terreno come terreni statali disponibili per lo sviluppo israeliano.

La settimana precedente, il Gabinetto di Sicurezza aveva esteso le attività di controllo e l’applicazione della legge israeliana alle Aree A e B della Cisgiordania (ovvero dove secondo gli Accordi di Oslo l’ANP dovrebbe avere il controllo militare e civile) e ha    consentito ai privati cittadini israeliani di acquistare terreni in quel territorio, cosa che in precedenza non era possibile: un processo di annessione strisciante. Oltre alla condanna della ANP, tali misure hanno attirato anche quelle della Unione Europea, e dello stesso Trump.

D’altronde, in Israele la scadenza elettorale di fine ottobre è sempre più vicina, e la rincorsa a destra fra i membri del governo si fa sempre più serrata.

Secondo l’ultimo sondaggio di venerdì 20 febbraio (Jpost.Com), se si votasse oggi, andrebbero al blocco di governo 50 seggi su 120, lontano dalla possibilità di formare un governo, anche se il Likud resterebbe partito di maggioranza relativa, mentre al blocco dei partiti ebraici di opposizione ne andrebbero 60, rendendo loro necessaria qualche forma di appoggio di almeno uno dei due partiti arabi, che ne prenderebbero 5 ognuno.

Dr. Ali Shaath
@AliShaathNCAG

Today, as my first official act, I adopted and signed the NCAG Mission Statement, affirming our governing mandate and operating principles: Authorized by the UN Security Council Resolution 2803 and President Donald J. Trump’s 20-Point Peace Plan, the National Committee for the Administration of Gaza is dedicated to transforming the transitional period in Gaza into a foundation for lasting Palestinian prosperity.

Under the guidance of the Board of Peace, chaired by President Donald J. Trump, and with the support and assistance of the High Representative for Gaza, our mission is to rebuild the Gaza Strip not just in infrastructure but also in spirit.

We are committed to establishing security, restoring the essential services that form the bedrock of human dignity such as electricity, water, healthcare, and education, as well as cultivating a society rooted in peace, democracy, and justice.

Operating with the highest standards of integrity and transparency, the NCAG will forge a productive economy capable of replacing unemployment with opportunity for all.

We embrace peace, through which we strive to secure the path to true Palestinian rights and self-determination.

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