Davide, discolpati… ancora!

dalla Newsletter n°22 – Marzo 2026
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Valerio Sanzotta

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Sanzotta ValerioLo scorso 16 marzo la Procura di Roma ha annunciato la chiusura delle indagini nei confronti di quattro terroristi palestinesi ritenuti responsabili dell’attentato alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982 insieme con Osama Abdel al-Zomar, condannato in contumacia nel 1991, e collegati alla strage al ristorante ebraico Jo Goldenberg di Parigi del 9 agosto 1982.

Pur non avendo relazioni dirette con l’ondata di ostilità antiebraica che attraversò l’Italia nell’estate del 1982 a séguito dell’invasione israeliana del Libano, l’azione terroristica ne sancì in qualche modo il culmine e costrinse a riflettere, retrospettivamente, sugli eccessi di quel clima.

Ripercorriamo i fatti del 1982: il 6 giugno, due giorni dopo l’avvio delle operazioni militari, il quotidiano “Il Manifesto” titolava in prima pagina Israele tenta il genocidio”.

2026 03 Attentato Sinagoga davide-dicolpatiDa lì in poi fu una pioggia ininterrotta, nelle piazze e sulla stampa, di “parole malate”, come le definì Rosellina Balbi in un memorabile articolo dal titolo “Davide, discolpati!” apparso su “La Repubblica” il 6 luglio 1982: il genocidio, appunto, l’inversione della Shoah, la richiesta agli ebrei italiani di dissociarsi dal governo di Begin, tutte riedizioni di slogan e fenomeni già diffusi nella sinistra extraparlamentare degli anni Settanta.

Un fatto particolarmente grave si ebbe nel corteo sindacale del 25 giugno, quando alcuni manifestanti depositarono una bara presso la sinagoga di Roma dinanzi alle lapidi che ricordavano l’eccidio delle Fosse Ardeatine

Il gesto, anziché suscitare esecrazione, fu in qualche modo giustificato da Luciano Lama, nel suo intervento apparso su “Il Manifesto” del 3 luglio, di fronte alla “spaventosa ipotesi di un vero e proprio genocidio”.

Si moltiplicavano nel frattempo, tra la minimizzazione generale, le minacce e le aggressioni contro gli ebrei, particolarmente intense dopo il massacro di Sabra e Chatila, avvenuto tra il 16 e il 18 settembre da parte dei falangisti maroniti protetti da Sharon.

Fu in questo contesto che, preceduto dai sanguinosi attentati a Vienna (29 agosto 1981) e a Parigi (9 agosto 1982), si giunse dopo poche settimane all’attentato alla Sinagoga di Roma, il più grave atto antisemita avvenuto in Italia dalla fine della guerra.

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La mattina di sabato 9 ottobre, giorno della festa ebraica di Sheminì Atzeret, in un tempio gremito di bambini ai quali doveva essere impartita la benedizione, alcuni uomini legati ad Abu Nidal lanciarono bombe a mano contro la folla, poi investita da raffiche di mitra.

Mentre i terroristi si dileguavano, trentanove persone rimasero ferite e un bimbo di due anni, Stefano Gaj Tachè, perse la vita.

Se unanime fu la condanna del mondo politico, molto ambigua fu invece la manifestazione sindacale di due giorni dopo, accompagnata dalla consueta simbologia della nazificazione di Israele, e deludente il discorso di Lama, tutto basato sull’equiparazione autoassolutoria tra antisemitismo e fascismo, a testimonianza della poca propensione della sinistra ad avviare, in quel momento, una riflessione critica sulle proprie responsabilità (Silvia Berti, docente universitaria e nipote di Giuseppe Di Vittorio, lo denunciò sul “Corriere della Sera” del successivo 17 Ottobre).

2026 03 Attentato Sinagoga 9Quel tragico episodio segnò uno dei momenti di maggiore crisi nel rapporto tra il mondo ebraico e la sinistra italiana, già compromesso dalla svolta antisionista dell’URSS all’inizio degli anni ’50 e ormai ai minimi termini dal 1967.

Di contro, l’attentato alla sinagoga contribuì, a distanza di qualche anno, a una presa di coscienza soprattutto da parte del PCI, parallelamente alle nuove relazioni intessute con la sinistra israeliana e in contrasto con lo slittamento del PSI su posizioni sempre più filoarabe.

Significativo fu l’impegno di Giorgina Arian Levi, di Giorgio Napolitano o ancora di Piero Fassino, tra i principali sostenitori, in seno al PCI, delle ragioni di Israele. La caduta del Muro liberò finalmente la sinistra italiana da ogni residua ipoteca antiebraica e le permise di diventare protagonista di una stagione fondata su un rinnovato patto di cittadinanza.

Chiunque conservi memoria di quanto avvenne in Italia in quei mesi del 1982 resterà sconcertato dalle analogie con la degenerazione, in questi ultimi due anni, del giusto sdegno per la tragedia di Gaza, presto scivolato verso posizioni radicalmente antisioniste e spesso francamente antisemite.

Resta dunque la domanda di quale lezione si possa trarre oggi, con larga parte della sinistra politica e del sistema mediatico-culturale progressista che sembra nuovamente ricaduta nei suoi antichi travisamenti ideologici.

Forse, ancora una volta, saper guarire le parole, un compito che la memoria e la coscienza ci impongono. “Guarire le parole”, concludeva Rosellina Balbi, “[…] è un modo serio per cercar di “guarire” le cose. Di guarire questa ferita profonda, dalla quale è già sgorgato tanto sangue. Di far sì, soprattutto, che questo sangue non sia sgorgato inutilmente”.

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