dalla Newsletter n°22 – Marzo 2026
– Yair Golan

leader del partito dei Democratici
ex Vicecapo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa d’Israele
Il Libano è dentro di me. Ho comandato il settore settentrionale della zona di sicurezza, la Divisione della Galilea, e ho servito come generale del Comando Settentrionale delle Forze di Difesa Israeliane. Lì ho combattuto. Lì sono stato ferito. Ho visto da vicino cosa il fango libanese fa ai soldati, alle famiglie e a una Nazione che si convince che una sufficiente potenza di fuoco sia la stessa cosa di una strategia. Ma non lo è.
E mentre Israele valuta un’avanzata più profonda in territorio libanese, mi sento in dovere di dirlo chiaramente, prima che ripeta un errore che ha già pagato a caro prezzo in termini di sangue e di risorse.
Una manovra militare effettuata in profondità all’interno del Libano, senza un chiaro obiettivo politico, trascinerà di nuovo Israele in quel pantano. Non porterà una vera sicurezza al suo confine settentrionale.
Un’occupazione del territorio libanese deve essere tattica, e a tempo determinato: un mezzo per colpire Hizbollah, proteggere le comunità del Nord e creare una leva per una soluzione negoziata.
Nel momento in cui tale occupazione diventasse un fine in sé, Israele avrebbe già perso da un punto di vista strategico, quali che siano i vantaggi operativi.
Per capire il perché, è utile ricordare chi sono gli israeliani e cosa li ha effettivamente protetti.
.
Per decenni, i principi della sicurezza nazionale israeliana sono stati insegnati a ogni ufficiale che abbia frequentato le accademie militari: guerre brevi e decisive che si concludono con accordi diplomatici; accordi basati su successi militari volti a garantire la sicurezza di Israele a lungo termine, rimandando la guerra a un futuro lontano.
Questa dottrina ha reso un buon servizio alla Nazione. Nonostante l’incessante pressione relativa alla sicurezza, il suo popolo ha costruito nel Medio Oriente un fiorente miracolo democratico.
La Guerra d’Indipendenza si concluse nel 1948 con accordi di armistizio che diedero al giovane Israele il tempo necessario per costruire uno Stato, assorbire l’immigrazione e dirottare le risorse dagli armamenti verso scuole e strade.
La guerra di Suez del 1956 si concluse con un Sinai smilitarizzato e una forza ONU per mantenere la pace. Nel decennio di relativa tranquillità che seguì, il miracolo dello Stato israeliano si consolidò in ogni sua dimensione.
Nel 1973, la guerra dello Yom Kippur si concluse con accordi sulla separazione delle forze e, in definitiva, con un trattato di pace con l’Egitto, la risorsa strategica più importante di Israele fino ad oggi, nonché la fonte della sua frontiera più tranquilla negli ultimi cinquant’anni.
E il controesempio.
Israele non seppe consolidare la vittoria della Guerra dei Sei Giorni del 1967 in un accordo politico.
Il risultato fu una sicurezza minore, non maggiore. Senza accordi, ci siamo ritrovati dentro a una guerra di logoramento nel sud, con atti di terrore implacabili da est e con un conflitto irrisolto con i Palestinesi, confine col Libano compreso. La lezione è chiara: occorre porre fine alle guerre con un accordo.
Trasformare i successi ottenuti sul campo di battaglia in stabilità a lungo termine.
Questa non è debolezza.
Questa è statura politica.
Il che mi riporta al Libano e a ciò che si sta sprecando in questo momento.
Negli ultimi due anni, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno colpito Hizbollah con una forza senza precedenti. I successi militari sono immensi, frutto del coraggio e del sacrificio dei soldati israeliani, sostenuti dalla determinazione del fronte interno. Ma il Governo sta vendendo all’opinione pubblica una pericolosa illusione: che la forza militare, da sola, possa smantellare Hizbollah e garantire la sicurezza del Nord di Israele.
Ma esercitare la forza senza una strategia non è una vittoria, è un fallimento politico.
Ciò che rende la situazione così dolorosa è che si è aperta una vera e propria finestra di opportunità.
Hizbollah è in una situazione di estrema debolezza, militarmente, politicamente ed economicamente. All’interno del Libano, l’opposizione all’organizzazione che ha portato il Paese alla distruzione sta crescendo.
Il Governo libanese vede oggi Israele come un potenziale partner e Hizbollah come una forza illegittima.
Mentre Israele condivide, in questo momento, un interesse comune con lo Stato libanese: indebolire e isolare Hizbollah, tagliare i canali di approvvigionamento iraniani che lo alimentano e separare definitivamente l’organizzazione dalle Istituzioni della sovranità libanese.
Ciò significa collaborare con gli Stati Uniti, con i partner europei e con ogni fazione libanese che comprenda gli effetti devastanti del progetto iraniano sul loro Paese.
Questa opportunità non può attendere.
Se Israele non agirà per rafforzare il governo libanese e la sua lotta contro Hizbollah, se sprecherà questo momento in un’azione militare priva di un orizzonte politico, nel giro di pochi mesi ci ritroveremo esattamente nella stessa situazione.
Sentiremo le stesse vuote promesse di schiacciare e smantellare Hizbollah, e poi ci sarà un altro round. E un altro ancora.
Ci abbiamo già provato. Siamo rimasti lì per 18 anni, e ciò che la maggior parte degli israeliani ricorda di quel periodo non sono i successi tattici. Sono il sangue e il fango.
Ciò che ogni comandante e ogni soldato impara sul campo – e che i leader dell’attuale Governo israeliano sembrano non aver mai compreso – è che le guerre non si vincono guardando solo attraverso il mirino di un fucile.
Israele ha dimostrato, nei suoi momenti migliori, di saper combattere e di saper fare la pace.
È tempo di fare di nuovo entrambe le cose.
Un buon esercito vince le guerre.
Un buon governo prende quel successo militare e lo trasforma in una realtà di sicurezza, migliore e più certa, una realtà che gli permetta di investire di meno in fucili e di più nel futuro che i suoi cittadini meritano.

Yair Golan, un uomo coraggioso che fa ciò che dovrebbe fare uno statista
Fernando Liuzzi
Yair Golan è un uomo coraggioso. E’ cioè non solo un militare coraggioso, ma un leader politico coraggioso.
Della prima qualità, lo stesso Golan è consapevole, e in qualche modo la rivendica quando, dopo aver affermato che “il Libano è dentro di me”, ricorda che lì ha combattuto e lì è stato ferito.
La seconda qualità, invece, dimostra di averla quando firma un testo come quello pubblicato qui a fianco. Un testo breve, ma denso di contenuti, con cui non cerca il consenso facile di un ipotetico lettore israeliano, ma fa ciò che dovrebbe fare uno statista: espone le sue idee su ciò che il Governo dello Stato di cui è cittadino deve o non deve fare per perseguire il bene del suo Paese.
Il caso specifico affrontato da Golan in questo articolo, datato 20 marzo, è quello della guerra attualmente condotta da Israele in Libano contro Hizbollah. Per spiegare dove l’attuale Governo israeliano sta sbagliando, Golan ricorda che, per decenni, agli ufficiali israeliani è stato insegnato che una guerra, per essere utile alla sicurezza nazionale, deve essere breve e deve concludersi con un accordo volto a ottenere una almeno relativa stabilità. Ma non pare, dice Golan, che i leader dell’attuale Governo di Israele abbiano assorbito questa dottrina.
Al contrario, per ciò che riguarda l’attuale iniziativa militare in Libano, il Governo cerca di “vendere” all’opinione pubblica una “pericolosa illusione”: quella che la forza militare possa smantellare da sola Hizbollah e garantire sicurezza alla parte settentrionale di Israele. Ma, avverte Golan, esercitare la forza senza partire da una strategia non porta alla vittoria. Porta a un fallimento politico.
Con questo intervento di Golan, ci troviamo insomma davanti a un militare di carriera che, proprio in quanto militare, ancorché trasformatosi recentemente in leader politico, rivendica la primazia della strategia politica sul puro esercizio della forza militare. Per sconfiggere Hizbollah, Israele deve dunque innanzitutto capire di avere “un interesse comune con lo Stato libanese”. Sono parole forse inattese, ma certo pensate da una mente particolarmente lucida.

