dalla Newsletter n°22 – Marzo 2026
– David Sorani
L’Associazione culturale ebraica torinese Anavim ha scelto di affrontare un tema spinoso e ultimamente assai divisivo, quello dell’evidente, progressivo allontanamento di buona parte della sinistra italiana da Israele e di fatto dal mondo ebraico; una presa di distanza divenuta sempre più evidente dopo il pogrom del 7 Ottobre nei kibbutzim israeliani e la dura risposta delle Idf nella Striscia di Gaza, una opposizione trasformatasi ormai in un antisionismo che appare il nuovo volto dell’antisemitismo.
Questo antiebraismo di sinistra, spesso negato ma evidente, crea lacerazioni e senso di isolamento anche all’interno delle comunità ebraiche, abituate a scorgere nella destra il potenziale pericolo per la propria libertà e sicurezza.
La crescita esponenziale degli episodi di aperto antisemitismo nel mondo e anche in Italia, il conseguente tentativo di costruire un testo di legge volto a cogliere e ad affrontare un fenomeno di odio antico e irriducibile alle altre forme di razzismo, gli ostacoli che spesso da sinistra si sono frapposti alle iniziative parlamentari in questa direzione hanno accentuato l’esigenza di analizzare le origini e il senso di un atteggiamento in espansione.
Per cercare risposte Anavim ha interpellato, nel corso di un’interessante incontro webinar svoltosi mercoledì 18 marzo, Manuel Disegni – docente all’Università di Torino e recente autore di un bel libro su Marx e la questione ebraica, e due esponenti del Pd molto vicini al mondo ebraico come Piero Fassino, anima storica di Sinistra per Israele, e Graziano Delrio, tra i promotori di un Ddl contro l’antisemitismo.
L’esame del complesso problema, seguito in collegamento da più di cento persone, è stato intenso, coraggioso, anche se alcuni aspetti di fondo sono rimasti nell’ombra.
Tralasciando le radici storiche marxiane della Judenfrage, Disegni ha fornito la sua interpretazione della situazione attuale: il capitalismo/imperialismo globalizzato di oggi genera l’antisemitismo come suo prodotto naturale.
Una visione discutibile e molto ideologizzata della realtà politico-economica contemporanea, che comunque non coglie alcuna ragione interna nello specifico emergere di un antisemitismo di sinistra, vedendolo di fatto solo come una conseguenza inevitabile, un frutto marcio delle politiche aggressive del governo Netanyahu e dell’amministrazione Trump.
Delrio e Fassino, con argomentazioni diverse ma parallele, hanno entrambi criticato questa interpretazione strutturale, focalizzandosi invece sulla situazione politica e sociale italiana.
Delrio, denunciando i soprusi, le esclusioni nei confronti di tanti israeliani nel nostro paese e l’isolamento crescente degli studenti ebrei italiani nelle nostre università, si è fatto coraggioso sostenitore dei diritti delle minoranze, che restano puntello indispensabile di ogni società democratica.
Le offese, financo le minacce ricevute da ambienti di sinistra per la scelta di impegnarsi in Parlamento contro l’antisemitismo – da lui ricordate en passant – rivelano il clima tossico nel quale siamo immersi.
Fassino, molto attento a distinguere tra una condivisibile critica politica all’attuale governo e una colpevole demonizzazione dell’intera società israeliana, ha ripercorso con lucidità le varie fasi del rapporto sinistra italiana/Israele, incrinatosi gravemente dopo la Guerra dei Sei giorni (1967) e del Kippur (1973) per l’irrisolta questione dei Territori occupati, ma poi rinsaldato dalle aspettative di pace nell’epoca dei Trattati di Oslo, per poi entrare stabilmente in crisi con l’assassinio di Rabin e l’ascesa di Netanyahu.
Gli accordi di pace naufragavano, l’Israele di ispirazione socialista stava ormai definitivamente tramontando, emergeva il movimento nazionale palestinese (spesso nella forma del terrorismo) e la sinistra italiana non riconosceva nella linea del Likud la spinta ideale nella quale si era in parte identificata.
È molto significativo che, considerando il ruolo del precedente legame, i due big dissidenti del Pd abbiano preso nettamente le distanze dall’indirizzo attuale del partito e di buona parte della sinistra nei confronti di Israele e dell’ebraismo italiano nel suo complesso, atteggiamento giudicato ingiusto e pericoloso non solo per la comunità ebraica ma per l’intera società.
Tuttavia non si può non rilevare che il discorso è rimasto in qualche modo a metà; è mancata di fatto l’analisi delle attuali dinamiche interne che portano la sinistra a sposare un antisionismo becero e impreparato, versione attuale dell’antisemitismo.
Assieme alle trasformazioni storiche, geopolitiche, ideali di Israele e dell’intero Medio Oriente; assieme al tramonto delle ideologie, credo che a causare l’involuzione antisraeliana e antiebraica della sinistra sia stata da un lato una basilare carenza interna di idee e programmi, dall’altro una troppo facile ricerca del consenso unitario di base (diretta anche ai movimenti proPal) in funzione elettorale.
Ma forse era eccessivo aspettarsi che anche questo emergesse dall’importante incontro dell’altra sera.
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