dalle Newsletter n°22 e 23 – Marzo e Aprile 2026
– Bruna Soravia
Qui di seguito pubblichiamo una interessante intervista a Reda Mansour, ex ambasciatore israeliano, importante esponente della comunità drusa d’Israele.
Scrittore, poeta, opinionista del Times of Israel, Reda Mansour è oggi capo delle relazioni internazionali per il Technion di Haifa, la principale università tecnica israeliana (riconosciuta come leader a livello mondiale e classificata al 1° posto in Europa in indici specifici di informatica).
La lunga intervista a Reda Mansour si articola su tre grandi temi:
- la storia della comunità drusa e dei suoi rapporti con Israele
- l’esperienza di un ambasciatore israeliano in paesi e momenti difficili
- la difficoltà di rappresentare e promuovere una grande università israeliana in un contesto di turbolente relazioni internazionali
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Può spiegarci chi sono i drusi, e se si identificano come arabi e come musulmani?
Sono concetti complessi, la risposta dipende da chi lo chiede. Iniziamo col dire che la maggior parte dei drusi vivono in Medio Oriente e che parlano arabo. Quindi, se essere arabo è definito dalla lingua, allora i drusi sono arabi.
Non lo sono tuttavia nel significato politico del termine, perché quando si parla di “nazione araba” s’intende un concetto politico.
Per esempio, gli ebrei vivevano nei paesi arabi e parlavano arabo, ma dobbiamo per questo dire che erano arabi? No, erano diversi, avevano una religione diversa che non era l’Islam.
Torniamo ai drusi: alcuni dicono che sono parte dell’Islam perché l’Islam ortodosso afferma che in Medio Oriente possono esserci religioni precedenti all’Islam, come il giudaismo e il cristianesimo: il tuo status di ebreo o cristiano sarà inferiore, avrai meno diritti, ma sarai comunque accettato perché la tua religione è venuta prima dell’Islam.
L’Islam ortodosso non accetta nuove religioni dopo la rivelazione islamica, chi ne fa parte è considerato eretico. È quello che abbiamo visto negli attacchi contro i drusi nel luglio dell’anno scorso in Siria, che sono stati carichi di odio religioso.
È così contro i drusi, gli alawiti, gli ismailiti, gli yazidi: tutti gruppi considerati eretici, soprattutto dai Fratelli musulmani.
Il credo druso nacque nei primi secoli dell’Islam da uno scisma all’interno della comunità sciita, per la quale la successione profetica è invece ammissibile. Per questo, i drusi hanno di base due racconti fondativi: uno dice che ci siamo separati dallo sciismo ismailita nel secolo XI. A questo riguardo, bisogna dire che gli studiosi discutono perfino se l’ismailismo possa essere considerato parte dello sciismo: molti pensano che si tratti di una terza branca islamica, dopo i sunniti e gli sciiti, perché l’ismailismo è molto diverso dallo sciismo.
I drusi si separarono quindi nel secolo XI, in Egitto, e crearono un dogma completamente diverso all’interno dei monoteismi, un dogma fondato sulla filosofia greca.
Ora, è davvero inaudito che una setta islamica, o qualsiasi altra confessione monoteistica, abbia potuto fare una cosa del genere, ridefinire il monoteismo in termini filosofici.
Per questo, quando noi drusi parliamo di Dio, parliamo della “Mente Universale”.
È un discorso molto influenzato dai neopitagorici, molti aspetti della dottrina drusa sono derivati dalla filosofia neopitagorica: per esempio, uno dei nostri simboli più famosi, la stella a cinque punte, è di fatto il pentagramma neopitagorico, che allude alle cinque basi dell’universo.
Insomma, i drusi hanno una fede molto insolita per la quale fin dall’inizio sono stati perseguitati e hanno dovuto nascondere la loro religione, anche pretendendo di essere musulmani.
Per questo in Siria e in Libano i drusi oggi si definiscono la comunità “drusa islamica”.
Israele è invece il primo paese mediorientale a riconoscere i drusi come una distinta comunità religiosa secondo la legge israeliana, e questo fin dagli anni ’50 del secolo scorso.
Per questo, i drusi in Israele sono molto più liberi di parlare pubblicamente della loro identità e religione, mentre nei paesi arabi sono necessariamente più riservati, anche perché nel contesto di ignoranza e povertà che è comune in gran parte del mondo arabo diventa molto pericoloso mostrare la propria fede.
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La religione è ancora così importante per la coesione della comunità drusa?
[NdR: le autorità religiose sono persone comuni investite della missione di rappresentare la fede, e definiti uqqal, ovvero “dotati di intelletto/iniziati”, contrapposti ai juhhal, “ignoranti/non iniziati”].
Ricordiamo innanzitutto che non si può essere considerati drusi se non si hanno padre e madre drusi, quindi sì, la religione è molto importante. In Siria e Libano esiste una piccola percentuale di matrimoni misti, in Israele ancor meno: direi che il 98-99% sono drusi e basta. Non c’è nessun modo di entrare nella comunità, nemmeno dopo un lungo processo di conversione come quello ammesso per il giudaismo.
Prima di abbandonare l’Egitto, all’inizio delle persecuzioni dell’XI secolo, le autorità religiose druse dichiararono che la “porta della dottrina” era chiusa. Questo comporta che oggi, in una società moderna, esiste il problema di modificare questa dottrina ma ciò è molto difficile, perché i nostri leader religiosi non sono abbastanza autorevoli da introdurre cambiamenti. Così, la religione resta cruciale.
I drusi hanno creato una miscela culturale etno-religiosa molto ricca e interessante, che contribuisce alla loro forte identità, un po’ come avviene per i curdi di montagna. Anche noi siamo un popolo di montagna e un popolo guerriero, e anche questi aspetti contribuiscono alla costruzione dell’identità drusa.
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Come descriverebbe la relazione fra le comunità druse e lo stato israeliano, a che livello si sviluppa?
Credo che, soprattutto dopo il 7 Ottobre, il rapporto fra drusi ed ebrei abbia raggiunto un livello di intimità senza precedenti quando gli israeliani si sono resi conto del grande sacrificio che i drusi stanno facendo per difendere lo Stato di Israele. Non ci sono stati drusi fra le vittime del 7 Ottobre ma nel corso del mese, la percentuale di soldati drusi caduti ha raggiunto il 10%, rispetto all’essere l’1,5% della popolazione.
Per questo oggi in Israele essere druso è quasi più popolare che essere ebreo.
Oggi, grazie ai social media, il sacrificio dei drusi è diventato ben noto fra gli ebrei in Israele e nel mondo, per cui oggi le comunità druse ricevono grande sostegno economico dal filantropismo ebraico, che finanzia scuole e organizzazioni educative e sostiene le famiglie dei soldati.
Naturalmente, non sono tutte rose e fiori.
I drusi si lamentano abitualmente della loro situazione in Israele, degli scarsi investimenti governativi nelle loro città e villaggi.
Questo è in parte comprensibile perché i drusi vivono soprattutto in periferia – in Israele la popolazione è concentrata nel centro del paese, mentre i drusi abitano soprattutto nel nord, ed è comune che la periferia riceva investimenti minori. Tuttavia, credo che, anche per questo, le aspettative della comunità drusa sono molto alte: ci si aspetta che lo stato riconosca il sacrificio compiuto, anche perché in Israele oggi, in media, solo il 50-55% dei diciottenni fanno il servizio militare ma fra i drusi si raggiunge, credo, l’88%.
Insomma, i drusi ritengono di dare più di quello che ricevono e si aspettano quindi più attenzione da parte del governo, e questo è ancora più vero fra le giovani generazioni.
Siamo ormai alla terza o quarta generazione di drusi israeliani e la comunità è stanca di promesse di investimenti che non si materializzano. In realtà, le prime due generazioni erano qui prima che ci fosse Israele.
Mio nonno era nato nell’impero ottomano all’inizio del secolo scorso: ha visto l’arrivo degli Inglesi e la nascita di Israele nel 1948. Ho scritto in un articolo di come mio nonno abbia vissuto in tre diversi paesi senza essersi mai mosso!
Ha combattuto a fianco di Israele nel 1948 ed era entusiasta di Israele perché prima i drusi avevano sofferto molto. Gli ottomani erano crudeli, opprimevano le minoranze; sotto il mandato britannico, si soffriva meno ma c’erano anche meno opportunità.
Con Israele tutto è cambiato: lo stato ha aperto scuole in ogni villaggio e ha portato acqua ed elettricità, per cui le prime generazioni hanno conosciuto grandi miglioramenti. Le generazioni successive danno questo per scontato e vogliono di più, vogliono essere come quelli che vivono a Tel Aviv o a Gerusalemme, non vogliono vedere strade rotte o consigli municipali senza soldi per fare cose. Per questo, sono più delusi di quelli che li hanno preceduti.

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Come sono i rapporti con le comunità druse in Libano e in Siria? Io ricordo, come altri credo, un film che ne parlava, “La sposa siriana”, forse il mio primo incontro con i drusi di oggi.
All’inizio, dopo la nascita di Israele, nessuno si curava di avere relazioni con gli altri stati arabi vicini e così, dopo il 1948 e per molti anni, si sono interrotti anche i nostri rapporti con i drusi siriani e libanesi. Non potevamo incontrarci, anche perché, dal lato arabo, incontrare drusi israeliani equivaleva a collaborare con il nemico. Quindi, la situazione era che, se ci si sposava oltre il confine, la sposa sapeva che non avrebbe rivisto più la sua famiglia. La situazione era, ed è ancora, tragica, siamo, si può dire, la sola comunità mediorientale che non può comunicare oltre le frontiere, più ancora dei curdi, che possono in realtà spostarsi fra la Turchia, la Siria e l’Iraq.
Noi, invece, non possiamo andare in Libano né in Siria dal 1948 ma, essendo poco numerosi, nessuno ci ha fatto caso e nemmeno noi abbiamo fatto storie.
Ogni tanto, sulla stampa chiedo che ci sia permesso di incontrare le nostre comunità oltreconfine. La tragedia è che, dato il patriottismo dei drusi, in ogni guerra con Israele ci sono drusi da una parte e dall’altra, perché i drusi combattono anche negli eserciti siriano e libanese.
Tutto però è cambiato con la guerra civile siriana, quando i drusi israeliani hanno iniziato a sostenere finanziariamente e in altri modi quelli siriani, che erano attaccati dall’Isis e da al-Qaeda.
All’inizio della guerra, una grande comunità drusa nel nord della Siria, nella regione di Idlib al confine con la Turchia, fu conquistata dall’Isis e alcuni dovettero convertirsi, mentre altri lasciarono il paese: vi fu un massacro dove fu coinvolta l’organizzazione di al-Julani/Ahmad al-Shara’a, attuale presidente siriano.
Fu allora che da Israele iniziammo a sostenere i drusi in Siria e, grazie anche ai social media, abbiamo iniziato a conoscerci meglio. I drusi siriani erano meravigliati della forza dell’identità drusa in Israele, pensavano evidentemente che fossimo ormai del tutto assimilati agli ebrei, e invece hanno capito che la nostra identità è oggi la più forte in Medioriente.
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Si potrebbe dire che Israele stia riproducendo l’assetto multi-comunitario tipico del Medioriente fino alla metà del secolo scorso, accogliendo le comunità etno-religiose espulse dal nazionalismo arabo?
Io credo che si sia fatta una cosa simile fin dall’inizio, perlopiù senza dirlo.
Israele ha un rapporto molto forte con i curdi, sia in Iraq che in Siria, come pure con i maroniti libanesi, che sono cristiani, e ora stiamo rafforzando il rapporto con i drusi siriani.
Quindi sì, Israele ha sempre avuta una connessione con le minoranze, anzi, questo aspetto ha fatto parte dell’ideologia di alcuni dei padri fondatori, per esempio di Moshe Sharett, che è stato l’ideatore del cosiddetto “patto delle minoranze”.
Sharett iniziò a parlarne negli anni ’40, dicendo che Israele, dovendo fronteggiare i grandi stati arabi, doveva avvicinarsi ai turchi, agli iraniani e alle altre comunità non arabe e non sunnite.
Quindi, si può dire che sostenere le minoranze rientri nell’ideologia politica israeliana.
Penso anche che, alla fin fine, gli ebrei stessi sono una minoranza in Medio Oriente ma che Israele sia la sola minoranza etnica che è riuscita a formare uno stato.
Per questo, mi sembra che abbia senso, strategicamente, che Israele aiuti le altre minoranze ad ottenere, se non uno stato indipendente, almeno autonomia o forme di governo decentralizzato.
Se prendiamo, per esempio, le minoranze siriane, vedremo che oggi non c’è niente che le colleghi al governo centrale di Damasco: cosa hanno a che fare drusi, cristiani, alawiti, nestoriani con un governo jihadista, la cui ideologia è quella della supremazia islamica sunnita? Il cui messaggio è che gli altri non fanno parte, che sono ospiti nel paese, anche se in realtà c’erano dapprima dell’Islam?
Perché, non dimentichiamolo, i cristiani erano in Siria da prima, e quindi i musulmani sono i nuovi arrivati, non gli altri, sono loro i colonizzatori.
L’ Islam è arrivato dall’Arabia meridionale, e tutto il resto è stato colonizzato.
È interessante che in questo momento questo dibattito sia in corso sui social media in tutto il Medio Oriente.
Le minoranze stanno ricordando ai jihadisti che gli ospiti sono i musulmani, non loro, e che per questo reclamano i loro diritti.
Siamo comunità antiche e la nostra cultura deve essere rispettata: se vogliono istituire stati non democratici fondati sull’identità sunnita, che almeno vengano riconosciuti alle minoranze autonomia o governo decentralizzato.
Non vogliamo essere controllati, spero che questo sia chiaro.

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Essere un diplomatico israeliano:
ci può raccontare come ha deciso di entrare nella carriera diplomatica, il suo percorso?
Sono nato in Israele in un villaggio druso sul Monte Carmelo chiamato Isfiya, uno dei due principali villaggi drusi della regione. Ho iniziato lì le scuole, poi mi sono spostato a Haifa, dove ho frequentato un liceo tecnico legato al Technion. È a quel punto che ho deciso di cambiare indirizzo.
Mi piacevano le lingue straniere, l’inglese soprattutto, e m’interessavano le questioni nazionali, così, all’università, ho studiato scienze politiche e studi mediorientali.
Pensavo che sarei rimasto a insegnare lì e invece, per caso, venni a sapere di un concorso per diventare diplomatico nel ministero degli esteri. Volli tentare anche se, all’epoca, non c’erano diplomatici di carriera non ebrei.
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Oggi è diverso, ce ne sono una ventina, per esempio George Deek, che è arabo cristiano, ma ci sono anche diplomatici beduini, e drusi naturalmente, anche donne druse.
All’epoca però, l’inizio degli anni ’90, l’inizio del processo di pace, non c’erano ancora diplomatici non ebrei, ed era anche molto difficile essere presi, c’erano ogni anno 2.000 / 3.000 candidati.
Invece fui preso e la mia prima missione fu come console a San Francisco, per un’area che copre pressappoco tutto il Nord-ovest degli Stati Uniti, dall’Alaska alla California, un territorio immenso.
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Successivamente, ho preso un master a Harvard, una tappa obbligata per la carriera; poi sono stato viceambasciatore in Portogallo e poi ambasciatore in Ecuador, un po’ a sorpresa perché a 35 anni ero (lo sono ancora) il più giovane ambasciatore mai nominato in Israele.
Di lì, sono andato in Brasile, la mia nomina principale e anche la più problematica. Questo non solo perché, ovviamente, il Brasile è uno dei paesi più grandi e, di conseguenza, anche l’ambasciata lo è, ma anche perché sono arrivato in Brasile in un momento per alcuni aspetti simile all’attuale, nel 2014.
Anche all’epoca era in corso un conflitto militare grave con Hamas a Gaza [la campagna “Protective Edge”, luglio-agosto 2014], e vi era una crisi nelle relazioni fra Israele e il Brasile, dove era al governo Dilma Roussef.
Dilma Roussef, venuta dopo Lula, era perfino più critica di lui rispetto a Israele, al punto da aver richiamato l’ambasciatore, e non sapevamo nemmeno se avrebbe permesso il mio arrivo e accettato le mie credenziali. Fortunatamente lo fece, ma io dovetti muovermi su un terreno estremamente spinoso per riuscire a ripristinare il rapporto e ricondurlo a un livello accettabile.
La stessa cosa sta succedendo ora, come mi hanno confermato altri ambasciatori con cui ho parlato.
È un momento veramente difficile per essere ambasciatore d’Israele e lo stesso è stato per me: le nostre missioni sono minacciate, molte organizzazioni terroristiche prendono di mira i diplomatici israeliani, sicché non è facile fare il proprio lavoro in queste condizioni.
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È una grandissima sfida riuscire a spiegare alla gente quale sia davvero la situazione qui da noi, perché quando si parla del conflitto, tutti pensano che non facciamo altro che combattere. Invece, chi viene in Israele trova una realtà del tutto diversa e sorprendente.
Guardando oggi indietro alla sua carriera, quali strumenti considera ancora oggi essenziali per un diplomatico israeliano? Cosa suggerirebbe ai giovani che intendono seguire la sua strada?
L’anno scorso, ho scritto un libro intero sulla diplomazia come professione, e sugli strumenti indispensabili nell’armamentario diplomatico. È in inglese, è acquistabile anche online.
Il tema centrale è che la diplomazia non è solo strumentale all’azione politica, ma è parte della vita quotidiana, perché la diplomazia è l’arte di negoziare, di analizzare sistemi e, in questo senso, è utile in diversi profili professionali. Volevo che i giovani potessero servirsi della mia esperienza nei diversi campi di studio, perché la diplomazia aiuta soprattutto ad ascoltare e a studiare l’ambiente in cui ci si trova.
Quando i diplomatici arrivano in un paese straniero, devono leggere molto in brevissimo tempo, per capire dove sono, capire le questioni della cultura del paese. È auspicabile che parlino la lingua del posto: nel mio caso, ho studiato spagnolo e portoghese per le mie missioni, insieme all’arabo, all’ebraico e all’inglese che mi sono serviti per approfondire le questioni politiche del momento e per capire il funzionamento di queste società.
In fondo, la tua missione dovrebbe essere quella di creare punti di contatto fra le persone e fra le diverse società, e invece i diplomatici hanno tendenza a rappresentare troppo il loro paese, a metterne gli interessi al di sopra di tutto.
Viceversa, se vuoi instaurare relazioni davvero profonde e durature, devi capire anche le esigenze dell’altro paese, perché, se non lo fai, la gente non farà caso a te.
Ci sono diplomatici che vanno in un certo paese, ci lavorano magari 3-4 anni ma restano su un terreno burocratico, senza imparare niente della cultura, della società, dei bisogni del paese. La loro azione diplomatica sarà superficiale e cerimoniale, passeranno il tempo andando da una cerimonia all’altra. Questo però significa non fare molto, significa lavorare sul breve periodo.
Nel mio caso, mi sono dedicato a sviluppare relazioni accademiche e culturali, che sono in genere più profonde e durature. E poi relazioni economiche, scientifiche – sono settori più importanti della politica spicciola, che cambia molto rapidamente, mentre negli altri campi è possibile sviluppare rapporti che durano nel tempo.
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Le università nella tempesta
Da qualche tempo lavoro al Technion di Haifa e, come racconto a tutti, nel mio primo giorno nel campus ho incontrato soprattutto ragazze musulmane col velo che andavano in giro, e questo mi ha fatto sorridere pensando che questa immagine sarebbe probabilmente incredibile in gran parte del mondo.
In molte università israeliane il 20% degli studenti sono arabi, e questa è una cosa del tutto normale: non ci sono grandi tensioni, l’ambiente è amichevole, tutti s’impegnano seriamente. Eppure è difficile convincere di questo chi non vive in Israele, perché si pensa che vuoi fare propaganda e che, comunque, si tratta di apartheid!
Al Technion sono direttore delle relazioni esterne e delle Global Societies. Il Technion ha 17 global societies in tutto il mondo, in questo momento sotto pressione da parte di gruppi propalestinesi, soprattutto in Europa ma non solo [Cornell e il Technion].
In alcuni casi queste pressioni hanno avuto risultati, e le università hanno dichiarato il boicottaggio di Israele, almeno formalmente.
Nei fatti, le cose vanno abbastanza diversamente, perché i docenti hanno facoltà di agire diversamente e di continuare la collaborazione con le istituzioni israeliane anche se la loro università ha dichiarato il boicottaggio.
Inoltre, le università tecniche, quelle cosiddette STEM, sono in genere meno coinvolte politicamente di quelle che hanno facoltà umanistiche al loro interno.
Così, per esempio, continuiamo a fare parte di Euro Tech, che è una coalizione delle principali università tecniche in Europa, e siamo attivi in tutto il continente.
I nostri professori continuano a partecipare ai congressi e noi riceviamo ancora ingenti finanziamenti di ricerca dall’Unione Europea, dai diversi programmi europei, perché, credo, la comunità scientifica riconosce il valore dell’innovazione scientifica israeliana.
Insomma, sanno distinguere fra politica e scienza come è giusto che sia.
Tuttavia, anche se il settore tecnologico è stato meno colpito, il problema esiste.
Vedere questo tipo di proteste studentesche non è piacevole; per me, personalmente, è anche strano vedere che i giovani in Europa sostengono Gaza, senza spendere una parola su chi controlla davvero Gaza, senza dire niente su Hamas, sul fondamentalismo islamico.
È un fenomeno inquietante, è preoccupante constatare a che punto la gente sia ignorante. Non è logico, non è scientifico. È un pregiudizio.

