I silenzi del Pd: parla Fabiana Di Segni

2026 04 scritta antisemita panificio

dalla Newsletter n°23 – Aprile 2026
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Arturo Belluardo

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Una decina di giorni fa, Fabiana Di Segni, presidente della Commissione Politiche Sociali del Municipio XI di Roma, ha deciso di lasciare il Pd a causa dei ripetuti attacchi antisemiti di cui è stata (ed è tuttora) vittima.

Suona strano definire “vittima” Fabiana Di Segni, una combattente nata: militante del movimento LGBTQIA+, strenua sostenitrice dei diritti delle famiglie arcobaleno (ha due figli con sua moglie), si batte da sempre per un sostegno pubblico e diffuso al disagio psicologico, specie dei giovani. Ed è da decenni impegnata nella diffusione della memoria della Shoah: sua nonna, Fatina Sed, era stata deportata da bambina ad Auschwitz e fatta oggetto degli esperimenti di Mengele; ritornata dal campo di sterminio, non aveva mai raccontato a nessuno la sua storia, nemmeno alle sue figlie. Tale era la vergogna di essere sopravvissuta. È stata proprio Fabiana, dopo la morte della nonna, a trovare il suo diario, a farlo pubblicare e a far diventare la sua tragedia nascosta, insegnamento.

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Partirei proprio da tua nonna. Posso solo immaginare cosa abbia suscitato in te il post di un dirigente del Pd Marconi e dell’Anpi, tuo compagno di direttivo, che proclamava: “Si scrive Israele, si legge Nazismo”. E il riemergere violento del tema della “vergogna di essere ebrei”, della pretesa da parte di esponenti del Pd di una presa di distanza della Comunità Ebraica da Israele e dalla sua guerra contro i palestinesi. Hai assistito a un crescendo parossistico di ostilità e di esclusioni. Ti va di riassumerne le tappe e di raccontarci come ti sei sentita?

Partire da mia nonna, per me, significa partire da una ferita che non è mai davvero finita. Mia nonna, Fatina Sed, era stata deportata bambina ad Auschwitz, era sopravvissuta agli esperimenti di Mengele, ed era tornata portandosi dentro una vergogna muta, profondissima, la vergogna di essere sopravvissuta. Per anni non aveva raccontato nulla. Quando ho trovato il suo diario e ho deciso di renderlo pubblico, l’ho fatto perché sentivo che quella memoria non doveva restare sepolta. Non immaginavo che un giorno mi sarei trovata, in un altro tempo e in un altro contesto, a sentire riemergere qualcosa di quella stessa ombra.

2026 04 Fabiana Di SegniQuando nel mio partito, nel mio circolo, ho letto frasi come “si scrive Israele, si legge nazismo”, non ho visto soltanto un’opinione estrema o un eccesso polemico. Ho visto il collasso della misura, della storia, del senso morale. Ho visto il confine tra critica politica e demonizzazione saltare davanti ai miei occhi. E ho visto, soprattutto, che quelle parole non producevano la reazione che avrebbero dovuto produrre in una comunità democratica.

Le tappe sono state progressive e dolorose. Prima un disagio crescente nel modo in cui si parlava di Israele, del Medio Oriente, degli ebrei. Poi le richieste di dimissioni. Poi le frasi intollerabili nel direttivo del circolo Marconi, come “i like sono i loro, non i nostri”, dove quel “loro” voleva dire chiaramente “gli ebrei”. Poi la lettera ai vertici del partito, in cui denunciavo un clima di odio e l’impossibilità sempre più forte di un dialogo reale. Poi ancora il silenzio, l’assenza di un confronto serio, l’assenza di scuse, l’assenza di un’assunzione di responsabilità.

E infine il passaggio più violento e più chiaro: essere chiamata a rispondere “come ebrea” delle scelte del governo israeliano. Quel “voi” è stato il punto di non ritorno. Perché lì non ero più Fabiana, non ero più una collega, non ero più un’amministratrice: ero ridotta a un’appartenenza, caricata di una responsabilità collettiva che nessun altro si sogna di attribuire in questi termini ad altre persone, ad altri popoli, ad altre identità.

Come mi sono sentita? Ferita, profondamente. Ma anche lucida. Perché a un certo punto capisci che non si tratta più di te soltanto. Capisci che se lasci passare tutto questo nel silenzio, allora accetti che l’odio entri nello spazio pubblico travestito da militanza, da slogan, da radicalità politica. E questo io non potevo farlo.

Tu credi che sia stata la reazione israeliana al 7 Ottobre a scatenare questa ondata di parossismo antisemita o che sia stata solo una leva che ha scoperchiato una realtà mai scomparsa? Rav Di Segni ricorda che all’indomani del 7 Ottobre, già veniva attaccato per strada per quel che aveva fatto Israele. E anche io ho sentito discorsi analoghi nelle sedi del Pd…

Io penso che il 7 Ottobre non abbia creato dal nulla questa ondata: l’ha fatta esplodere. Ha funzionato da detonatore, ha scoperchiato qualcosa che c’era già, che non era mai davvero scomparso, ma che in molti casi restava sottotraccia, magari camuffato da progressismo, da militanza, da antisionismo generico, da indignazione morale selettiva.

Dopo il 7 Ottobre è accaduto qualcosa di molto grave: invece di nominare con chiarezza l’orrore del massacro, il terrorismo di Hamas, la violenza jihadista, il trauma subito da Israele e dagli ebrei nel mondo, in tanti hanno subito spostato il discorso su un altro piano, fino a chiedere agli ebrei di giustificarsi, di prendere le distanze, di spiegarsi. È esattamente lì che il pregiudizio riemerge in tutta la sua forza: non quando si critica un governo, ma quando si pretende da un ebreo una patente morale che ad altri non si chiede.

Per questo non credo che sia stata solo la guerra a produrre l’antisemitismo. Credo che la guerra abbia reso visibile una fragilità democratica già esistente. E qui c’è una responsabilità politica enorme: quando non si nominano Hamas, Hizbollah, il terrorismo islamista, il ruolo dell’Iran e tutti gli attori coinvolti in questa tragedia, si offre al dibattito una lettura mutilata, ideologica, che finisce per colpire un bersaglio identitario molto preciso.

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Ci racconti il lungo percorso che ti ha portato alle dimissioni e qual è stata la scintilla decisiva? So che, per gli attacchi ricevuti, hai avuto la solidarietà di Del Rio, di Pina Picierno, di Francesca Del Bello, ma anche dello stesso presidente dell’XI Municipio, Gianluca Lanzi: perché hai deciso che non era più il caso di continuare a lottare all’interno del partito?

2026 04 Fabiana Di Segni Pd aggressioneÈ stato un percorso lungo, non un gesto impulsivo. Io ho provato a restare. Ho provato a parlare. Ho provato a costruire il confronto. Ho provato a non consegnare tutto alla rabbia. Ma negli ultimi due anni ho visto un accumulo continuo di episodi: attacchi antisemiti, aggressioni politiche e personali, richieste di dimissioni, frasi offensive espresse dentro ambienti del partito e un’incapacità strutturale di affrontare tutto questo con la nettezza necessaria.

La tappa più evidente fu ciò che accadde nel circolo Pd Marconi. Quelle frasi non furono semplici eccessi verbali: furono la spia di una deriva. Per questo lasciai il direttivo del circolo e scrissi ai vertici del partito.

Non ricevetti quello che mi aspettavo da una forza politica democratica: una presa di posizione chiara, un dibattito serio, una delimitazione netta del confine tra critica politica e antisemitismo. È vero, ho ricevuto solidarietà, e l’ho apprezzata sinceramente. Ho riconosciuto il tentativo di mediazione di Gianluca Lanzi e la vicinanza di altre figure che hanno mostrato sensibilità e attenzione. Ma la solidarietà personale, da sola, non basta quando manca una risposta politica all’altezza.

La scintilla decisiva è stata capire che il problema non era più il singolo episodio, ma il sistema di silenzi intorno agli episodi. E poi, certo, ci sono stati fatti recenti che hanno reso tutto ancora più insostenibile, come il commento online in cui mi si diceva che “Hitler avrebbe dovuto completare il compito”. Davanti a parole così, se non arriva una risposta immediata, netta, forte, allora vuol dire che la frattura è ormai insanabile. A quel punto restare non sarebbe stato più un atto di resistenza. Sarebbe stato un tradimento della mia dignità.

Tu che, per lavoro e missione politica, hai sempre cercato di essere vicina alle realtà giovanili, come ti spieghi che gli attacchi più violenti agli ebrei siano arrivati dai ragazzi, dalle giovanili di partito: ricordiamo i manifestini dei Giovani Democratici, le bandiere israeliani bruciate durante i cortei. È il fallimento della memoria?

Sì, credo che ci sia anche un fallimento della memoria, ma non solo. C’è il fallimento di una memoria ridotta a rito, a celebrazione, a data simbolica, e non trasformata in coscienza democratica profonda. La memoria della Shoah non serve se viene ricordata un giorno all’anno e poi svuotata di significato quando si tratta di riconoscere l’antisemitismo nel presente.

Mi colpisce molto che proprio i più giovani, che dovrebbero essere i più sensibili ai temi dei diritti e della discriminazione, in alcuni casi abbiano assunto linguaggi così estremi. Ma questo non accade nel vuoto.

Accade quando il mondo adulto, il mondo politico, il mondo educativo rinuncia alla responsabilità di spiegare la complessità, di fermare la propaganda, di distinguere tra solidarietà e demonizzazione, tra critica e odio.

Per questo non me la sento di puntare il dito soltanto contro i ragazzi. Mi domando piuttosto che cosa abbiamo trasmesso loro. Se abbiamo insegnato loro davvero che cosa significa non ridurre una persona o un popolo a un nemico assoluto. Se abbiamo insegnato che la memoria non è una liturgia, ma un argine morale. E qui sì, io vedo una responsabilità politica e culturale molto forte.

Pochi giorni fa, un ebreo è stato aggredito da alcuni giovani arabi perché indossava la kippah nel quartiere Marconi di Roma (storicamente segnato da una forte presenza ebraica romana): credo che questo, come altri episodi di vandalismo di giorni addietro, siano favoriti dal clima “culturale” del quartiere (e non solo): io stesso ho sentito proclamare, durante le celebrazioni della Giorno della Memoria a Marconi, che c’era la necessità di un “antisemitismo di protezione”, visto quel che stava facendo Israele. Tu cosa ne pensi?

Penso che sia una frase agghiacciante. Già solo concepire l’idea di un “antisemitismo di protezione” significa aver smarrito completamente il senso delle parole, della storia e della democrazia. Non esiste un antisemitismo legittimo, non esiste un antisemitismo giustificabile, non esiste un antisemitismo “difensivo”. Esiste l’odio, e l’odio va nominato, condannato e fermato.

Quando si crea un clima culturale in cui l’ebreo torna a essere visto come simbolo collettivo, come figura su cui scaricare rabbia, colpa e risentimento, allora l’aggressione fisica non arriva dal nulla. Arriva dopo una lunga preparazione linguistica, simbolica, politica. Arriva quando si accetta che si possano dire cose intollerabili senza conseguenze. Arriva quando la storia viene manipolata e la Shoah banalizzata.

Per questo penso che ciò che sta accadendo vada condannato con assoluta fermezza. Ma penso anche che vada ricostruito uno spazio di responsabilità. Non possiamo rassegnarci all’idea che quartieri, scuole, partiti, movimenti diventino luoghi in cui l’odio antiebraico circola come un’opinione tra le altre. La speranza, per me, sta proprio nel rifiuto di questa normalizzazione. Sta nella possibilità di tornare a dire insieme, senza equivoci, che nessuna causa giusta può essere difesa con parole ingiuste.

Non riesco a credere che una volta uscita dal Pd (tra molti silenzi, svariati brindisi e alcuni dispiaceri), tu possa smettere la tua battaglia politica. Anche perché è importante che voci lucide e agguerrite come la tua non vengano inghiottite dal “melmume” di opportunismo preelettorale. Come vedi il tuo futuro?

Io non smetto affatto la mia battaglia politica. Esco dal Partito Democratico, ma non esco dalla politica. Anzi, sento che proprio questa scelta mi impone ancora di più il dovere di continuare a parlare, a nominare ciò che ho visto, a difendere lo spazio della complessità e della dignità. Devo prendermi il tempo per comprendere se c’è un interlocutore oggi con cui parlare che metta al centro la complessità.

Ho scelto di collocarmi nel gruppo misto, ma di continuare a sostenere le linee programmatiche della maggioranza e il lavoro istituzionale che ho portato avanti finora. Per me questo è un punto importante: non sto trasformando una ferita politica in una fuga opportunistica. Sto cercando di restare fedele al mio ruolo, alla mia responsabilità verso i cittadini e ai valori per cui sono entrata nelle istituzioni.

Come vedo il mio futuro? Lo vedo difficile, certamente, ma non segnato dalla rinuncia. Lo vedo come un tempo in cui continuare a difendere i diritti, la memoria, la lotta contro ogni odio, il sostegno alle fragilità, la dignità delle persone. Se c’è una speranza che tengo stretta, è questa: che anche da una frattura così dolorosa possa nascere una parola più libera, più vera, più coraggiosa. E che nessuno, dopo aver ascoltato questa storia, possa più dire di non aver visto, anche se mi rammarica la tendenza che sento mormorare di trasformare questo mio gesto in un gesto emotivo negandone gli aspetti politici e valoriali.