Negoziato e rispetto dei diritti unica via di uscita

2026 01 iran clashing

dalla Newsletter n°23 – Aprile 2026
– 
Piero Fassino

L’intero Medio Oriente – dal Mediterraneo al Golfo Persico – è investito da due anni da un incendio devastante che estendendosi sempre di più, suscita nel mondo intero angoscia per possibili eventi catastrofici.

E la lezione che dobbiamo trarre è che senza una strategia politica, l’uso unilaterale della forza e delle armi non porta a soluzioni, ma semina caos e accresce una condizione di anarchia internazionale, come ci ha ricordato in modo accorato anche Papa Leone XIV.

Sappiamo come all’origine degli eventi vi è stato il massacro perpetrato da Hamas il 7 Ottobre contro alcuni kibbutz israeliani e un concerto giovanile, causando oltre 1500 vittime e il rapimento di 250 persone. A quell’orrendo massacro è seguita una dura reazione israeliana con l’invasione della striscia di Gaza causando migliaia di vittime, tra cui tantissime donne e bambini, continui sfollamenti della popolazione e la devastazione di vasta parte del territorio.

Una reazione che gran parte della comunità internazionale ha giudicato sproporzionata e in violazione di diritti umani.

Una tragedia a cui ha messo fine il cosiddetto Piano Trump che fino ad oggi tuttavia appare più un congelamento del conflitto che l’avvio di un percorso di pace. Gaza è divisa in due zone, una sotto controllo dell’esercito israeliano e l’altra affidata ai palestinesi con l’esito paradossale che in quella parte della Striscia Hamas continua ad esercitare il suo controllo dispotico.

2026 04 Libano HizbollahIl conflitto si è allargato al Libano con l’offensiva lanciata per mesi da Hizbollah con il lancio di migliaia di missili esplosivi contro i villaggi israeliani, provocando decine di vittime e lo sfollamento forzato di circa 80.000 cittadini israeliani. Anche in questo caso Israele ha messo in campo una dura reazione militare occupando via via territori nel sud del Libano.

Un accordo di cessate il fuoco e l’impegno ad applicare la risoluzione 1701 sono stati disdetti da Hizbollah, suscitando la severa condanna dello stesso Presidente libanese Aoun.

E a sua volta il governo israeliano ha deciso di invadere il sud del Libano con l’obiettivo di creare una ampia fascia di sicurezza, ma violando così la sovranità e la integrità territoriale del Libano.

Con la mediazione americana è stato avviato un negoziato tra i governi israeliano e libanese, contestato da Hizbollah, mentre sul terreno gli scontri tra l’esercito israeliano e le milizie Hizbollah proseguono, senza risparmiare Unifil e il suo ruolo. In questo scenario bellico si sono inseriti gli Houti yemeniti, anch’essi uno dei proxy dell’Iran, attivando il lancio continuo di missili esplosivi sulle città israeliane.

In una situazione già gravissima, è precipitata la decisione unilaterale e in aperta violazione del diritto internazionale del Presidente Trump e dal Premier israeliano Nethanyahu di colpire l’Iran, già colpito da bombardamenti sui siti nucleari nel giugno 2025.

Conosciamo la escalation di eventi sempre più drammatici: i bombardamenti hanno provocato la eliminazione del Presidente Khamenei e di molti dirigenti iraniani di primo piano, vaste distruzioni al tessuto urbano e alle infrastrutture delle città persiane, lo smantellamento di apparati militari iraniani compresi i principali siti delle tecnologie nucleari.

Teheran ha reagito con il lancio di missili esplosivi su Israele e sui paesi del Golfo con l’obiettivo di estendere il conflitto.

2026 04 Hormutz spazialeContemporaneamente Teheran ha bloccato la libera navigazione dello stretto di Hormuz, passaggio cruciale di approvvigionamenti energetici essenziali per l’economia mondiale.

Uno scenario tuttora aperto a sviluppi drammatici stante il fallimento dei primi colloqui tra Usa e Iran e la sospensione di un secondo round di negoziati.

Una dinamica di eventi che mette in evidenza le crescenti difficoltà in cui si dibatte Trump in una conduzione erratica che alterna ultimatum a tregue, senza che emerga una exit strategy.

Anzi il protrarsi della crisi conosce l’inserimento di altri attori – Paesi europei, Cina, Russia, Turchia – tutti impegnati in mediazioni, pur di segno diverso, che in ogni caso enfatizzano ancora di più l’assenza di una strategia americana.

A questo scenario drammatico ha concorso anche la politica perseguita dal governo israeliano.Il 7 Ottobre il mondo intero non aveva esitato a condannare le azioni devastanti di Hamas, riconoscendo il diritto all’autodifesa di Israele e ribadendo la inviolabilità della sua esistenza.

Ma da quella solidarietà il governo Nethanyahu ha fatto derivare scelte che in nessun modo possono essere giustificate: le disumane sofferenze a cui è stata sottoposta la popolazione civile di Gaza; la sottrazione al Libano di suoi territori; l’aggressione continua alla popolazione palestinese della Cisgiordania e la progressiva annessione de facto della West Bank, con l’obiettivo di liquidare così la soluzione due popoli/due Stati, indispensabile per dare pace e stabilità alla regione.

Così come non può in alcun modo essere accettata la decisione adottata alla Knesset – con l’opposizione dei gruppi parlamentari di sinistra e centrosinistra – di introdurre la pena di morte per palestinesi accusati di terrorismo. Una legge incompatibile con i valori su cui è fondato lo Stato di Israele e anche con i principi delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa, ai quali Israele ha aderito.

La legge – contro cui si è levata la voce di protesta della comunità internazionale e anche di una parte significativa dell’opinione pubblica israeliana – è oggi all’esame della Corte suprema ed è auspicabile che sia bloccata e, in attesa del giudizio, in ogni caso non applicata.

Contro la gestione bellicista del governo Nethanyahu sono cresciute nel mondo protesta e condanna, fino a evocare la sospensione degli accordi Israele-Ue e dello status di osservatore al Consiglio d’Europa. E si è diffusa in ogni Paese non solo la giusta e legittima condanna alle politiche praticate dal governo di Israele, ma una generale e inquietante ostilità verso la società israeliana e gli ebrei in quanto tali, con manifestazioni e atti di antisemitismo verso cui la formale condanna non si traduce mai in una azione di chiaro e esplicito contrasto.

2026 04 Kibbutz Kfar Aza October 15 2023Se all’indomani del 7 Ottobre il mondo intero si era schierato a fianco di Israele, oggi si deve registrare l’isolamento internazionale in cui lo ha condotto la politica di Nethanyahu. Una politica a cui da mesi si oppone nella società israeliana un movimento politico e civico che ha sollecitato due tra i principali leader di opposizione, Lapid e Bennett, a stringere alleanza in vista delle ormai prossime elezioni.
(nella foto il Kibbutz Kfar Aza 15 ottobre 2023)

La situazione è resa ancor più drammatica dalla feroce repressione in atto in Iran dove si continua – anche in queste settimane – ad arrestare, torturare e mandare alla forca gli oppositori.

E se è certamente condivisibile la determinazione della comunità internazionale nel ricercare soluzioni sicure al nucleare militare iraniano e allo sblocco dello Stretto di Hormuz, sconcerta la inadeguata reazione alle esecuzioni capitali a Teheran che proseguono senza che si levi nel mondo un moto generale di protesta. La vita umana non vale certamente meno di un gallone di benzina!

La sospensione delle pene capitali e la liberazione dei prigionieri politici dovrebbero essere rivendicazioni cogenti da porre sul tavolo di negoziati per consentire – anche senza un regime change – di aprire una fase nuova nella vita politica e sociale dell’Iran.

Nella incertezza degli sviluppi degli eventi, appare in ogni caso sempre più evidente che gli strumenti per dare soluzione ai conflitti sono dialogo, negoziato e rispetto dei diritti di ogni Stato, di ogni comunità, di ogni persona e che solo così si potrà dare pace e stabilità al Medio Oriente.