dalla Newsletter n°23 – Aprile 2026
– Janiki Cingoli
La situazione in Medio Oriente si fa sempre più incerta. Annullati gli incontri previsti a Islamabad, in Pakistan, tra Iran e USA, per la partenza anticipata del Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, e la cancellazione annunciata da Trump del viaggio degli inviati USA Steve Witkoff e Jared Kushner, tutto sembra ritornato alla casella 0, come in un eterno giro dell’oca.
Tuttavia, spiragli negoziali sembrano ancora aperti: dopo la partenza da Islamabad ed una tappa in Oman, per discutere della gestione dello stretto di Hormuz con l’altro paese che costeggia lo stretto e convincerlo a condividere un sistema di pedaggi sulle navi che lo attraversano, Araghchi ha fatto ritorno a Islamabad, facendo trasmettere dal Pakistan, come paese mediatore, la proposta di discutere prioritariamente la riapertura dello stretto, rinviando ad una fase successiva le trattative sul nucleare.
Sull’Iran pesa il blocco sugli accessi a Hormuz imposto da Trump sulle navi iraniane, che costituisce un duro colpo per le entrate del paese, come sottolineava il politologo Gilles Kepel sul Corriere: “l’Iran è disastrato. Il blocco navale Usa a Hormuz ha funzionato più delle armi: ora a Teheran anche i più oltranzisti vogliono negoziare”.
Per di più, come sottolinea Trump, nell’impossibilità di scaricare il petrolio, questo preme sulle condotte iraniane, rischiando di farle esplodere.
Ma, al di là delle technicality, ciò che emerge è da un lato una grave frattura all’interno del gruppo dirigente iraniano, con i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) che premono per una linea dura, e sono arrivati a sconfessare pubblicamente i negoziatori, in particolare il Presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, accusato di aver annunciato prematuramente la riapertura dello stretto di Hormuz e di aver aperto ai negoziati sul nucleare. Tali accuse lo hanno indotto a non partecipare più alle trattative e forse alle sue dimissioni.
D’altronde, Ghalibaf aveva duramente criticato (JPost) gli esponenti più oltranzisti che si opponevano alle trattative, denunciandoli come estremisti che potrebbero “distruggere l’Iran”.
In questa babele, Trump il 21 aprile aveva inaspettatamente deciso di estendere a tempo indeterminato il cessate il fuoco con l’Iran (Timesofisrael), in attesa che gli interlocutori “parlassero con una voce sola”.
Il Presidente USA resta fermo nel mantenimento del blocco dell’accesso delle navi iraniane allo stretto di Hormuz, e nelle richieste fondamentali di bloccare l’arricchimento dell’uranio per 20 anni (l’Iran avrebbe proposto una pausa da 5 a 10 anni), di consegnare la mezza tonnellata di uranio arricchito al 60%, di porre limiti al programma missilistico e allo stock di missili balistici a disposizione e alla loro costruzione, e di smettere di appoggiare i suoi proxies, in particolare gli Hizbollah libanesi e Hamas.
Tuttavia, anche per Trump la situazione non è facile. Circa il 60% degli americani disapprova il suo operato, contro il 40% che lo approva. L’aumento del costo della vita e del prezzo della benzina, derivato dal blocco di Hormuz, incidono anche sulle tasche dei suoi elettori, e i recenti scontri con il Papa Leone XIV non lo hanno certo favorito presso i cattolici americani (20-22% della popolazione, circa 53 milioni) che in larga misura avevano votato per lui.
Il continuo ondeggiare delle sue posizioni dà l’impressione che non sappia bene che pesci pigliare, che non sappia come scendere dall’albero su cui è salito con l’attacco del 28 febbraio, con l’Iran che si guarda bene dall’offrirgli una scala per la bisogna. Le elezioni “midterm” di novembre si prospettano non favorevoli, con il rischio di perdere la maggioranza almeno in una se non in tutte e due le Camere.
Quanto a Benjamin Netanyahu, morde sempre più il freno e si prepara alla ripresa delle ostilità con l’Iran: per lui tenere il paese in permanente stato di mobilitazione è linfa vitale anche in vista delle oramai vicine elezioni legislative dell’ottobre prossimo.
Tuttavia, i sondaggi anche per lui non sono favorevoli: all’inizio della guerra con l’Iran, il 28 febbraio, il Likud aveva 6 seggi di vantaggio sul partito di Bennett, con 27 seggi su 120 della Knesset, mentre l’ultimo sondaggio del 24 aprile (JPost.com) li dà appaiati a 23 seggi; i partiti ebraici di opposizione si attestano a 61 seggi, mentre il blocco dei partiti di governo si ferma a 49. I due partiti arabo-israeliani ne conquisterebbero 5 per uno.
Negli ultimi giorni Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato la presentazione di una lista unica per le prossime elezioni, con capolista Bennett, con l’intento di creare così il partito più forte, ma i primi sondaggi registrano una perdita di consensi rispetto ai risultati previsti per le liste separate.
Situazione più in movimento per quanto riguarda il Libano: qui, l’attuale maggioranza di governo, che esprime il Presidente Joseph Aoun, cristiano maronita, come il capo del Governo Nawaf Salam, musulmano sunnita, ha posizioni ostili all’Iran e agli Hizbollah, che nelle ultime elezioni del maggio 2022 hanno perso la tradizionale maggioranza.
Aoun si è ripetutamente espresso contro le interferenze dell’Iran, arrivando ad espellerne l’ambasciatore (che però è rimasto al suo posto in segno di sfida) e contro la decisione di Hizbollah di iniziare gli attacchi missilistici contro Israele in solidarietà con l’Iran, dopo l’inizio della guerra il 28 febbraio.
Il Presidente libanese si è pronunciato a favore di un negoziato di pace con Israele, che porti alla delimitazione dei confini terrestri con la soluzione dei 13 punti contesi rimasti lungo la “linea blu”, un confine di fatto riconosciuto dall’ONU dopo il ritiro israeliano del 2020, ma che lascia molti punti irrisolti, a cominciare dalle Fattorie di Shebaa e dal villaggio di Ghaiar, di cui Israele occupa la parte settentrionale, rivendicata dal Libano.
Hizbollah giustifica la sua lotta armata in Libano con questa persistente presunta occupazione israeliana del territorio libanese, ed è evidente che un accordo per la delimitazione del confine terrestre toglierebbe ulteriormente ogni legittimità alla sua lotta.
Nel 2022, durante il governo Bennett-Lapid, fu raggiunto un accordo per la delimitazione del confine marittimo e dei relativi giacimenti di gas off-shore, il che consentì a Israele di cominciare a sfruttare i suoi. L’accordo fu allora denunciato da Netanyahu come un tradimento, anche se dopo il suo ritorno al governo si è ben guardato dal disdirlo.
La volontà manifestata da Aoun di giungere a un accordo di pace con Israele e ad una possibile normalizzazione dei rapporti ha trovato orecchie attente nel Presidente Trump, che ha già convocato due incontri diretti tra le delegazioni dei due paesi, i primi dopo decenni, che hanno portato alla instaurazione di un primo cessate il fuoco di 10 giorni, poi prorogato dopo il secondo, avvenuto presso lo Studio Ovale, per tre settimane.
Il punto cruciale è che Hizbollah non solo non accetta tali negoziati, ma li denuncia come tradimento, e continua a bersagliare le città israeliane di confine e le truppe dell’IDF operanti a sud del Fiume Litani, ove, in base ai termini del cessate il fuoco siglato nel novembre 2024, le sue forze e le sue armi non dovrebbero essere presenti, mentre solo l’esercito libanese potrebbe essere dispiegato.
Il problema è che le forze armate libanesi non sono in grado di competere con Hizbollah, assai più potente e sostenuto e finanziato dall’Iran, e questo crea un circolo vizioso difficilmente risolvibile.
Israele, per parte sua, ha creato una zona cuscinetto di 5-10 km nell’area sud del Libano, ove resta attestato dopo il cessate il fuoco, e reagisce ad ogni, talora sanguinoso, attacco di Hizbollah.
Si sta quindi creando una forbice, tra Israele che vede Aoun e il suo governo come semplice braccio armato per disarmare Hizbollah, e la parte libanese ufficiale che punta a un processo diplomatico più lungo e complesso, ed ovviamente chiede il pieno, pur graduale, ritiro delle forze israeliane dal suo suolo, anche se entrambe le parti individuano in Hizbollah e nell’Iran un comune problema.
Netanyahu, d’altra parte, ha accettato obtorto collo la tregua ordinata da Trump, che gli ha “proibito di bombardare ulteriormente il Libano” (JPost) e non vede grandi prospettive nei negoziati in corso.
Infine, un ultimo aspetto rilevante è lo spiraglio che pare aprirsi anche in Siria, ove il Presidente Ahmed al-Sharaa (Timesofisrael) ha dichiarato in un’intervista concessa ad un’agenzia turca che i negoziati tra Siria e Israele non sono giunti a un punto morto, anche se stanno incontrando notevoli difficoltà per l’insistenza di Israele a rimanere in territorio siriano, e per i ripetuti brutali attacchi contro basi siriane nel paese. Ha aggiunto che la Siria è seriamente intenzionata a raggiungere un accordo di sicurezza con Israele al fine di mantenere la stabilità regionale.
Nelle aperture sia dei governanti libanesi, sia di quelli siriani si percepisce chiaramente, oltre all’influenza USA, la longa manus dell’Arabia Saudita, più che mai decisa a contenere e restringere l’area di influenza iraniana.
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