dalla Newsletter n°24 – Maggio 2026
– Fernando Liuzzi
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Più di 50 persone presenti in sala, e più di 20 interventi, 2 dei quali da remoto (uno da Tel Aviv): questa, in cifre, l’assemblea della sezione romana di Sinistra per Israele – Due Popoli, due Stati; assemblea che si è tenuta domenica 17 maggio in uno spazio municipale.
Inizio, ore 11:00, con solo mezz’ora di ritardo; il che per Roma, vuol dire con una puntualità svizzera. E poi, dopo l’introduzione di Aurelio Mancuso, che è stato affiancato alla presidenza da Valentina Caracciolo, e dopo l’intervento di Emanuele Fiano, presidente di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, due ore fitte di dibattito, fino alla mitica “pausa pizza”. Dopodiché, rinfrancati da cibo e bibite analcoliche, un altro paio d’ore di interventi, compresa la replica di Fiano.
Alla fine, tra saluti fatti a voce e commenti sulle chat, un giudizio condiviso: “una bella assemblea”. E ciò, forse, proprio perché – nonostante i contenuti anche drammatici, o quanto meno poco confortanti, dei ragionamenti svolti e delle esperienze raccontate – il tutto si è svolto in un’atmosfera animata da uno spirito fraterno e solidale. Ma mai scoraggiato, né serioso.
Sulle parole introduttive, torneremo dopo. Quello che ci preme dire, innanzitutto, è che l’altro giorno, forse per la prima volta in questa nuova fase della vita della nostra associazione, si sono dovuti ascoltare racconti relativi a esperienze, quanto meno preoccupanti, vissute non tra Israele e Palestina ma qui da noi, in Italia.

E c’è stata dunque la cantante che da qualche tempo non è stata più invitata a esibirsi perché non si è dichiarata disposta a “dissociarsi preventivamente” – lei, ebrea italiana – da un governo che non la rappresenta, quello israeliano.
Così come c’è stata la giornalista che è venuta a trovarsi in pesanti difficoltà per essersi rifiutata, nel raccontare i conflitti mediorientali, di usare fonti non controllate come fossero dispensatrici di verità assolute. C’è stata la chirurga che ha raccolto le confidenze di una ragazza israeliana, che attualmente vive nel nostro Paese, che le ha detto di temere di non poter dire in giro di venire da Israele. Così come c’è stato chi ha raccontato del caso, avvenuto in un’altra città, in cui la premiazione del libro di uno scrittore israeliano è stata spostata da un edificio pubblico a una sinagoga, in modo tale da evitare “eventuali problemi”.
A proposito di scrittori. A metà mattinata, parte il collegamento in video con Roy Chen, romanziere, drammaturgo e traduttore israeliano, intervistato da Miryam Fadlun. Quando Rabin fu ucciso, nel 1995, Chen aveva 15 anni. E il suo romanzo più recente ha un titolo che ben si addice ai tempi che viviamo: Il grande frastuono. Protagoniste tre donne, tutte e tre in cerca di un po’ di silenzio. Ma la voce femminile, sottolinea Chen, ci manca, sia nella vita che nell’arte.
Altro collegamento da remoto, quello con Raffaele Sabbadini di Keshet Italia (Associazione ebraica Lgbtqai+), che porta il punto di vista di chi si trova ad essere minoranza dentro una minoranza.
E ragiona su come parte di quelli che volevano lottare per l’inclusione delle minoranze nella società, a partire dalla rivendicazione della libertà di ognuno in materia di orientamento sessuale, si trovano adesso a subire, in quanto ebrei, inattese pratiche di esclusione all’interno di movimenti che dovrebbero essere di liberazione.
Ma tutto questo, si potrebbe dire, cosa c’entra con un’associazione che si chiama “Sinistra per Israele – Due Popoli, due Stati”?
C’entra perché, come ha argomentato Fiano nell’introduzione, chi, vivendo in Europa, si batte per dare una mano a quelle forze che, a loro volta, all’interno del popolo di Israele e del popolo palestinese, si battono per cercare la via della convivenza e della pace, lo fa, appunto, a partire dall’Europa.
E quindi, se vuole dare una mano alla costruzione di una lotta politica che possa essere efficace in Medio Oriente, non può non tenere conto delle condizioni sempre più difficili in cui la lotta politica si svolge non solo in Italia e in Europa, ma ormai in tutto l’Occidente. Così, chi vuole aiutare i popoli del Medio Oriente a vincere la lotta per la pace, si trova ad essere ostacolato da chi, invece, vorrebbe aiutare solo uno dei contendenti.
A partire da qui, i partecipanti all’assemblea, nei loro interventi, hanno spaziato dalla denuncia dei limiti qualitativi di buona parte dell’informazione disponibile nel nostro Paese, all’analisi della crisi della funzione di orientamento un tempo propria dei partiti politici. Ma anche dalla denuncia degli effetti deleteri sull’immagine di Israele dell’azione spesso sconsiderata del suo Governo, all’analisi degli effetti negativi, sulla sinistra “occidentale”, della cosiddetta cultura woke. Mentre c’è stato anche chi ha proposto di tornare a discutere sul nome attuale dell’Associazione.
Concludiamo citando le parole iniziali di Aurelio Mancuso: “Dobbiamo continuare a fare politica e cultura. Molti ci esortano a farlo, anche da fuori di Sinistra per Israele”.
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