Cosa ci dice il People’s Peace Summit

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dalla Newsletter n°24 – Maggio 2026
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Francesco Barbetta

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BARBETTA FrancescoIl People’s Peace Summit di quest’anno rappresenta un buon punto di partenza per capire come il campo della pace in Israele sta ridefinendo la propria agenda politica.

Il dato forse più rilevante è l’impegno pubblico assunto dal deputato dei Democratici Gilad Kariv davanti alle quattromila persone presenti, a Tel Aviv, all’evento.

Ha dichiarato che costituirà un fronte di lotta contro l’annessione e la violenza nei territori palestinesi, portando al tavolo delle future trattative con le altre forze dell’opposizione richieste precise e non negoziabili, ovvero l’annullamento delle misure di annessione, l’evacuazione degli avamposti illegali e il rinnovamento del dialogo con l’Autorità Nazionale Palestinese.

Questo passaggio è politicamente decisivo perché trasforma il campo della pace da soggetto che subisce le dinamiche politiche a soggetto che pone condizioni per entrare in future coalizioni di governo.

Nella stessa direzione la deputata Naama Lazimi, dello stesso partito di Kariv, ha affermato che la vera sicurezza si ottiene quando entrambi i popoli hanno sicurezza personale, dignità e speranza, impegnandosi anch’essa per una partnership arabo-ebraica nella futura coalizione di governo, un’affermazione che ha scatenato un fragoroso applauso del pubblico, segno che questa linea gode di ampio sostegno nella base del campo della pace.

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Sul versante arabo, il deputato comunista Ayman Odeh ha dichiarato che farà di tutto per ricostituire la lista comune araba.

Ricorda, inoltre, che per la guerra non serve una partnership arabo-ebraica ma per la pace è assolutamente necessaria.

Altre prospettive politiche sono emerse nei panel della conferenza.

Eran Etzion, ex vicesegretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale ed ex capo della pianificazione del Ministero degli Esteri, ha chiesto di tornare a un piano di pace ampio che includa palestinesi e paesi della regione, oltre a elaborare una concezione di sicurezza politica che affianchi a quella militare la dimensione diplomatica.

Gil Murciano, direttore generale del Mitvim Institute per la politica estera regionale, ha parlato dei principi della concezione di sicurezza di Israele e ha sostenuto che a questi va aggiunto un pilastro fondamentale: la costruzione della pace.

La sua tesi, ripresa da altri relatori, è che il governo israeliano ha fallito nel tradurre i temporanei successi militari in risultati diplomatici e che, senza una prospettiva politica, l’esercizio della forza resta privo di esito.

Sono posizioni che abbiamo sentito spesso ripetere in questi mesi anche da Yair Golan, il leader dei sionisti socialisti riuniti nei Democratici.

Abed Kanaaneh, del dipartimento di studi mediorientali dell’Università di Tel Aviv, sulla stessa linea di ragionamento, ritiene che l’uso esclusivo della forza militare non sia più sufficiente per realizzare gli interessi israeliani in Medio Oriente, imponendo la necessità di un dialogo con i paesi della regione.

Shaul Arieli, studioso del conflitto israelo-palestinese, ha spiegato che la soluzione dei due stati per due popoli è ancora possibile, aggiungendo un elemento innovativo: ha chiesto di indennizzare i coloni in Cisgiordania e di costruire insieme una narrazione alternativa che fornisca una razionalità condivisa al percorso di smantellamento degli insediamenti, un passaggio che in passato era stato sempre rimosso dal dibattito perché considerato politicamente troppo esplosivo.

Un’altra prospettiva è venuta dal mondo dell’istruzione.

Yoav Pridan, preside della scuola superiore Alef di Tel Aviv, ha chiesto che prima ancora dell’educazione alla pace si lavori sulle infrastrutture umane, su un sistema etico che distingua tra bene e male e che dia speranza, affermando che l’impegno degli educatori è quello di mettere a disposizione il linguaggio della pace.

Tzurit Erezi, dell’associazione Sadeh, che opera nell’istruzione statale-religiosa, ha parlato della sfida di educare alla pace all’interno del sistema scolastico religioso, sostenendo che l’educazione alla pace nasce dalla fede, senza contraddirla.

Giornali vicini agli ambienti della sinistra radicale israeliana, solitamente molto critici nei confronti dei Democratici, hanno notato che nel linguaggio adottato da Kariv e Lazimi emerge un cambiamento molto importante.

Dopo anni di manifestazioni e di guerra la sinistra ebraica ha iniziato ad usare un linguaggio meno accomodante.

Dietro c’è la consapevolezza che non basta cacciare Netanyahu ma serve un cambiamento più profondo e radicale che richiederà del tempo anche perché qualche partecipante ha notato che la maggior parte dei presenti erano israeliani laici e liberali.

Questo dato segnala la necessità di lavorare per allargare il consenso del campo della pace nella società israeliana.

Per rovesciare questa situazione è necessaria una lunga e paziente guerra di posizione, una lotta culturale e politica che si svolge nelle trincee della società civile con l’obiettivo di costruire un nuovo blocco storico, un’alleanza sociale ampia capace di tenere insieme tutti i perdenti dallo stato attuale delle cose, anche dal punto di vista economico, per poter realizzare la soluzione a due stati.