dalla Newsletter n°24 – Maggio 2026
– Giorgio Gomel
In una congiuntura disperante, con un conflitto funesto che attanaglia i due popoli in un’orgia di brutalità, Maoz Inon e Aziz Abu Sarah simboleggiano e agiscono un percorso opposto, di dialogo, riconciliazione, convivenza.
Sono due attivisti militanti e imprenditori, uno israeliano, l’altro palestinese, formatisi ambedue, anche professionalmente in modalità analoghe, promuovendo il turismo come uno strumento per avvicinare le comunità e costruire la pace. Sono da poco coautori di un libro – Il futuro è la pace – già edito in inglese e francese, con traduzioni in cantiere in altre lingue.
Nel loro diffondere il messaggio di pace li abbiamo visti ritratti abbracciati con papa Francesco nell’Arena di pace di Verona del 2024 e li abbiamo incontrati personalmente a Roma un anno fa reduci da colloqui con parlamentari italiani e con il sindaco Gualtieri.
Di recente, il 30 aprile, sono intervenuti con molti altri al People’s Peace Summit di Tel Aviv, dal nome It’s time – è tempo di agire per la pace -, un convegno, composto da seminari, laboratori, momenti teatrali e musicali, che ha riunito 80 ONG e movimenti israelo-palestinesi dediti alla coesistenza. Una lezione anche per noi – europei, sensibili agli orrori di quel conflitto, partecipi di uno sforzo collettivo, sotterraneo, spesso ignorato o anche osteggiato di associazioni volte ad un futuro di pace.
Il principio cui dovremmo ispirarci è quello della “doppia lealtà”: invece di attribuire colpe, di infliggere punizioni, il compito che ci spetta è quello di offrire ponti, spingere le parti in lotta al dialogo, riprendere la logica degli accordi di Oslo del 1993 quando il riconoscimento reciproco dei diritti aveva dischiuso uno spiraglio di speranza: il conciliare il diritto alla pace a e alla sicurezza per Israele con quello ad uno stato indipendente per i palestinesi.
Soprattutto, è essenziale, come impegno della società civile in sostegno “dal basso” all’attivismo della diplomazia “dall’alto”, affermare l’illiceità della violenza contro i civili, da una parte e dall’altra; rigettare la disumanizzazione del “nemico”; riconoscere pur con fatica le ragioni e i diritti dell’altro.
Maoz Inon e Aziz Abu Sarah non si erano mai veramente incontrati fino ai tragici eventi del 7 Ottobre, quando i genitori di Maoz vennero trovati carbonizzati nella casa in cui lui stesso era cresciuto nel Kibbutz Netiv HaHasara, vicinissimo al muro di separazione con Gaza.
Pochi giorni dopo giunse a lui un messaggio di condoglianze di Aziz che si limitava a poche semplici parole: «So cosa stai provando, ci sono passato, la mia vicinanza…».
Aziz aveva infatti perso il fratello maggiore Tayseer quando ancora era bambino; era stato testimone della cattura: di notte, dentro casa, portato via dai soldati dell’IDF per aver tirato qualche sasso (erano gli anni della prima intifada). E poi detenuto per poco più di un anno; dopo il rilascio fu ricoverato d’urgenza in ospedale, con poche prospettive di salvarsi per le lesioni interne provocate dalle violenze subite.
Tempo dopo, ormai adulto, Aziz incontrò membri di Parents’ Circle families Forum – la ONG israelo-palestinese di famiglie delle vittime – e ne condivise la filosofia e pratica di reciproco riconoscimento nel lutto: «La possibilità di percepirsi alla pari, come esseri umani, per il solo fatto di essere lì, in cerchio: con la voce che magari ti si incrina mentre racconti la tua storia e la commozione che ti assale mentre ascolti la storia di chi avresti considerato nemico.
Vicenda davvero straordinaria quella dei PCFF per migliaia di famiglie come la mia, e senz’altro fondamentale per me: è grazie a loro se sono quello che sono adesso».
Fu grazie a quel semplice messaggio di condoglianze di Aziz verso Maoz che i due decisero di incontrarsi. Da allora un lavoro congiunto di interviste, incontri, iniziative pubbliche in Israele, Cisgiordania e in paesi terzi. E ora il tutto trova compimento in un libro a quattro mani.
Anche J-Link, un network internazionale di organizzazioni ebraiche progressiste attive in Israele e nei paesi della Diaspora – trovate ampio materiale in JlinkInternational.org – organizzerà un incontro-seminario con loro il prossimo 5 luglio, con traduzioni in spagnolo, portoghese, francese, italiano.
Partecipate.

