dalla Newsletter n°24 – Maggio 2026
– Piero Fassino
Testo pubblicato il 15 maggio 2026 su L’Altravoce
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Renato Mannheimer ha dato conto recentemente di una indagine da cui risulta che più del 50% degli italiani manifesta sentimenti di ostilità verso Israele e che questo orientamento è trasversale agli schieramenti politici ritrovando ampio consenso sia a sinistra che a destra.
E d’altra parte ne sono inquietante conferma più recente l’aggressione ai rappresentanti della Brigata Ebraica al corteo del 25 Aprile a Milano, le scritte violentemente antisemite comparse sui muri della città di Firenze e la vandalizzazione a Torino delle pietre di inciampo di ebrei deportati e assassinati nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti. E ogni giorno abbiamo notizia di analoghe manifestazioni in tante città italiane.
Per non citare le campagne di boicottaggio rivolte verso ogni articolazione della società israeliana, incluse quelle università che, in verità, sono uno dei principali centri di opposizione al governo Nethanyahu.
Pur scontando la persistenza da lungo tempo di umori antiebraici sotto la pelle della società italiana, di fronte alla loro diffusione su larga scala è doveroso chiedersi quale ne sia la ragione.
La risposta che viene data è la indignazione per la politica di Nethanyahu e del suo governo, per le sofferenze imposte alla popolazione di Gaza, per le violenze dei coloni in Cisgiordania, per l’occupazione di una parte del Libano, per aver scatenato una guerra nel Golfo Persico dagli esiti imprevedibili, per aver introdotto la pena di morte per imputati palestinesi, per i comportamenti razzisti e immorali dei ministri Smotrich e Ben Gvir.
E quell’indignazione è anche la mia.
Personalmente ho contestato la politica di Nethanyahu ben prima del massacro del 7 Ottobre.
Non dimentico che quando Rabin venne assassinato, la prima dichiarazione di Nethanyahu fu: “con la morte di Rabin è morta anche Oslo”.
E assunta la guida politica di Israele, Nethanyahu ha sistematicamente distrutto ogni possibilità di un accordo con i palestinesi, fomentando ogni forma di discriminazione e conflitto.
E solo la caduta di Nethanyahu e del suo governo potrà riaprire una prospettiva, sia pur faticosa, di pace.
Tuttavia l’indignazione spiega, ma non giustifica.
Soprattutto non può giustificare in nessun modo la campagna di odio verso gli ebrei. Che in Venezuela siano operative le basi del narcotraffico internazionale non conduce nessuno a considerare tutti i venezuelani dei narcotrafficanti.
E dunque non si capisce perché invece, con un transfert privo di fondamento, si considerino tutti i cittadini israeliani – e ancor di più tutti gli ebrei ovunque vivano nel mondo – complici e corresponsabili della politica di Nethanyahu e del suo governo, senza minimamente tenere conto del fatto che in Israele vi è un vasto movimento civile e politico che contesta la politica di Nethanyahu.
E che in tutte le comunità ebraiche del mondo vi è non solo chi sostiene Nethanyahu, ma anche chi critica apertamente la politica dell’attuale governo israeliano.
E perfino autorevoli rabbini europei e americani non hanno esitato a censurare pubblicamente la politica di Nethanyahu.
Peraltro quella indignazione dimentica spesso che all’origine della tragedia di questi due anni ci sono l’orribile massacro perpetrato da Hamas il 7 Ottobre e mesi di bombardamenti di Hezbollah sulle città del nord Israele (che hanno provocato lo sfollamento dalle loro case di 80.000 israeliani).
Colpisce che all’indignazione per la guerra scatenata da Trump e Nethanyahu contro l’Iran non si accompagni analoga indignazione per la repressione scatenata dal regime degli Ayatollah contro ragazze e ragazzi colpevoli solo di rivendicare libertà per la loro vita.
E colpisce che alle proteste – giustissime – contro la introduzione in Israele della pena di morte, non si accompagni alcuna protesta contro un regime iraniano che, anche in queste settimane, continua a mandare alla forca gli oppositori.
Proprio nei giorni in cui si mettevano in mare le imbarcazioni della Flottilla – la cui finalità umanitaria che muove molti dei partecipanti rischia di essere sovrastata da un esplicito sostegno al radicalismo palestinese, come dichiarato da alcuni suoi organizzatori – a Tel Aviv (la città con cui qualcuno a Milano ha proposto di interrompere le relazioni) si svolgeva un grande meeting per la pace promosso da organizzazioni pacifiste israeliane e palestinesi per rilanciare una prospettiva di dialogo e di convivenza in un Medio Oriente in cui ogni popolo, inclusi i palestinesi, veda riconosciuti i propri diritti.
E due settimane prima sempre a Tel Aviv familiari di vittime civili israeliane e palestinesi hanno tenuto insieme una commemorazione congiunta affinché’ dal loro dolore scaturisca non altro odio, ma un incitamento alla pace.
E, dunque, anziché promuovere atti e iniziative di radicalizzazione che diventano obiettivamente terreno di odio antiebraico e antisemita, chi davvero vuole fermare le guerre e riaprire la strada ad un percorso di pace dovrebbe sostenere chi in Israele e in Palestina si batte costruire ponti di dialogo e di incontro.
E per la stessa ragione contrastare un odio antiebraico che ha come unico esito di favorire la retorica vittimistica di Nethanyahu.
Un impegno che dovrebbe promuovere in primo luogo la sinistra, troppo spesso oggi condizionata da pregiudizi e letture manichee, con l’unico paradossale esito di spingere il mondo ebraico nelle braccia di quella destra che – erede di chi ha orribilmente perseguitato gli ebrei in ogni modo – per lungo tempo ha coltivato parole d’ordine antisemite e antiebraiche.

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