Voci a Sinistra – La parola alle consigliere Pd a Palazzo Marino

2026 05 24 consiglier MilanoVasile Osculati Arienta bis

dalla Newsletter n°24 – Maggio 2026
– Victor Magiar

La parola alle consigliere Pd a Palazzo Marino:
perché mantenere il gemellaggio fra Milano e Tel Aviv-Yafo

 

Magiar VictorLunedì 18 maggio a Milano tre consigliere comunali del Pd, con il loro voto contrario a un Ordine del giorno, hanno impedito che il Consiglio Comunale approvasse la sospensione del gemellaggio Milano-Tel Aviv (di cui abbiamo scritto lo scorso mese).

(qui il video della dichiarazione di voto)

Abbiamo intervistato Alice Arienta, Roberta Osculati e Angelica Vasile per chiedere loro le ragioni che le hanno spinte a distinguersi dal proprio gruppo consiliare, difendendo invece la posizione espressa dal sindaco Sala: una scelta dalle molte implicazioni e non priva di conseguenze, una scelta che (secondo noi) si distingue per coraggio, lungimiranza, saggezza politica e senso civile.

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Leggendo il vostro comunicato stampa emerge il sostegno a un modo specifico di agire in favore della pace e del dialogo, avete citato il People’s Peace Summit come esempio di azione politica concreta in favore della pace: perché secondo voi i vostri colleghi, così come tanti militanti di sinistra, non condividono il vostro ragionamento e il vostro atteggiamento?

Quello che sta accadendo a Gaza è inaccettabile. Ma non è solo Gaza: le operazioni militari israeliane in Cisgiordania e in Libano, le violenze dei coloni contro i civili palestinesi, il deterioramento quotidiano delle condizioni di vita di un intero popolo. La politica di Netanyahu è una politica di distruzione che condanniamo senza ambiguità, e la sofferenza del popolo palestinese ci riguarda profondamente.

Precisiamo, innanzitutto, che la votazione dell’Ordine del giorno di cui parliamo è avvenuta a pochi giorni dall’approvazione in Consiglio comunale (all’unanimità con unica astensione della Lega) della candidatura di Milano a città promotrice di un incontro fra sindaci per la pace. Non volevamo che quella scelta venisse messa in dubbio.

A partire da questa consapevolezza, abbiamo fatto una scelta, a nostro avviso, profondamente politica. Sapevamo che la sospensione del gemellaggio avrebbe compromesso la possibilità di realizzare questa Conferenza internazionale. Abbiamo dunque scelto di sostenere una proposta costruttiva.

La nostra posizione intendeva superare l’immediato e mantenere un contatto con quanti potranno dare una nuova prospettiva a Israele con “due popoli, due stati” per la pace.

Pensiamo che le istituzioni abbiano il dovere di interpretare il senso di smarrimento, angoscia e frustrazione che tanti cittadini provano di fronte all’attuale disordine mondiale, dove la forza ha preso il posto della legge e dei trattati internazionali. Crediamo che le città possano avere un ruolo importante per superarlo. La storia insegna che, nei momenti più difficili, sono stati spesso i sindaci, le amministrazioni locali, a promuovere percorsi di dialogo capaci di superare contrapposizioni apparentemente insanabili, come dimostrò il sindaco di Firenze Giorgio La Pira nel 1955.

Avete espresso una “posizione diversa” dal vostro gruppo, e questo non può non avere conseguenze politiche e personali: non temete di essere isolate? Non temete il fiume di critiche (e insulti) che riceverete, soprattutto sui social?

Quando si assume una posizione pubblica sapendo che non sarà unanimemente condivisa, è naturale mettere in conto critiche, anche molto dure. Ma la politica perde la sua funzione più alta nel momento in cui smette di assumersi il rischio della complessità e si limita a inseguire il consenso immediato o la pressione dei social.

La nostra scelta non è stata “contro” qualcuno. È stata “per” qualcosa di concreto: una Conferenza di Pace che può nascere qui a Milano, in questo mandato, nei prossimi mesi. La politica a volte richiede di sostenere una posizione non maggioritaria perché la si ritiene giusta. Non pensiamo che la paura dell’isolamento possa diventare il criterio con cui orientare le proprie scelte.

Noi ci abbiamo creduto e continuiamo a crederci. Comunque insieme a critiche dure, abbiamo ricevuto anche apprezzamenti e sostegno. Non siamo isolate.

Non credete che tutta questa vicenda sia frutto di un deficit o di un degrado della politica stessa?

Il paradosso è reale: qualunque fosse stato l’esito del voto, qualcuno avrebbe letto quella scelta come una spaccatura. Questo dimostra che, a un certo punto, il tema non era più il merito della proposta, ma la costruzione di una contrapposizione politica. Però crediamo anche che vadano sondate le motivazioni delle diverse scelte. Fra quanti hanno votato a favore dell’interruzione del gemellaggio probabilmente c’era anche chi voleva esprimere sdegno per la distruzione di Gaza e la violenza dei coloni, ogni giorno crescente con la difesa dei soldati di Israele. A tutto ciò si sono poi aggiunti, purtroppo, anche trattamenti scellerati e violenti verso gli attivisti della Flotilla. Aspetti che mettono in difficoltà per primi intellettuali e cittadini democratici di Israele.

Ci siamo dunque poste una domanda semplice: cosa è utile? La sospensione del gemellaggio avrebbe potuto produrre concretamente qualcosa per la pace?

Una Conferenza dei Sindaci per la Pace, con una “Carta di Milano per la Pace”, con il coinvolgimento di città di tutto il mondo: questo può produrre effetti reali. È politica che serve a qualcosa. Continuiamo a pensare che costruire ponti sia una responsabilità politica e morale, e che Milano possa e debba essere una città capace di tenere insieme pluralità senza trasformare ogni discussione in una prova di fedeltà ideologica. Inoltre, dobbiamo considerare anche il quadro politico interno a Israele. È molto probabile che il prossimo autunno Israele possa andare verso elezioni anticipate, e quello potrebbe rappresentare un passaggio decisivo per mettere in discussione la linea politica del governo Netanyahu.

Proprio per questo ci pare un errore isolare indistintamente tutte le voci provenienti da Israele, comprese quelle critiche verso il governo. Al contrario, crediamo sia necessario mantenere aperto il dialogo con chi, dentro la società israeliana, si batte per una soluzione politica, per il riconoscimento reciproco e per un’alternativa all’attuale stagione di conflitto permanente. La fragilità del dialogo non deve spingerci ad abbandonarlo, quanto piuttosto a rafforzarlo. Perché senza dialogo non c’è politica, e senza politica diventa impossibile costruire percorsi di pace e convivenza.

Non credete che esista un grande tema culturale o un deficit culturale che impedisce sia una lettura laica e storica del conflitto che la possibilità stessa di discuterne seriamente?

Crediamo che esista un deficit culturale più ampio: la perdita dell’abitudine al confronto storico, alla profondità dell’analisi, alla distinzione tra comprensione e giustificazione. È diventato sempre più difficile discutere seriamente senza essere immediatamente collocati dentro uno schema binario, senza spazio per la complessità o per la ricerca di una posizione autonoma e critica.

La nostra risposta è concreta: facciamo di Milano un luogo dove la pace si costruisce, dove i sindaci del mondo si incontrano, dove si scrive insieme una Carta per la Pace. Le città sono spazi di convivenza concreta, nei quali differenze culturali, religiose e politiche non sono un’astrazione ma una realtà quotidiana. Milano, per la sua storia e la sua tradizione civica, può contribuire a costruire questa cultura del confronto.

Ma è anche e forse soprattutto dentro il mondo ebraico che si gioca oggi la partita determinante, perché Israele non si trasformi in un regime autoritario e il popolo ebraico perda la considerazione internazionale che aveva acquisito. Crediamo comunque, come segnala il Card. Pizzaballa, che esista tuttora in Israele un «argine silenzioso», fatto di «persone, comunità e realtà civili che continuano a lavorare per il dialogo e la convivenza». A sostegno di questa sensibilità capace di prospettiva abbiamo messo il nostro voto per mantenere il gemellaggio con Tel Aviv.