Assemblea Nazionale 24 maggio 2026 – il resoconto

SxI Newsletter 24 - 2026 MAGGIO COVER

dalla Newsletter n°24 – Maggio 2026
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CALIBRI SPECIALE ASSEMBLEA

Il messaggio del presidente del Consiglio Nazionale Palestinese

Rawhi Fattouh

Fattouh Rawhi

Con questo testo – letto da Bernard Sabella,
rappresentante Autorità Nazionale Palestinese al Consiglio d’Europa –
Fattouh ha voluto esprimere i suoi migliori auguri
in occasione dello svolgimento dell’Assemblea a Milano

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Caro Presidente Fiano, cari amici dell’Assemblea Nazionale,
vi invio i miei più calorosi saluti in occasione della vostra Assemblea Nazionale a Milano e auguro pieno successo ai vostri lavori.

Da quasi sessant’anni la vostra organizzazione si batte per il dialogo e per una pace giusta.

Il vostro motto, “due popoli, due Stati”, è un messaggio forte e necessario, particolarmente in questo momento cruciale: non solo per gli italiani e per la sinistra italiana, ma per ogni persona che crede ancora nella possibilità di una soluzione fondata sui due Stati.

Nel momento in cui vi riunite oggi, devo parlare con franchezza.

A Gaza, la pace resta ancora lontana. Il percorso di pace ha incontrato gravi ostacoli, e ai palestinesi designati a guidare gli affari civili di Gaza non è stato ancora consentito di entrare nella Striscia.

In Cisgiordania, la violenza dei coloni continua nella piena impunità, provocando devastazione, espropriando terre e causando tragedie per le famiglie, per i loro membri e per le loro proprietà.

2026 05 FATTOUH Rawhi - Abu Mazen

Il trattenimento di miliardi di dollari di entrate fiscali palestinesi sta provocando una sofferenza reale per i dipendenti pubblici e per le loro famiglie. Questo blocco delle entrate fiscali sta anche paralizzando le funzioni essenziali del governo e della pubblica amministrazione in Palestina.

Queste realtà devono essere affrontate.

Ma non devono spegnere la nostra speranza: la speranza che un giorno esista uno Stato palestinese, con Gerusalemme Est come capitale, capace di vivere in pace e armonia con Israele, per il bene e il benessere sia dei palestinesi sia degli israeliani, in modo eguale.

La via dei due Stati per due popoli rimane l’unica soluzione giusta e duratura.

Io sono al fianco di tutti voi che rifiutate di abbandonarla.

Grazie molte, Presidente Fiano.

Auguro a lei e a tutti i membri dell’Assemblea Nazionale una convenzione di successo e risultati fecondi a beneficio della pace in questa terra santa eppure tormentata.

Grazie.

Rimettere al centro la diplomazia
il segretario dei Democratici israeliani Yair Golan all’Assemblea Nazionale di SxI-2p2s

Marco Pierini

All’assemblea nazionale di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” Yair Golan, segretario dei Democratici israeliani, ha dialogato con Lia Quartapelle, con la traduzione di Gabriele Eschenazi.

Nel suo intervento, Yair Golan ha confermato la posizione dei Democratici sulla situazione in Israele, commentando il video di Itamar Ben-Gvir – da lui definito “una vergogna” – che maltratta i membri della Flotilla detenuti ad Ashdod: “Siamo determinati a combattere Itamar Ben-Gvir, il kahanismo e il fondamentalismo che ignora i bisogni della nostra società”.

Relativamente agli scenari di guerra che Israele ha di fronte, Golan ha criticato la strategia del governo israeliano nella Striscia di Gaza e in Libano, sostenendo che “la guerra da sola non può essere una soluzione” e che la piattaforma politica dei Democratici contiene un indirizzo chiaro sulla necessità di “politica e diplomazia per garantire a Israele una sicurezza a lungo termine”.

In particolare, Golan ha criticato la scelta del governo di trascinare la guerra per oltre due anni “avendo impedito la nascita di una alternativa palestinese a Hamas che sia sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Arabia Saudita” e – riguardo il Libano – ha confermato la sua posizione di forte sostegno al negoziato con il governo libanese, già espressa recentemente sul The Economist. In quella sede, Golan aveva avvertito sui rischi di una invasione di terra su larga scala, senza strategia politica, invece di negoziare un accordo con Beirut: “non possiamo avere Hezbollah che continua a sparare sul nord di Israele, dobbiamo accordarci col governo libanese per avere stabilità sotto il fiume Awali”.

2026 05 24 assemblea golan 3Sulla Siria Golan si è mostrato attendista: “Dobbiamo ancora capire quali sono le intenzioni di al-Jolani, ma non serve occupare territorio siriano. Serve capire la fattibilità di un accordo sul modello di quello del 1973”.

Chiare, invece, le idee sulla minaccia iraniana: “L’interesse di Israele è avere la fine del programma nucleare iraniano, limiti allo sviluppo dei missili balistici e sanzioni a ogni attività terroristica appoggiata dall’Iran. Solo un accordo a queste condizioni può essere un buon accordo per Israele”.

Dura la posizione anche sulla situazione in Cisgiordania: nel suo intervento, Golan ha definito “terrorismo ebraico” quello che i gruppi di coloni violenti fanno ai danni dei civili palestinesi e ha promesso che nel programma dei Democratici è presente un punto chiaro sulla necessità di ristabilire “legge e ordine” contro gli estremisti. Questa posizione è in linea con la proposta dei Democratici di interrompere i finanziamenti agli insediamenti e di congelarne la costruzione.

Già in un suo recente intervento su The New York Times titolato “‘We are going to live with scars’: Yair Golan’s Battle for a Two-State Solution”, Golan aveva parlato di avere “civil separation” come precondizione per contrastare l’annessione della Cisgiordania e gettare le basi per la soluzione dei due Stati per due popoli, considerata da Golan stesso l’unica idea valida alternativa a un “modello Libano” che produrrebbe soltanto guerra e nuovi spargimenti di sangue.

Durante l’assemblea nazionale, Golan ha apprezzato il sostegno dell’associazione per le attività dei Democratici e per la loro imminente campagna elettorale e – come ribadito anche dal presidente Fiano – “Sinistra per Israele Due Popoli Due Stati” è interessata a inviare una propria delegazione a sostegno dei Democratici proprio in vista delle elezioni per il rinnovo della Knesset.

 

Il saluto della Federazione Italiana Associazioni Partigiane
(all’Assemblea
Nazionale di SxI-2P2S)

Luca Aniasi

Luca AniasiCaro Presidente Fiano, care amiche e cari amici di Sinistra per Israele,
mi dispiace di non poter essere con voi oggi. Affido queste righe a chi le legge per me, perché la voce della FIAP non manchi alla vostra assemblea nazionale.

L’antisemitismo – è stato scritto – è un virus che muta. È stato prima pregiudizio religioso, poi odio razziale, e oggi torna, in una nuova variante, sotto forma di ostilità verso l’unica espressione collettiva dell’identità ebraica: Israele. La critica a un governo è cosa legittima e necessaria; mettere in discussione il diritto stesso all’esistenza di uno Stato è cosa diversa. Un solo Paese al mondo viene quotidianamente processato sulla propria ragione d’essere. E come chiameremmo, se non antisemitismo, questo metro diverso applicato a un solo popolo? È uno dei marcatori storici della discriminazione antiebraica, e dobbiamo avere il coraggio di riconoscerlo

Una parte della sinistra ha smesso di cercare il proprio collante nelle storiche rivendicazioni, nei diritti sociali e civili, persino nella difesa di un popolo. Lo ha trovato altrove: nell’accanimento verso Israele. È una distorsione che ha radici intellettuali profonde – tra le quali la lettura post-coloniale del mondo, in cui il colonialismo è il male e ogni successo, ogni democrazia che attecchisce in un’area di teocrazie e autocrazie, diventa sospetta. Israele, nazione costruita da rifugiati e richiedenti asilo su una terra povera di risorse, fiorente in libertà e crescita laddove tutto intorno regredisce, diventa così la prova vivente che quella lettura del mondo non funziona. E proprio per questo va negata.

Due meccanismi sono però anche al lavoro.
Il primo: gli ebrei sono accettati come vittime, ma non come soggetti che si difendono.

Il secondo, più grave: l’inversione simbolica, per cui le vittime storiche diventano «i nuovi nazisti», i carnefici del nostro tempo. È una bestemmia della memoria, e dovrebbe far rabbrividire chiunque sappia leggere la storia europea del ‘900.

C’è poi un passaggio ulteriore, molto italiano.
A rispondere delle politiche del governo israeliano non viene più chiamato quel governo, né solo i cittadini israeliani: vengono chiamati i cittadini italiani ebrei. È il meccanismo di tutti gli antisemitismi della storia. Quando si pretende da una minoranza il rituale della discolpa, qualcosa nella convivenza democratica si è rotto.

Per questo la vostra opera è meritoria, e oggi necessaria. Avete il coraggio di tenere insieme due cose che oggi sembrano inconciliabili, e che inconciliabili non sono: l’essere di sinistra e l’amicizia per Israele. La critica politica e il rifiuto della delegittimazione. La pace come orizzonte concreto, due popoli, due Stati, e non come slogan da archiviare. Sin dalla vostra nascita, non avete mai smesso di cercare il confronto e il dialogo, anche quando, come ora, sembrano parole velleitarie.

I fatti del 25 aprile a Milano li avete vissuti in prima persona: meritavano una profonda riflessione, hanno avuto in cambio teorie complottiste – quando ci sono gli ebrei ci sono sempre anche i complotti, tutto nella migliore tradizione… Ma la piazza del 25 aprile è e resta la nostra: è la piazza del CLN, del Corpo Volontari della Libertà, di tutti gli antifascisti. Non ce la faremo portare via, né da chi tra le associazioni partigiane talvolta abdica al proprio ruolo istituzionale, né dalla destra revisionista. Da questo dobbiamo tutti ripartire.

La FIAP, nella distinzione dei ruoli e delle funzioni, vi è amica e al fianco, anche con tante iniziative comuni che abbiamo realizzato e che immagino davanti a noi. Ammiro il vostro coraggio.

Buon lavoro, e un abbraccio fraterno.

2026 04 FIAP

Un “ottalogo“ per fermare l’antisemitismo dilagante, finché si è in tempo
(presentato all’Assemblea Nazionale di SxI-2P2S)

 

Luciano Belli Paci

Luciano Belli Paci NUOVOIn questi pochi minuti voglio tornare su un tema che purtroppo resta di grande attualità: quello delle ricadute che i conflitti che coinvolgono Israele hanno avuto in termini di antisemitismo dilagante.

Devo insistere su un punto.  Le azioni del governo e dell’esercito israeliano, che spesso abbiamo criticato e che quando è il caso (vedi Ben Gvir) suscitano anche in noi grande indignazione, non rappresentano la causa, ma l’occasione per la riemersione di un antisemitismo preesistente, stratificato nel corso di duemila anni.  È come l’herpes, che rimane latente nei nostri nervi e si riattiva quando il sistema immunitario si indebolisce.

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2026 05 24 assemblea belli paci colorNon lo dico per sminuire le responsabilità di Netanyahu, ma perché dobbiamo sapere – e la sinistra italiana deve capire – che se non ci facciamo carico di quel sistema immunitario, l’infezione antisemita dilagherà e non sarà più possibile fermarla, a prescindere da quello che farà Israele.

Mi rendo conto che siamo tutti stanchi di ripetere da mesi e da anni gli stessi allarmi, senza essere ascoltati.

Ma abbiamo il dovere di continuare ad andare “in direzione ostinata e contraria”, di continuare a mettere i partiti, i movimenti, le associazioni di fronte alle loro responsabilità etiche e politiche.

E quindi di riproporre con tenacia a tutta la sinistra italiana le nostre richieste, che voglio qui ricordare in ordine sparso:

  1. Occorre evitare con cura le ipersemplificazioni, la riduzione del conflitto in MO a uno scontro tra angeli e demoni; bisogna ricordare sempre il ruolo di Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran; bisogna in una parola riconoscere – e dovrebbe essere ovvio farlo per un conflitto che dura da 80 anni – la “complessità” (ma forse le scorte sono andate esaurite, visto che sulla guerra della Russia all’Ucraina praticamente non c’è dibattito che non sia finito con un’overdose di “complessità”)

     

  2. Si deve respingere con nettezza l’uso del termine “sionista” come insulto o peggio ancora come sinonimo di ebreo: si facciano corsi per spiegare alle basi incolte un po’ di storia del sionismo, per far capire che – come ha detto Erri De Luca – chiunque difenda il diritto all’esistenza di Israele e chiunque sostenga i “due popoli, due stati” è sionista

     

  3. Ci si deve rifiutare di confondersi, nelle manifestazioni, con quelli che inneggiano alla Palestina “libera dal fiume al mare”, che scambiano il terrorismo per “resistenza”, che propugnano la guerra a oltranza e non la pace, che praticano la violenza, il vandalismo e l’intolleranza

     

  4. Si devono condannare senza riserve i trattamenti ostili e discriminatori nei confronti di turisti israeliani o di non meglio identificati “sionisti”, che vengono bullizzati e cacciati da ristoranti o negozi: non abbiamo mai attribuito al singolo straniero — ospite nel nostro Paese — le colpe del suo governo; è una questione di civiltà, se non si vuole far passare il principio razzista della colpa collettiva

     

  5. Bisogna dire forte e chiaro che le intimazioni rivolte agli ebrei perché si dissocino dalle azioni di Israele costituiscono un’intollerabile condotta discriminatoria verso cittadini italiani appartenenti a una minoranza religiosa/culturale e tradiscono l’ignoranza e il pregiudizio di chi immagina il mondo ebraico come un’entità monolitica (ogni riferimento a Giuseppe Conte è voluto)

     

  6. Si deve mettere la massima cura nell’evitare confusioni che, peraltro, non si accettano mai per nessun altro Paese: una cosa è il governo di Israele e un’altra cosa è lo Stato di Israele, una cosa è lo Stato di Israele e un’altra cosa è il popolo israeliano, una cosa è il popolo israeliano e un’altra cosa sono gli ebrei nel mondo

     

  7. Si devono respingere il continuo utilizzo antistorico e banalizzante delle equiparazioni tra Gaza e la Shoah, l’abuso parossistico del termine “genocidio”, le ignobili ritorsioni sul 27 gennaio per reazione alle sofferenze dei palestinesi (questa è una richiesta che rivolgiamo in particolare all’ANPI e a tutte le associazioni impegnate sul terreno della memoria: sappiate che quando avrete sdoganato il negazionismo, la banalizzazione, il riduzionismo e la distorsione o inversione della Shoah, la belva non rientrerà nella gabbia dalla quale l’avete fatta uscire !)

     

  8. È necessario che le forze della sinistra italiana promuovano iniziative comuni con le organizzazioni politiche e sociali israeliane affini per rendere palese all’opinione pubblica che Israele non è un mostro contro il quale lanciare anatemi, ma una realtà plurale dentro la quale esistono importanti componenti che si battono per il progresso, per la pace, per i diritti umani e civili. In particolare, vorremmo vedere il Pd collaborare con il partito omologo Demokratim di Yair Golan, i sindacati fare iniziative con l’Histadrut, e tutti dare ascolto e sponda alle decine di associazioni israeliane che ogni giorno lottano per il dialogo, per la rappacificazione, contro la violenza e contro il fanatismo. Insomma, chiediamo un impegno per costruire ponti, occasioni di conoscenza, gemellaggi; non per erigere altri muri di odio e per distruggere gemellaggi con la parte migliore di Israele.

Concludo facendo una proposta.

Sappiamo che le prossime elezioni israeliane saranno cruciali.  E allora occorre recuperare un antico valore che ispirava l’azione politica quando eravamo più giovani: l’internazionalismo.

La sorte di Israele riguarda tutta la sinistra italiana.  E dunque occorre lanciare una pubblica, visibile, concreta campagna di sostegno alle forze di opposizione israeliane.

Serve innanzitutto una grande RACCOLTA FONDI popolare a favore dei partiti che si schierano per archiviare la stagione di Netanyahu. 

Noi sceglieremo i Demokratim, ma c’è un’ampia offerta e ciascuno può trovare una forza politica che sente più vicina, alla quale indirizzare donazioni e aiuti.  

Si può fare.  Si deve fare.

 

MILANO
Assemblea Nazionale – il resoconto

Bruna Soravia

SORAVIA Bruna quadraIl 24 maggio si è svolta al centro culturale Caldara di via De Amicis di Milano l’assemblea nazionale di “Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati”, alla presenza di delegazioni venute da diverse città.

(clicca qui per vedere il video dell’intera assemblea)

Nel suo discorso di apertura (riportato nell’articolo successivo) Lele Fiano, presidente di SxI-2p2s, ha elencato le criticità del momento e – ribadendo la condanna della condotta del ministro israeliano Ben-Gvir per i suoi abusi nei confronti dei membri della Flotilla – ha proseguito presentando una serie di riflessioni che hanno tutte trovato eco negli interventi successivi.

2026 05 24 Assemblea Nazionale MANIFESTOFra i temi principali, quello della crisi delle democrazie occidentali, al cui interno s’inserisce la crisi delle sinistre, e di queste rispetto a Israele, trasformato in simbolo universale di oppressione da una lettura assolutistica che evita di riconoscere la realtà del conflitto fra due diritti nazionali, entrambi portatori di aspirazioni e di traumi.

Eludendo il compito complesso di riconoscere l’ambiguità e la tenebra di una storia condivisa, la sinistra occidentale ha fatto come il personaggio di un famoso apologo sapienziale, che Dino Marchese, intervenuto nel pomeriggio, ha spiritosamente ambientato a Siena: ha cercato la soluzione facile sul terreno noto e ben illuminato di Israele come “contenitore simbolico di tutte le colpe”, dal genocidio al colonialismo d’insediamento al fascismo come categoria astorica, e così via.

Fiano ha invece ricordato, citando Massimo Recalcati, la necessità dell’interpretazione, ovvero della traduzione (“la democrazia è la necessità della traduzione”) che oppongono complessità e pluralità all’unicità di lingua, popolo e verità, discorsi questi propri dell’estremismo, sia di quello di Hamas che di quello dei fondamentalisti religiosi alla Ben-Gvir.

2026 05 24 assemblea fiano emanueleCiò non significa, naturalmente, negare la deriva nazionalista radicale dell’attuale governo israeliano, espressione dell’estrema destra e della sua ideologia. Significa invece ricordare che un’alternativa esiste: quella di un “Israele democratico, liberale e civile, che continua a resistere”.

È a questa realtà che si rivolge Sinistra per Israele, invitando la sinistra a sostenerla e richiamando il dovere di distinguere tra il paese e il suo governo, tra sionismo e suprematismo etnico-religioso, tra critica politica e negazione del diritto all’esistenza dello Stato.

Quando questo dovere non è osservato, si arriva alla trasformazione di una tragedia e del conflitto che ne è seguito in una narrazione totale sul male assoluto, esemplificata da quello che è successo nella manifestazione del 25 Aprile a Milano: una folla impenetrabile al dialogo, che ricercava la scomunica e chiedeva l’abiura.

2026 05 24 assemblea mancuso aurelioAccanto a questa, una folla indifferente a quello che succedeva, e che l’indifferenza non sia meno grave è stato sottolineato nel seguito da Gian Maria Radice e da Aurelio Mancuso.

Il dovere della distinzione è invece per sua natura politico perché la politica abita il compromesso e la mediazione, che sono il luogo dove si risolvono i conflitti.

Questo è il posto scomodo dove si trova oggi Sinistra per Israele, più che mai “fra l’incudine e il martello” del dovere di tradurre reciprocamente memorie diverse, paure diverse e traumi diversi, perché “nessun popolo è padrone della lingua”.

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Considerazioni simili sono state fatte da Pina Picierno, intervenuta in collegamento, che ha ricordato che la politica dovrebbe tenere insieme cose diverse, costruire convivenza e non alimentare fanatismi, e come Sinistra per Israele faccia questo da quasi 60 anni, quando afferma il principio Due popoli due stati, nella prospettiva che diventi Due popoli, due democrazie

2026 05 24 assemblea Picierno PinaA questo proposito, Pina Picierno ha richiamato il significato del sionismo, movimento politico di liberazione interno alla storia delle democrazie occidentali e il ruolo che, fino alla crisi attuale, ha avuto la società civile israeliana, libera e aperta, nel rappresentare Israele nel mondo.

Le sofferenze inflitte ai palestinesi dalla risposta brutale al trauma del 7 Ottobre non giustificano però la ripresa dell’antisemitismo su scala globale, con l’attacco alla diaspora occidentale e a chi, come Sinistra per Israele, difende il diritto di Israele a esistere in sicurezza, motivandolo con le colpe del governo Netanyahu.

È tuttavia vero che il tradimento della promessa di sicurezza dentro Israele è stato reso possibile dall’indebolimento delle strutture democratiche dello stato a opera di una classe politica illiberale e autarchica, che ha isolato Israele senza renderlo più sicuro, mentre non possono esservi pace né sicurezza senza democrazia.

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2026 05 24 assemblea Golan 2

Anche per Yair Golan, capo del partito democratico, intervenuto in collegamento, in dialogo con Lia Quartapelle e tradotto da Gabriele Eschenazi, l’antidoto al fondamentalismo di Ben-Gvir, le cui azioni ha condannato senza mezzi termini, è la sicurezza garantita dal ripristino della vita democratica che l’attuale governo ha sospeso.

Questo sarà possibile se le prossime elezioni saranno libere e trasparenti e Golan si è appellato a tutti i partiti dell’opposizione perché lo esigano.

2026 05 24 assemblea Sabella

Il governo che ne potrebbe uscire dovrà rinegoziare gli accordi con tutti gli stati arabi interessati al mantenimento della pace sui confini, e porre fine al terrore ebraico in Cisgiordania, una minaccia anche per la sicurezza di Israele.

(vedere l’articolo dedicato all’inizio della newsletter)

 

L’auspicio della pace e della realizzazione dei due stati per due popoli è stato anche espresso da Rawhi Fattouh, a nome dell’Autorità nazionale palestinese, in un saluto letto da Bernard Sabella, studioso e rappresentante dell’ANP al Consiglio d’Europa

(vedere l’articolo dedicato all’inizio della newsletter)

Le conseguenze del rifiuto della distinzione e del compromesso sono state al centro degli interventi di vari ospiti della mattinata, che hanno raccontato la spaccatura dell’unità del centrosinistra milanese intorno alla questione del gemellaggio con Tel Aviv.

Ne hanno parlato Ivan Scalfarotto e Roberta Osculati, che con Angelica Vasile, Alice Arienta e Diana De Marchi, si è opposta alla sospensione e l’ha impedita.

2026 05 24 assemblea Scalfarotto Osculati Verini Bazoli 2

Osculati ha ricordato, citando il cardinale Pizzaballa, come ciascuna parte tenda a confermare le paure dell’altra e come per questo sia necessario costruire ponti e non muri. Ha pure annunciato che è in preparazione a Milano una Conferenza per la pace che farà incontrare le parti del conflitto, perché, citando lo slogan di Parents for peace, “It won’t end until we talk”.

(vedere l’articolo dedicato all’inizio della newsletter)

2026 05 24 assemblea Bazoli e VeriniAlfredo Bazoli ha ripreso invece il tema dell’impegno politico controcorrente, da esercitare dal “posto scomodo” sul quale SxI è attestata, ossia la prospettiva su Israele, dal quale bisogna spiegare, distinguere e conciliare, e che è però il punto privilegiato per opporsi alla pressione dei fondamentalismi.

Ne ha convenuto Walter Verini, riconoscendo in queste pratiche la migliore tradizione della sinistra democratica, che si confronta e cerca intese.

Da questa tradizione è nata la nostra costituzione, che non è espressione di una sola parte politica ma parla a tutti, e proprio il dovere di parlare con tutti è l’antidoto non solo alle tifoserie politiche ma anche ai massacri come quello del 7 Ottobre e alla guerra che ne è derivata, e che avrebbe forse potuto avere un andamento e uno costo umano diversi se si fosse salvaguardata la linea del dialogo con la parte palestinese.

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2026 05 24 assemblea AlbertiniNel pomeriggio Giorgio Albertini ha ripreso molti dei temi lanciati da Lele Fiano, insistendo sulla necessità che la sinistra smetta di considerarsi una “comunità ideologica” e ritrovi le proprie tradizioni laiche, socialiste e razionali, ricominciando a interrogarsi sui dati della realtà.

Questo le permetterebbero di riconoscersi nell’opposizione israeliana di sinistra, che da anni si batte per la pace e la democrazia, evitando di considerare come “resistenza” movimenti fondamentalisti autoritari e violenti come Hamas e Hizbollah, o perfino la repubblica islamica iraniana, in nome di una narrazione morale semplificata.

 

Il tema della cultura della sinistra italiana, o meglio, della sua mancanza è stato sollevato da Aurelio Mancuso e ripreso da Luca Alessandrini, Carlo Bersani e Giacomo Triglia, che hanno indicato nella tendenza alla semplificazione il vizio intellettuale fondamentale delle sinistre occidentali, vizio che nasconde l’assenza di un progetto politico e culturale alternativo.

2026 05 24 assemblea MANCUSO Alessandrini BERSANI TRIGLIA

È un pensiero semplificato quello che interpreta Israele come stato illegittimo, che ha sottratto terra e si è sostituito agli abitanti originari (una categoria addirittura di estrema destra, come ha osservato Giacomo Triglia) e che vede l’Occidente come spazio di oppressione e di sopraffazione, dimenticando che vi sono nate tutte le ideologie di liberazione.

È una semplificazione anche confondere l’idea di nazione, nata nel XIX secolo per significare l’emancipazione democratica dei popoli, il loro risorgimento, con il nazionalismo moderno, dove la nazione diventa comunità di terra e sangue.

È questa l’idea razzista che ha alimentato i conflitti moderni e ancora ispira i nazionalismi antidemocratici in Medioriente, quello di Hamas, ispirato al Mein Kampf, e quello della destra sovranista e ultranazionalista in Israele.

Similarmente, Victor Magiar ha sostenuto la necessità di tornare a leggere il conflitto mediorientale con le categorie della storia e della politica. Sottolineando che nessun occidentale spiegherebbe le vicende europee, la Seconda Guerra Mondiale o la Guerra Fredda, riducendole a conflitti fra popoli, fra nazioni, e che invece distinguerebbe fra fazioni politiche, ideologiche, sociali, ha denunciato l’attitudine reazionaria degli occidentali (di destra e di sinistra) ad usare categorie etno-nazionali-religiose per spiegare le vicende storiche dei Paesi del sud del mondo: categorie care ai colonialisti (reazionari) e ai terzomondisti (colonialisti paternalistici dal volto umano) o, ancora peggio, con le categorie moralistiche “woke”, certamente la più reazionaria di queste letture

Marco Pierini ha insistito sul tema di “abitare la difficoltà” come metodo proprio di SxI, senza il quale non potrebbe svolgere il compito impopolare di riannodare il filo di una storia di riconciliazione che si è interrotto da almeno vent’anni.

È questo il compito che i partiti di sinistra hanno dismesso e che addirittura considerano come una spina nel fianco e che oggi solo SxI persegue, avendo come riferimento e sostenendo la sinistra democratica israeliana.

 

2026 05 24 assemblea MAGIAR PIERINI ARINGOLI belli paci

 

Alessio Aringoli ha insistito sulla novità e sul relativo successo delle iniziative dell’associazione, indicando la necessità di andare avanti con più decisione e ancora più coraggio.

L’antisemitismo è stato al centro dell’intervento di Luciano Belli Paci, che ha ribadito che le azioni condannabili di Netanyahu e dei suoi ministri sono l’occasione ma non la causa della sua riemersione.

Come un virus (l’esempio è quello dell’herpes), l’antisemitismo riaffiora nelle crisi periodiche delle società occidentali, il cui sistema immunitario la sinistra dovrebbe rafforzare operando distinzioni e evitando semplificazioni.

Fra queste, l’uso di “sionista” come insulto, di “resistenza” per definire Hamas, l’assimilazione della Shoah alla guerra di Gaza, la richiesta fatta a tutti gli ebrei di dissociarsi da Israele.

L’antidoto è l’appoggio alle istituzioni e ai movimenti democratici israeliani, a favore dei quali Luciano ha proposto di lanciare, in prossimità delle elezioni, una grande raccolta di fondi, che avrebbe grande valore simbolico.

(vedere l’articolo dedicato all’inizio della newsletter)

2026 05 24 assemblea DE BENEDETTI LUDOVICADi “quello che si può fare” ha parlato anche Ludovica De Benedetti, annunziando un prossimo convegno a Torino a sostegno delle opposizioni democratiche israeliane e palestinesi, al quale sono stati invitati tutti i partiti, perché conoscano quello che si sta facendo; e il varo, in diverse città, di iniziative culturali e di attività di formazione interna.

Diverse sono state, infine, le testimonianze sulle difficoltà incontrate nel corso di quest’ultimo anno.

Anna Grattarola ha ricordato il difficile rapporto con le istituzioni e con la sinistra a Bologna, in evidenza nella manifestazione del 25 Aprile (la comunità ebraica non ha partecipato), nel tentativo di impedire a David Grossman di parlare pubblicamente, nella cancellazione del lettorato di ebraico nell’Università.

L’esperienza traumatica del 25 Aprile di quest’anno a Milano è stata evocata anche da Donatella Capirchio, che ha invitato a lavorare fin da ora con i partiti e le associazioni amiche per preparare la manifestazione unitaria del prossimo anno.

2026 05 24 assemblea Grattarola Capirchio Villa Natale Segre

Giorgia Villa ha riferito come a Venezia, nel clima preelettorale, la condanna di Israele sia diventata il tema politico unificante del campo-largo, mentre si è sorvolato per “tiepidità” (questo il bel termine usato) su episodi gravissimi di antisemitismo ed emarginando la presenza ebraica il 25 Aprile, nella città che ha inventato il ghetto, dove gli ebrei sono stati perseguitati e venduti durante le persecuzioni nazifasciste.

Sara Natale ha raccontato come a Firenze l’associazione, esclusa da altri spazi, si è trovata costretta a riunirsi in quelli messi a disposizione dalla comunità ebraica, con il rischio di alimentare l’equivoco duplice secondo cui Sinistra per Israele ne è un’articolazione, e, viceversa, che una comunità religiosa debba esprimersi su temi prettamente politici.

Anna Segre, presente sia in Sinistra per Israele che negli organi della comunità ebraica torinese, ha descritto quest’ultima come divisa politicamente, e la difficoltà di sostenere iniziative comuni.

2026 05 24 assemblea fassinoAnche a Torino, come in altre città italiane, gli ebrei non hanno sfilato il 25 Aprile giustificandolo con lo shabbat, circostanza che in altri anni è stata invece risolta rimandando la sfilata.

Questa giornata di discussioni intense e molto partecipate è stata conclusa dal saluto di Piero Fassino, assente per motivi personali, che ha individuato nella relazione di Lele Fiano la “piattaforma” dell’associazione, individuando come immagine simbolica quella, potentissima, dell’essere fra incudine e martello, posizione scomoda e obbligata.

2026 05 24 assemblea meghnagi evelina cantaLa giornata si è poi conclusa con il canto che Evelina Meghnagi ha voluto offrire all’assemblea un piyyut (poesia liturgica ebraica) yemenita, in aramaico, sul tema della speranza: 

entreremo nel giardino della saggezza,

raggiungeremo la palma,

mangeremo i suoi frutti

 

MILANO
Assemblea Nazionale – la relazione introduttiva

Emanuele Fiano

Emanuele FianoSaluto tutte e tutti con grande emozione e amicizia in questa nostra Assemblea nazionale di Sinistra per Israele, due popoli due Stati.

[NdR: seguono i saluti a tutti i rappresentanti politici]

 Permettetemi qui un saluto particolare a Piero Fassino oggi assente perché presente invece alle esequie del suo caro amico Carlin Petrini scomparso pochi giorni or sono.

Veniamo da un periodo difficilissimo.

Viviamo un periodo difficilissimo.

Difficilissimo per ciò che accade in Israele, a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran.

E ovviamente anche per tutte le altre guerre, a partire dall’aggressione russa all’Ucraina.

A cui ribadiamo la nostra solidarietà.

Difficilissimo per il clima politico che attraversa anche il nostro paese, in connessione con la questione che trattiamo oggi.

Per le posizioni che prendiamo.

Per gli attacchi che subiamo.

E soprattutto per la nostra volontà di non recedere dai nostri principi.

Le ultime ore prima di questa assemblea sono state segnate dalle immagini che arrivano da Ashdod.

Quelle immagini di esseri umani arrestati, inginocchiati, ammanettati, umiliati, mentre un ministro dello Stato di Israele, Itamar Ben-Gvir, ride, sventola la bandiera israeliana e fa risuonare la Hatikvà.

Noi quelle immagini le abbiamo sofferte.

Le condanniamo.

Le denunciamo.

E le denunciamo prima ancora delle discussioni giuridiche sul diritto internazionale.

Le denunciamo perché esiste un principio più profondo: la dignità dell’essere umano deve valere ovunque, per chiunque, a qualsiasi latitudine, per qualsiasi popolo, religione o appartenenza politica.

Questo è il patrimonio universale nel quale crediamo noi.

Che ci deriva da un tempo lontano, fin dalla Rivoluzione francese.

E dobbiamo avere il coraggio di dire che quelle immagini non rappresentano l’Israele che vogliamo.

Sono lontane dall’idea di Israele che continuiamo a difendere.

Estranee ai valori migliori del sionismo democratico.

Che nasce come movimento di autodeterminazione di un popolo non di oppressione di un altro popolo.

Ed estranee, per chi ci crede, anche all’etica ebraica.

Ma noi non siamo un’associazione ebraica, siamo una comunità di persone accomunate da un ideale non da un’origine.

Ma il punto fondamentale, per me, non è questo.

Non è innanzitutto una questione di ebraismo.

Quelle immagini sono contrarie ai valori democratici.

Noi difenderemo sempre il diritto di Israele a esistere.

Ma non difenderemo mai qualunque cosa faccia il governo israeliano.

Questa assemblea si apre dunque in un momento di grande crisi.

Una crisi dell’Occidente, innanzitutto.

Noi siamo cresciuti dentro l’idea che l’Occidente liberale, dopo la tragedia del Novecento, avesse imparato qualcosa dalla propria storia.

Oggi quella certezza vacilla.

Crescono i nazionalismi, i populismi, e i partiti che li sostengono.

Anche se non dappertutto e non nello stesso modo.

Macron governa in Francia con un governo di minoranza, stretto tra la sinistra massimalista di Mélenchon e la destra nazionalista della Le Pen.

La Germania vede crescere AfD ormai non più soltanto nell’ex Germania dell’Est, insieme a una crisi verticale dei socialdemocratici e alla crescita di un partito rossobruno.

In Spagna i socialisti hanno perso quasi tutte le ultime tornate amministrative, con l’eccezione della Catalogna.

In Italia governa una destra tripartita nella quale convivono culture politiche che fino a pochi anni fa guardavano con ostilità perfino all’idea europea.

E anche nel nostro paese abbiamo attraversato una stagione nella quale si è tentato di modificare profondamente l’equilibrio della nostra democrazia parlamentare, concentrando sempre più potere esecutivo nelle mani di una sola persona.

Anche questo è un segno dei tempi.

Della difficoltà crescente delle democrazie contemporanee a tollerare la complessità, la mediazione, i contrappesi.

Perché la crisi delle democrazie liberali non nasce soltanto dalla forza dei loro nemici.

Nasce anche dalla stanchezza delle democrazie verso se stesse.

Viviamo una crisi profonda del sistema occidentale: della sua credibilità, della sua capacità di guida, della sua tenuta politica e istituzionale.

Gli Stati Uniti attraversano, con la presidenza Trump, una fase di conflittualità praticamente con tutto il mondo.

Una conflittualità espressa in termini economici, ma non solo, se pensiamo al Venezuela, alle mire sulla Groenlandia, alle tensioni con Cuba, all’intervento militare contro l’Iran.

E contemporaneamente vediamo una crisi del rapporto degli Stati Uniti con le istituzioni internazionali, dalla NATO all’ONU, insieme a una evidente crisi di credibilità politica, dovuta al continuo mutare di dichiarazioni, promesse e posizioni.

L’Europa, dal canto suo, mostra tutta la propria difficoltà a essere protagonista della scena internazionale.

Anzi, spesso appare sostanzialmente assente.

E dentro questa crisi più ampia si è aperta una frattura radicale tra Israele e una parte dell’Europa.

Lo dimostrano anche le notizie delle ultime ore, con l’avvio di ipotesi di sanzioni e prese di distanza da parte di paesi che storicamente erano tra gli alleati più vicini di Israele.

Qualche settimana fa un ex portavoce del governo Netanyahu ha interpretato la canzone israeliana dell’Eurovision come metafora del rapporto tra Israele e l’Europa: un rapporto sentimentale tormentato, fatto di aspettative deluse, ferite mai rimarginate e rancore.

Credo sia una metafora efficace.

Israele e l’Europa sono dentro una relazione storica, politica, morale, affettiva, profondamente ferita.

Ne è forse una dimostrazione per esempio la scelta di una parte consistente della sinistra milanese di interrompere il gemellaggio con Tel Aviv a cui si sono opposte, oltre ad altri esponenti della maggioranza, anche tre consigliere comunali del PD: Alice Arienta, Angelica Vasile e Roberta Osculati che oggi è venuta a portarci il suo saluto.

E dentro questa crisi generale esiste poi una frattura ancora più specifica, che riguarda noi direttamente: la crisi del rapporto tra la sinistra e Israele.

Per una parte importante della sinistra europea, Israele è stato a lungo il simbolo della liberazione del popolo ebraico dopo secoli di persecuzioni culminate nella Shoah, nel fascismo, nell’antisemitismo europeo.

Era dunque il simbolo dell’antitesi al fascismo.

Oggi invece Israele viene spesso rappresentato come il simbolo opposto: il simbolo dell’oppressione.

Questo passaggio è enorme.

È una mutazione culturale e politica profondissima.

E noi dobbiamo avere il coraggio di analizzarla senza sconti per nessuno: né per le trasformazioni in peggio di una parte della società israeliana, né per le trasformazioni della sinistra occidentale.

Perché è vero: una parte della sinistra ha smesso di leggere il conflitto israelo-palestinese come un conflitto storico tra due popoli, con due memorie, due traumi, due diritti nazionali, e ha iniziato a leggerlo quasi esclusivamente dentro la categoria oppressori-oppressi.

Ma quando tutta la politica diventa giudizio morale assoluto, il rischio è che scompaiano la storia, la complessità e perfino la realtà concreta delle persone.

Ed è vero anche che una parte di Israele sta vivendo una deriva politica e morale profondamente preoccupante.

Una parte significativa della guida politica israeliana è oggi nelle mani di una destra reazionaria, etnico-religiosa, nazionalista radicale, violenta.

I nostri compagni israeliani spesso usano la parola “fascisti”.

Io sono poco incline a definire fascista tutto ciò che considero antidemocratico.

Ma comprendo il senso di quell’allarme.

Questa deriva la cogli nel disprezzo diffuso verso gli arabi.

Nella violenza arrogante dei coloni.

Nello sfoggio della crudeltà sui social come manifestazione di potenza.

Nel disprezzo verso chiunque critichi Israele.

Negli episodi, un tempo impensabili, di offesa verso le altre religioni.

Noi non negheremo mai la realtà.

Né qui né lì.

E dobbiamo dirlo con chiarezza.

Non dimentichiamo che prima ancora del 7 Ottobre centinaia di migliaia di israeliani manifestavano nelle piazze contro la riforma della giustizia voluta da Netanyahu.

Perché Israele stava già vivendo una lacerazione democratica enorme.

Ma stava vivendo anche una enorme reazione civile e democratica.

Esiste ancora un Israele democratico, liberale, civile, che resiste.

E noi abbiamo il dovere politico e morale di non lasciarlo solo.

È uno degli scopi centrali della nostra associazione.

Per molti ebrei democratici il trauma oggi non è soltanto il ritorno dell’antisemitismo fuori da Israele — fenomeno inquietante.

È anche la paura di non riconoscere più pienamente Israele stesso.

Ma esiste anche un altro trauma, che non possiamo rimuovere.

Per moltissimi ebrei, in Israele e nella diaspora, il 7 Ottobre è stato il crollo improvviso dell’idea che dopo la nascita di Israele potesse finalmente esistere una sicurezza definitiva.

Ed è stata una tragedia reale, fatta di stupri, violenze inaudite, bambini bruciati, padri uccisi davanti ai figli.

Ed è dentro questo trauma che si è poi aperta la tragedia successiva di Gaza.

Una tragedia reale.

Immensa.

Noi non possiamo abituarci alle immagini dei bambini morti sotto le macerie.

Non possiamo.

Io non voglio un mondo in cui un ragazzo ebreo debba nascondere una stella di Davide.

Ma non voglio nemmeno un mondo in cui un bambino palestinese nasca senza diritti e senza futuro.

Sarebbe irresponsabile minimizzare la devastazione di Gaza.

Sarebbe irresponsabile minimizzare le violenze dei coloni. Sarebbe irresponsabile minimizzare l’effetto dell’attacco del 7 Ottobre.

E sarebbe irresponsabile minimizzare la crisi morale che attraversa Israele.

Ed è qui che emerge anche una delle questioni più dolorose e divisive di questi mesi: la parola genocidio.

Io non uso con leggerezza parole assolute.

Penso che a Gaza siano stati commessi fatti gravissimi.

Penso che esistano responsabilità enormi del governo israeliano.

Penso che si possano e si debbano discutere crimini di guerra o contro l’umanità, violazioni del diritto internazionale, disumanizzazione dell’altro.

Ma penso anche che l’uso delle parole più estreme non possa diventare una forma di semplificazione morale della realtà.

Perché quando una parola assoluta entra nel discorso pubblico, il rischio è che tutto il resto smetta di essere pensato.

“Israele è uno Stato genocida.

Punto.” Anche se magari non sai con quali paesi confina.

Anche se non conosci la storia di quel conflitto.

Anche se non sai nulla del Gran Muftì di Gerusalemme, delle guerre arabo-israeliane, delle violenze reciproche che hanno attraversato quella terra.

E allora non esistono più una storia, un conflitto, due popoli, due traumi, due paure, due diritti nazionali.

Esiste soltanto il male assoluto da una parte e il bene assoluto dall’altra.

Ma la politica democratica non può vivere dentro categorie teologiche.

Deve continuare a distinguere, a comprendere, a giudicare senza semplificare ciò che semplice non è affatto.

Mi hanno colpito molto, in queste settimane, alcune pagine di Massimo Recalcati nel suo libro La tentazione del muro.

Recalcati scrive che l’essenza di ogni fondamentalismo è quella di “consolidare l’ignoranza”, di trasformare l’ignoranza nel fondamento di una verità assoluta.

E scrive anche una frase bellissima: “La democrazia è la necessità della traduzione.” Nessun popolo è padrone della lingua.

Nessuna verità può pretendere di cancellare tutte le altre.

Il fondamentalismo invece sogna sempre una lingua unica, una verità unica, un solo popolo legittimo.

È il sogno del muro.

E allora il dubbio diventa tradimento.

La distinzione diventa ambiguità.

La complessità diventa complicità.

È esattamente ciò che abbiamo visto nella folla del 25 aprile.

Ed è, in forme diverse, ciò che vediamo anche nell’estremismo etnico-religioso rappresentato da Ben Gvir e dai coloni suprematisti.

Mondi apparentemente opposti, che però finiscono per assomigliarsi proprio nel loro rifiuto della complessità e della democrazia.

Recalcati scrive anche un’altra cosa molto bella: che il libro è “una figura dell’aperto”, un mare contrapposto al muro.

Credo sia esattamente la sfida del nostro tempo.

Difendere la pluralità contro la tentazione della semplificazione assoluta.

Difendere il dubbio contro il fanatismo.

Difendere la democrazia come luogo nel quale popoli, memorie, lingue e dolori diversi continuano ostinatamente a tradursi gli uni negli altri, invece di annientarsi.

Ma proprio per questo dobbiamo continuare a distinguere.

Distinguere tra Israele e il suo governo.

Tra il sionismo democratico e il suprematismo etnico-religioso.

Tra critica politica e negazione del diritto all’esistenza di Israele.

Perché quando la società occidentale perde orientamento morale e politico, spesso costruisce un contenitore simbolico di tutte le colpe.

Lo aveva capito Manzoni.

“Le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune…” Le folle nascono da una rabbia reale.

Ma quella rabbia può essere catturata, semplificata, indirizzata contro un bersaglio sbagliato.

L’ho pensato il 25 aprile.

Quando ci siamo trovati davanti una folla che impediva fisicamente il passaggio della Brigata Ebraica e di chi, come noi, portava una scritta semplice: “Due popoli, due Stati”.

Io quel giorno ho provato una sensazione molto precisa.

Non la paura fisica.

La sensazione di essere improvvisamente diventato estraneo a una parte di un mondo politico dentro cui ho vissuto tutta la mia vita.

Quello dell’antifascismo.

Un mondo che non è mai stato omogeneo, ma che pure sento anche mio.

Quella folla non era soltanto fisicamente impenetrabile.

Era impenetrabile al dialogo.

E attenzione: il dissenso è legittimo.

Sempre.

Ma lì non c’era più il dissenso.

C’era l’idea che non esistesse più nulla da discutere.

E in quella rabbia io ho visto qualcosa di molto profondo.

Ho visto il meccanismo attraverso cui una parte dell’Occidente, soprattutto delle giovani generazioni, sta trasformando Israele in un contenitore simbolico di tutte le colpe dell’Occidente.

E attenzione: questo non significa negare la tragedia reale di Gaza.

Significa capire che quella tragedia viene spesso trasformata in una narrazione totale sul male assoluto dell’Occidente incarnato da Israele.

Israele non viene più giudicato soltanto per le scelte del suo governo.

Diventa il simbolo totale del colonialismo, dell’oppressione, del razzismo, della violenza occidentale.

E quando non si distingue più, non si fa politica.

Si fa appartenenza.

Si fa tifoseria.

Si fa scomunica morale.

Per questo ci gridavano “traditori”.

Per questo oggi l’antisemitismo e l’odio verso Israele stanno assumendo una dimensione di massa.

Mi è capitato pochi giorni fa, in un bar di periferia a Roma, di essere aggredito verbalmente da una ragazza che mi ha detto: “Dal fiume al mare la Palestina sarà libera”.

Le ho chiesto: “Quindi Israele non dovrebbe più esistere?” Mi ha risposto di sì.

Ma la cosa che più mi ha colpito non è stata nemmeno la risposta.

È stata la totale indisponibilità al dialogo.

“Non ho bisogno di parlare con voi”, mi ha detto.

Ecco il punto.

Oggi esiste un clima diffuso, intransigente, manicheo, che non distingue più: Netanyahu dagli ebrei, Israele dalla diaspora, la stella di Davide dalla politica di un governo.

E questo riattiva meccanismi antichi: la colpa collettiva, il sospetto permanente, l’espulsione simbolica.

Ma proprio per questo noi non accettiamo nemmeno la reazione opposta: la difesa cieca di Israele.

Non accettiamo che ogni critica a Netanyahu venga definita antisemitismo.

Non accettiamo che denunciare l’occupazione o la violenza dei coloni venga considerato un tradimento.

L’ebraismo non è idolatria.

È il contrario dell’idolatria.

Ma noi non siamo un’associazione ebraica.

Siamo un’associazione politica.

E per noi la militanza nel campo progressista significa laicità del pensiero, dunque il contrario della rigidità ideologica e massimalista.

E quindi per noi non può esserci idolatria di uno Stato o di un governo.

La democrazia non chiede amore cieco.

E allora arrivo al punto decisivo.

Noi stiamo nel mezzo della complessità.

Forse mai così alta, per le generazioni europee del dopoguerra.

Chi è venuto qui oggi sa di non essere venuto in un posto comodo.

Stare in Sinistra per Israele e due popoli due Stati significa stare tra l’incudine e il martello.

Ma è lì che dobbiamo stare.

Siamo tra chi vuole cancellare Israele e chi giustifica tutto ciò che Israele fa.

Siamo tra chi vede solo Gaza e cancella il 7 Ottobre.

E chi vede solo il 7 Ottobre e cancella Gaza.

Siamo tra chi riduce il sionismo a puro colonialismo.

E chi pensa che ogni critica a Israele sia antisemitismo.

Ma questo non è un difetto.

È la nostra funzione.

Noi abitiamo la complessità.

Non tentiamo di semplificarla.

E badate: complessità non significa neutralità morale.

Non significa che tutto si equivalga.

Non significa rinunciare a giudicare.

Significa rifiutare le semplificazioni tribali.

Oggi chi distingue viene percepito come ambiguo.

Ma la democrazia vive proprio nella distinzione.

Le tifoserie invece vivono nella semplificazione morale.

Le società in crisi cercano purezza morale.

Ma la politica democratica non vive di purezza.

Vive di mediazioni, limiti, compromessi, riconoscimento reciproco.

E allora torno ad Amos Oz, che diceva: “In Israele la parola compromesso è sinonimo di vita.

Dove c’è vita ci sono compromessi.

Il contrario del compromesso non è idealismo.

Il contrario del compromesso è fanatismo.” E aveva ragione.

Perché non si può vivere permanentemente nel conflitto.

Machiavelli scriveva che la grandezza della Repubblica romana non stava nel conflitto, ma nella capacità di risolverlo.

E i conflitti si risolvono solo se si accetta l’idea del compromesso.

Per questo noi continuiamo a dire: due popoli, due Stati.

Non come slogan facile.

Ma come direzione politica.

So bene che oggi questa soluzione sembra lontanissima.

Forse bisognerà passare attraverso fasi intermedie, accordi regionali, nuovi equilibri, evoluzioni che oggi nemmeno immaginiamo e alle quali non sappiamo assegnare nessuna data.

Ma la politica senza direzione non ha senso.

Se rinunciamo all’idea che israeliani e palestinesi abbiano entrambi diritto a vivere, a essere liberi, a essere sicuri, allora stiamo rinunciando non soltanto alla pace.

Stiamo rinunciando all’idea stessa di politica democratica.

Ed è per questo che mi hanno colpito profondamente le parole di Massimo Recalcati quando scrive che: “La democrazia è la necessità della traduzione.” Nessun popolo è padrone della lingua.

Nessuna verità può pretendere di cancellare tutte le altre.

Il fondamentalismo sogna sempre una lingua unica, una sola verità, un solo popolo legittimo.

È il sogno del muro.

La democrazia invece vive della pluralità delle lingue, delle memorie, delle storie, delle differenze.

Vive della fatica della traduzione reciproca.

E forse oggi il nostro compito è esattamente questo: continuare ostinatamente a tradurre.

Tradurre paure diverse.

Dolori diversi.

Memorie diverse.

Perfino parole che sembrano diventate inconciliabili.

Perché quando smettiamo di tradurci gli uni con gli altri, cominciamo soltanto a combatterci.

E noi non vogliamo arrenderci a un mondo fatto soltanto di muri.

Per questo siamo qui oggi.

Ed è per questo che continueremo a esserci.

 

 

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