dalla Newsletter n°26 – Luglio 2026
– Miryam Fadlun
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Dopo il primo affollato incontro, che ha visto protagonista Emanuele Fiano, l’11 giugno si è svolto un secondo incontro online organizzato da Anna Guastalla – con la collaborazione di Luisa Basevi per l’associazione Nodedim che ha offerto lo spazio – il prof. Sergio Della Pergola ha illustrato il suo ultimo lavoro, “Antiebreismo. Riflessioni sull’antisemitismo vecchio e nuovo”.
Il testo, che uscirà a breve per l’editore Sofer di Napoli, risponde all’incapacità della civiltà occidentale di misurarsi con il tragico spartiacque storico che è stato il massacro del 7 Ottobre.
Questa cultura è anzi inadeguata nell’analisi, ricorre a interpretazioni geopolitiche insufficienti e contempla al suo interno una degenerazione del livello della comunicazione, peggiore di quella che abbiamo visto in periodi difficili come quello del processo Eichmann, in cui si contestava a Israele la legittimità di processare un cittadino catturato in uno stato sovrano, o come quello conseguente ai tragici eventi di Sabra e Chatila (con il corollario dell’attentato al Tempio di Roma dove perse la vita il piccolo Stefano Gay Tachè).
È divenuto ormai implicito, nei dibattiti televisivi, l’assioma che gli ebrei fanno le stesse operazioni dei nazisti, e si arriva al punto di chiedersi cosa debba fare la civiltà occidentale, anche militarmente, per fermarli.
È in atto una regressione che ricorda periodi storici già visti: di qui l’esigenza di sostituire il temine “antisemitismo” (coniato nel 1879 da Wilhelm Marr in funzione antiebraica e quindi, contrariamente a quanto si crede, non neutro) con il neologismo “antiebreismo” proposto da Sergio Della Pergola. L’ebraismo è infatti un concetto complesso, mentre l’ostilità verso gli ebrei in quanto tali (a questa si riferisce il nuovo termine) nasce da una psicologia primitiva, espressa da una dozzina di tropos, antichi, semplici e rozzi.
In una fase di grande confusione terminologica si rende necessario esaminare, chiarire, parole come “ebreo, sionismo, genocidio”.
Ebreo, “ivrì”, quello dell’altra sponda, lo straniero: così viene chiamato Abramo, a Sodoma, dalla folla che lo minaccia. Già da questo momento si delinea una chiave di lettura dell’ebreo come di qualcuno di estraneo e di diverso.
La storia mostra come si siano via via aggiunti concetti discriminatori, leitmotiv che si assommano nel tempo:
- Faraone dice che gli ebrei sono troppi
- Cicerone li definisce una folla indisciplinata e “lobbista”
- Tacito sostiene che stanno tra di loro, consumano pasti diversi, sleali con gli altri ma leali tra di loro.
Questa disamina chiarisce che la discriminazione non nasce col cristianesimo che però la trasforma
- prima da etnica a religiosa (con le ben note accuse di deicidio e col libello di sangue o accusa del sangue)
- poi, con l’Inquisizione e la “limpieza de sangre”, determina l’accusa razziale: è il DNA che è diverso.
Con l’avvento degli stati-nazione l’ebreo diventa sleale in quanto non appartenente a quella nazione; la lotta di classe non ne prevede la collocazione in nessuno degli agenti in conflitto e via fino a Hitler e Hamas, accomunati dalla postulazione che “gli ebrei hanno scatenato la guerra mondiale e devono subirne le conseguenze”.
Per il postcolonialismo l’ebreo diventa improvvisamente “bianco” e come tale va combattuto; il COVID lo ha precipitato nuovamente nello stereotipo dell’untore, che anzi trae profitto dalla commercializzazione del vaccino.
In questa necessità di chiarezza terminologica si colloca anche il bisogno di ridefinire parole come genocidio e sionismo.
Genocidio, parola abusata di cui i più ignorano il significato, può essere adoperata – secondo Della Pergola – se si realizzano tre condizioni:
- un piano teorico che prevede la distruzione totale di un popolo
- un piano esecutivo e operativo (campi di sterminio, soluzione finale)
- un’ampia partecipazione volontaria di civili.
Questi elementi non caratterizzano soltanto il nazismo: anche Hamas ha la stessa impostazione teorica. Infatti, oltre alle note dichiarazioni di volontà di sterminio di tutti gli ebrei del mondo, sono stati trovati nei tunnel piani operativi dettagliati su come eseguirlo, (come si distrugge il kibbutz, che tipo di violenza usare sulle donne, come si arriva a Beer Sheva, come si distrugge Israele); la collaborazione dei civili è evidente, non fosse che per le mappe dei kibbutz che sono state fornite ai miliziani da civili gazawi che vi lavoravano.
Sionismo, parola massacrata e ormai diventata offensiva, definisce in realtà un movimento affine al Risorgimento, il cui spirito è quello di riconoscere l’esistenza di una nazione e di dare a un popolo la sovranità e la territorialità che in quel momento manca. A tal fine il primo Congresso sionista (fine XIX sec.) stabiliva i seguenti obbiettivi:
- promozione di mezzi adeguati all’insediamento in Palestina (un insediamento che esisteva già da millenni) di agricoltori, artigiani e industriali ebrei
- organizzazione attraverso adeguate agenzie, nel rispetto delle leggi di ciascun paese
- rafforzamento e promozione dell’identità e della consapevolezza nazionale ebraica
- attuazione di piani preparatori tesi a ottenere il consenso dei governi.
L’antiebreismo viene identificato dall’autore con la negazione di uno o più di questi assi essenziali: uguaglianza civile, memoria autentica (riferita in particolare alla Shoah) e sovranità politica.
Quest’ultimo concetto è ancora il più controverso e su di esso si manifestano contrarietà e dissenso politico, come si è visto anche recentemente in Italia, in relazione alla legge sull’antisemitismo.
L’analisi sistematica di dati statisticamente rilevanti mostra che vi sono, per l’ebreo europeo, modalità diverse con cui viene percepita la discriminazione:
- quella pratica (aggressioni fisiche, vandalismo ecc.) che viene ascritta al fondamentalismo islamico
- quella populista (espressioni diffamatorie, diffusione attraverso le reti sociali, stadi sportivi – che manifesta un’ostilità verso l’ebreo in quanto tale, percepito come estraneo, nemico, cospiratore) i cui attori sarebbero da ricercarsi nella destra politica e nell’integralismo cristiano
- quella politica, che riflette ideologie, interessi di partito e contrasti di potere ed è trasversale
- quella narrativa (espressioni analitiche, investigative, anche artistiche, della stampa e dell’ambiente scientifico e accademico, il cui discorso su Israele è negativo) che proviene da ambienti politici della sinistra.
I perpetratori sono quindi diversi ma contribuiscono, con angolazioni diverse, a formare questo grande arazzo.
La costruzione artificiosa di un capro espiatorio nell’ebreo, nella sua dimensione individuale e collettiva, è indice di un degrado della società, dove un sistema di informazione servile, politicamente opportunista e corrotto da finanziamenti locali o esteri, che hanno enorme influenza nella mediatica, genera una realtà immaginaria, lontana dalla verità, determinando un abbassamento del livello di civiltà.

