Chi ha paura del Patto della Mecca?

2026 08 Patto della Mecca - MAPPA

dalla Newsletter n°27 – Agosto 2026
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Bruna Soravia

SORAVIA Bruna quadra

Annunciato con grande solennità il 7 agosto scorso, il Patto congiunto di mutua difesa fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan si presta a molteplici letture, perlopiù ipotetiche.

Iniziamo dall’assenza di un testo completo dell’accordo, che è stato reso pubblico nella forma di una dichiarazione di intenti in nome dei “duraturi legami di fratellanza e solidarietà islamiche”: non abbiamo quindi un vero e proprio trattato di difesa, articolato in obblighi, clausole operative e meccanismi di attuazione.

Di fatto, l’essenza dell’accordo sembra alludere, come è stato notato, all’art. 5 del Patto atlantico alla base della NATO, con il casus foederis, ossia l’impegno di azione comune, descritto come “ogni aggressione” o “ogni attacco armato contro uno qualsiasi dei tre stati”.

L’accordo, che intendeva includere anche l’Egitto, sfilatosi dopo i preliminari, è stato verosimilmente costruito dall’Arabia Saudita, che ha subito negli ultimi anni vari attacchi dell’Iran e dei suoi proxy e ha assistito con costernazione al bombardamento israeliano di Doha, in Qatar.

Poco dopo quest’ultimo episodio, nel settembre 2025 i sauditi avevano stretto un accordo di mutua difesa con il solo Pakistan; anche in questo caso non conosciamo il testo completo dell’accordo, rimasto confidenziale, a eccezione della solita clausola per cui ogni aggressione verso uno dei due stati sarebbe stata trattata come aggressione verso entrambi.

 

Patto Mecca generata AI-5 piccolaLa distanza nel tempo di questo primo accordo permette di darne una prima valutazione:

nel caso del Pakistan,
la minaccia
proverrebbe dall’India, paese con il quale l’Arabia Saudita ha però ampi rapporti commerciali e una solida partnership strategica, che è stata semmai riconfermata nell’ultimo periodo.

nel caso saudita,
l’aspettativa, espressa in alcune dichiarazioni ufficiali, era che lo scudo nucleare pakistano venisse esteso al regno saudita, possibilità che il ministro della difesa pakistano ha però smentito (“non è all’ordine del giorno”). Durante l’operazione Epic Fury, nel corso della quale l’Iran ha attaccato più volte i paesi del Golfo e l’Arabia saudita in particolare, il Pakistan non è intervenuto militarmente, limitandosi a offrirsi come intermediario per giungere a una tregua, fatto che può essere peraltro interpretato come effetto dell’alleanza.

Anche il nuovo patto trilaterale è stato già testato dall’attacco degli Houthi yemeniti a una raffineria saudita a Jizan, circa una settimana fa, attacco che non ha avuto risposta; e dalla crisi turco-israeliana ancora in corso in Siria, che ha creato tensione ma nessuna reazione o dichiarazione pubblica da parte degli alleati.

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Qual è quindi il senso di un’alleanza fra paesi che hanno interessi strategici e nemici così diversi?

Vi è sicuramente un aumento, sia pure temporaneo, della deterrenza complessiva e individuale, sia pure unito alla ridefinizione delle minacce, per cui, in entrambi gli accordi i contraenti hanno alla fine specificato che “non si tratta di accordi contro qualcuno”.

A entrambi i fattori si potrebbe attribuire la sensibile diminuzione dell’attrito fra India e Pakistan negli ultimi mesi, l’aumentata attività diplomatica pakistana a favore della cessazione delle ostilità nel Golfo e l’apertura di canali ufficiosi di soluzione della crisi turco-israeliana.

Come nelle favole, l’unione fa la forza

La Turchia ha contribuito con la minaccia di uno degli eserciti più grandi e organizzati del mondo, l’Arabia saudita con le sue ingenti risorse finanziarie e capacità tecnologiche, il Pakistan con la deterrenza nucleare.

Nel teatro strategico attuale, l’alleanza segnalerebbe inoltre il rinnovato “slancio verso est” del regime turco e, viceversa, l’apertura verso il Golfo persico del Pakistan, stato nucleare come si è detto, ma poverissimo. Nel caso dell’Arabia Saudita, è un nuovo, più deciso tentativo di affermare l’autonomia dalla sciagurata politica mediorientale dell’amministrazione Trump, o almeno di alzare la posta della partecipazione.

È possibile prevedere il successo nel tempo dell’accordo?

Qui va detto che la storia di simili accordi mediorientali multilaterali, che cercano di trasformare una convergenza strategica contingente in un obbligo di sicurezza collettiva, indica che questi vanno in crisi quando gli interessi concreti e particolari degli stati firmatari divergono.

Per esempio come nel caso degli accordi panarabi di sicurezza, come il CENTO, Central Treaty Organisation o Patto di Baghdad, nato nel 1955 e morto nel 1979 con la rivoluzione islamica iraniana.

Altro esempio il caso degli accordi panislamici, più longevi quando gli impegni reciproci erano più generici: la storia dell’OIC, l’Organizzazione per la Conferenza islamica, nata nel 1969 ed entrata in crisi nel 1980 con la guerra Iran-Iraq, indica però che anche in questo caso l’incompatibilità degli interessi decide del destino dell’alleanza.

Infine cosa significa questo accordo per Israele?

Se si pensa a Gaza, la Turchia sostiene apertamente Hamas che i sauditi avversano, mentre il Pakistan si propone come corpo di pace. Rispetto a Israele, la Turchia rispetta di fatto una pace armata e l’Arabia saudita mantiene relazioni non ufficiali e una prospettiva di accordo, mentre il Pakistan continua a giocare la carta del rifiuto.

Come altre alleanze regionali che lo hanno preceduto, il Patto della Mecca sarà alla fine giudicato non dalle formule di solidarietà e dalle intenzioni espresse, ma da quello che i contraenti saranno disposti a rischiare gli uni per gli altri…
poco allo stato attuale.