dalla Newsletter n°12 – Maggio 2025
Fernando Liuzzi
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Amin al-Husseini, chi era costui? Storici di professione a parte, anche chi, per un suo interesse di natura politica o culturale, si è trovato a leggere qualcosa sulla storia del Medio Oriente nella prima metà del secolo scorso, sa la risposta: era il Gran Muftì di Gerusalemme.
Ma non crediamo di esagerare se ipotizziamo che, almeno in Italia, la sua non sia una figura notissima. Soprattutto, crediamo che non sia particolarmente nota fra molti di quelli che sono persuasi di avere le idee abbastanza chiare sulle origini del conflitto arabo-ebraico su Gerusalemme e dintorni.
E sì che, un tempo, proprio nel nostro Paese Amin al-Husseini si conquistò una certa notorietà.
Ad esempio, nel 1940, l’allora ministro degli Esteri dell’Italia fascista, Galeazzo Ciano, si vantò dell’appoggio offerto dal Regime al Mufti per la sua lotta contro gli inglesi. Mentre nel 1941, quando al-Husseini arrivò a Roma, reduce dalla fallita rivolta antibritannica e filonazista in Iraq, Mussolini lo accolse con tutti gli onori e gli offrì ospitalità nella Città Eterna.
È dunque ampiamente meritoria, non foss’altro sotto il profilo divulgativo, un’iniziativa come la mostra dedicata proprio alla figura del Gran Muftì – curata dagli storici Francesca Sofia e Claudio Vercelli – che è stata ospitata dal Museo ebraico di Bologna a partire dal 27 gennaio di quest’anno. Titolo: “Oltre i confini del Reich”. Sottotitolo: “L’ombra del nazismo e i fantasmi dell’antisemitismo nel Medio Oriente”.
Stiamo parlando di una mostra fatta di pannelli che esibiscono ingrandimenti di foto d’epoca, ricche d’atmosfera, ma anche capaci di portare sotto i nostri occhi immagini dimenticate o quasi sconosciute, come quella dell’incontro fra il Muftì e Hitler, avvenuto a Berlino alla fine del 1941. Fotografie corredate, peraltro, da ampie didascalie, attraverso le quali si snoda una vera e propria lezione di storia.
Amin al-Husseini, nato nella Gerusalemme ottomana nel 1895 (o, secondo altre versioni, nel 1897), apparteneva a una delle più importanti famiglie del notabilato arabo locale. Studiò infatti, oltre che nella stessa Gerusalemme, al Cairo e a Istanbul, anche se senza conseguire particolari successi accademici.
Il suo esordio pubblico risale al 1920, quando fu uno degli oratori che, in occasione della festa gerosolimitana di Nabi Musa (il profeta Mosè), arringarono la folla di fedeli mussulmani. I quali, poi, diedero l’assalto all’antico quartiere ebraico, lasciando sul terreno cinque morti e decine di feriti.
Ciò nonostante, l’anno dopo, quando al Regno Unito era stato ormai assegnato dalla Società delle Nazioni il cosiddetto Mandato sulla Palestina, le autorità mandatarie (ovvero britanniche) si impegnarono per far nominare Amin al-Husseini Muftì di Gerusalemme. Confidando, forse, che questo incarico, di carattere giuridico-religioso, non avrebbe assunto una valenza politica.
In realtà, come ha ricordato Luca Alessandrini, in una conferenza tenuta al museo bolognese l’11 marzo scorso, Amin al-Husseini, fu allievo di Rashid Rida, nonché aderente fin dall’inizio al movimento dei Fratelli Mussulmani, nato in Egitto nel 1928. Il Muftì elaborò quindi un orientamento più incline al panislamismo che non al panarabismo. Un panislamismo antigiudaico, volto a preservare la città santa di Gerusalemme dalle mire dell’incipiente movimento sionista, nonché antibritannico, nella misura in cui vedeva negli inglesi i protettori dell’immigrazione ebraica, secondo quanto già previsto dalla cosiddetta Dichiarazione Balfour.
Nel 1936, Amin al-Husseini, divenuto nel frattempo Gran Muftì, capeggiò la rivolta antibritannica, il cui scopo era quello di bloccare l’immigrazione sionista. Nel 1937, dovette quindi fuggire, prima in Libano e poi in Iraq. Nel 1939, però, la potenza mandataria annunciò, col suo famoso Libro Bianco, una nuova politica basata su una forte limitazione dell’immigrazione ebraica e su nette limitazioni alla possibilità degli immigrati di acquistare terre da proprietari arabi.
Insomma, era come se il Gran Muftì avesse vinto. Ma ecco che, nel 1941, benedice il colpo di Stato antibritannico promosso, in Iraq, dagli ufficiali del cosiddetto Quadrato d’Oro e capeggiato da Rashid Ali al-Kaylani (o Gilani).
In pochi mesi, i britannici riprendono possesso dell’Iraq. Gli italiani forniscono al Gran Muftì documenti falsi, intestati a tal Giuseppe Rossi, grazie ai quali riesce a partire dall’Iran alla volta dell’Italia.
Dopo essere stato ricevuto da Mussolini, Amin al-Husseini va a trovare Hitler a Berlino. Ed è in questi mesi che nasce la grande idea. In Iugoslavia, la guerra mondiale si è venuta trasformando in guerra civile. I Serbi si schierano con gli Alleati, i Croati con l’Asse nazi-fascista. E in Bosnia anche i bosgnacchi mussulmani sono avversi ai Serbi. Ecco l’idea: organizzare dei reparti di Waffen SS, ovvero di SS “combattenti”, formati da giovani bosgnacchi mussulmani.
L’idea viene realizzata. Quando non sono in combattimento, le SS bosniache avranno come copricapo un fez, secondo l’uso turco. Potranno pregare varie volte al giorno. E avranno cibo contemplato dalle regole alimentari islamiche.
Il fatto è che, ormai, il pensiero di al-Husseini si è fatto sempre più vicino al nazifascismo, mentre, come ha affermato ancora Alessandrini, nell’occasione sopra ricordata, il suo antigiudaismo diventa antisemitismo a tutto tondo. La sua ostilità verso i sionisti diventa un tutt’uno con l’ostilità verso i bolscevichi. E così ben due divisioni di Waffen SS, costituite da fedeli mussulmani, vengono addestrate, organizzate e mandate al fronte dai nazisti. Pronte a combattere contro i partigiani titini.

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