dalla Newsletter n°14 – Luglio 2025

Daniela Gean è presidente della
Comunità ebraica progressiva di Roma “Beth Hillel ”
ed è vicepresidente della FIEP
la Federazione Italiana Ebraismo Progressivo
Come si manifesta, soprattutto, per tutti quegli ebrei che – pur non essendo osservanti in senso religioso – sentono questa appartenenza come qualcosa di profondo, strutturale, costitutivo della propria identità?
In due parole – restando in zona sinistra – come si risolve l’annosa questione morettiana: siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali, ma siamo diversi…?
E ancora: l’unità del mondo ebraico è un monolite oppure c’è spazio per un pluralismo autentico, vivo, complesso, senza che ogni deviazione venga letta come minaccia? Possiamo davvero permetterci, oggi, di continuare a dividerci sulla definizione stessa di “chi è ebreo”, senza perdere di vista il valore dell’inclusione? O dobbiamo rassegnarci a un’identità sempre più blindata, ortodossa, protettiva, quasi in difesa permanente?
In che rapporto convivono la nostra specificità ebraica che ci trascina sempre nel nostro particolare e la nostra adesione ai grandi principi universali di fratellanza, uguaglianza, giustizia (siamo uguali, ma siamo diversi, ma siamo uguali, ma siamo diversi)?
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Il 29 giugno scorso, a Firenze, si sono incontrate diverse anime dell’ebraismo italiano per discutere, con sorprendente franchezza e apertura, proprio di questi temi. Temi che — non da ieri — agitano il pensiero ebraico occidentale. Temi che toccano il cuore stesso della nostra presenza nel mondo contemporaneo: il rapporto tra appartenenza e differenza, tra tradizione e innovazione, tra radicamento e libertà.
L’incontro, volutamente informale e privo di etichette istituzionali, si è svolto in un clima di ascolto e confronto reale. Alla base, un manifesto chiaro: nessuna agenda politica, nessuna affiliazione partigiana, solo il desiderio sincero di discutere, riflettere e, perché no, praticare un po’ di sana autoanalisi comunitaria. Un modo per guardarsi allo specchio senza filtri e senza autoassoluzioni.
Fondamentale, in questo senso, è stata l’apertura generosa della Comunità Ebraica di Firenze, nella persona del suo presidente Enrico Fink, che ha accolto con calore l’iniziativa, mettendo a disposizione una sede istituzionale ma non per questo ingessata. Un gesto importante, che ha dato il tono a tutta la giornata: un invito al dialogo, non al giudizio.
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Pur nella varietà di posizioni, alcune parole chiave sono emerse con forza e chiarezza. Prima fra tutte: pluralismo. Pluralismo come diritto, come ricchezza e non come minaccia. La possibilità di esprimere opinioni minoritarie, eterodosse, magari anche provocatorie – ma sempre dentro uno spazio condiviso – senza per questo sentirsi messi all’indice o esclusi dal “noi”. Perché l’identità ebraica, se vuole essere viva, deve accettare di essere anche contraddittoria, attraversata da tensioni, domande, dubbi. E smettere di cercare una purezza impossibile.
Anzi, voglio osare di più: più l’identità ebraica perde quel suo carattere squisitamente contraddittorio, quella sua nota agrodolce irrazionale e passionale trasformandosi in certezza monolitica e assoluta più l’ebraismo rischia di cambiare natura e trasformarsi in religione senza dogmi, ma identità assoluta.
Altro tema centrale: il rapporto con Israele. Quell’entità tanto amata quanto problematica, il cui destino ci riguarda profondamente. Un legame forte, quasi viscerale, che però per molti si sta trasformando in una relazione difficile, ambivalente, carica di domande. Perché Israele, per alcuni, è diventato qualcosa di più (e di meno) di uno Stato: un simbolo, un’icona, in certi casi quasi un oggetto di culto. Il sionismo, nato come movimento politico nazionale, laico e aperto, sembra per molti essersi irrigidito in una “religione civile” fatta di ortodossie implicite e tabù invalicabili.
E guai a sollevare critiche: non c’è scomunica formale, certo, ma spesso l’effetto è sorprendentemente simile. Chi solleva dubbi sull’attuale governo israeliano, o sul modo in cui il sionismo si traduce oggi in pratica politica, rischia di essere immediatamente sospettato di tradimento. Come se amare Israele non potesse comprendere anche il diritto -e il dovere- di criticarla.
In questo senso, l’idea forse più condivisa dell’incontro è stata proprio questa: amare non significa idolatrare. Israele non può diventare il nuovo vitello d’oro. E la fedeltà alla propria identità ebraica non può essere condizionata da un consenso obbligato verso ogni scelta del governo israeliano. È possibile – ed è necessario – coniugare affetto, sostegno e senso critico.
Alla giornata fiorentina hanno partecipato realtà molto diverse: rabbini ortodossi, leaders progressivi, esponenti delle comunità, attivisti della LEA (Lega Ebraica Antirazzismo), giornalisti, militanti, e anche semplici ebrei desiderosi di prendere la parola. Di farsi ascoltare e, forse per la prima volta, ascoltare sé stessi in uno spazio senza censura o timori. Tante storie, tante sensibilità, e – va detto – anche qualche nevrosi: come è giusto che sia in ogni famiglia ebraica che si rispetti.
Nessuno ha preteso di arrivare a una sintesi. Non c’era una linea da votare, nessuna mozione finale da approvare. E forse proprio per questo, si è potuto parlare davvero.
La giornata non ha risolto nulla, e non voleva farlo. Ma ha fatto qualcosa di più importante: ha riaperto uno spazio, ha rimesso in moto il pensiero, ha mostrato che l’identità ebraica non è una formula chiusa, ma un processo vivo e dinamico. Che la diversità non è un problema, ma una risorsa. E che parlare -insieme – è ancora possibile. E che, per tornare a Moretti, le parole sono importanti.

