dalla Newsletter n°14 – Luglio 2025
Massimiliano Boni
Wlodek, ci ritroviamo a parlare a quasi due anni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre e della guerra che ne è scaturita.
Innanzitutto, come vivi un periodo così lungo di conflitto per Israele?
Lasciami dire innanzitutto che non sono né uno storico né un filosofo. Sono un cantastorie, al massimo mi piace ragionare per metafore raccontare quello che vedo. Dunque posso darti solo risposte frammentarie, in cui le domande e i dubbi rimangono spesso insoluti. Quanto a questa guerra, trovo imbarazzante e forse inappropriato raccontare le mie sensazioni personali di fronte alle dimensioni di una catastrofe che tocca gli altri. Stiamo parlando di qualcosa di inedito e inimmaginabile, come segnalavi. Io credo che in Israele le posizioni siano molto più articolate di quanto traspaia leggendo i giornali o sui media, che pure se ne occupano molto, e in genere anche abbastanza bene. A me pare che la società israeliana sia molto più polarizzata di come noi riusciamo a percepirla. Basta leggere i giornali israeliani o ascoltare la radio pubblica: ogni mattina emergono molte posizioni critiche espresse con parole durissime nei confronti di Netanyahu e del suo governo. Israele oggi è un Paese in cui ogni giorno una larga parte dell’opinione pubblica si chiede pubblicamente che senso ha proseguire questa guerra a Gaza, e si chiede con angoscia come fermare i coloni estremisti e messianici in Cisgiordania.
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Credi che questo conflitto così prolungato possa alla lunga avere effetti anche sull’impianto costituzionale e democratico di Israele?
Il governo Netanyahu dà la sensazione di voler provare una simile soluzione. Anche se in realtà nessuno può dire quale sarà l’esito finale. Anche l’opposizione, che esiste e protesta, in questo momento non riesce ad esprimere una leadership che possa unirla, anche con un programma minimo: caduta del governo e fine di questa guerra. Per il resto, non posso dire quali potranno essere gli effetti di questi due anni su Israele. Dovranno essere gli israeliani innanzitutto ad affrontare gli effetti – temo devastanti – del conflitto. Certo qualcosa dovrà accadere, non si potranno archiviare questi anni come se fossero una parentesi. Spero che la società avrà la forza di far fronte a domande non facili che dovrà porsi.
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E per quanto riguarda noi italiani?
Ti sembra che questa guerra, come quella in Ucraina, abbia modificato la percezione del conflitto?
E come?
È sempre difficile giudicare l’opinione pubblica in tempi di crisi e guerre, cioè in tempi in cui gli umori e le percezioni cambiano velocemente. Mi sembra evidente che viviamo in una situazione di profondo disorientamento, per la quale neppure io ho risposte. Percepisco molta angoscia e preoccupazione, entrambe comprensibili. Non dobbiamo poi sottovalutare l’influenza sull’opinione pubblica dei social media, il modo con cui informano e danno a chiunque la possibilità di intervenire su qualsiasi argomento, ottenendo grande eco. È un dato evidenziato da molti che l’utilizzo dei social tende ad appiattire le opinioni, a prescindere dalle bibliografie e biografie. Naturalmente credo che ciascuno sia libero di esprimere la propria posizione, più o meno legittima. Quello che dico è che questo modo di comunicare mi provoca inquietudine, perché favorisce un modo anonimo di esprimersi. Si tratta di un cambiamento radicale, perché fin dai tempi di Atene eravamo abituati all’idea che chi parlasse in pubblico si assumesse una responsabilità, cosa che oggi non sempre avviene.
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Vorrei chiederti anche come secondo te l’opinione pubblica italiana guardi a Israele oggi.
Il pericolo di confondere i governi con i popoli governati c’è sempre stato, così come quello di confondere ebrei e israeliani. Però, anche qui, credo che la sfida sia affrontare questi rischi in modo laico, da parte innanzitutto degli ebrei. Intendo che dobbiamo combattere i pregiudizi senza cercare analogie con il passato, ma spiegare sempre, ad esempio, che in Israele c’è una gran parte dell’opinione pubblica ostile al governo, che vuole la fine della guerra e il ritorno a casa degli ostaggi. Le guerre, in genere, finiscono quando le opinioni pubbliche esprimono la loro forte contrarietà ad esse; però a volte ci vuole tempo perché la maggior parte dell’opinione pubblica maturi questa consapevolezza.
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Temi l’antisemitismo?
No, non lo temo. Non so se gli allarmi su un aumento dell’antisemitismo siano fondati o sovrastimati, in fondo l’antisemitismo è un fenomeno sempre esistito, ha attraversato tutta la storia dell’Occidente. Credo che il nostro compito sia quello di affrontarlo laicamente, cioè spiegando gli errori, battendoci per la democrazia e per i diritti dei cittadini, i diritti di tutti, non solo i nostri. Oggi siamo chiamati a questo compito: con pazienza, senza concedere nulla, dobbiamo batterci per la democrazia, senza panico e senza cercare facili paragoni con il passato. Di fronte all’antisemitismo occorre essere vigili e attenti.
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In questo numero ricordiamo la figura di Alex Langer, che pure tu hai conosciuto.
Quale dovrebbe essere, secondo te, il ruolo degli intellettuali davanti ai conflitti?
Posso dire che Alex era capace di schierarsi dalla parte giusta, ma era lo stesso tempo capace di stare dentro la contraddizione. Quello che oggi non si capisce, per le ragioni che ho provato a spiegare, è questa contraddizione: oggi tutti ti chiedono di schierarti, senza comprendere. Al contrario la realtà non può essere letta con categorie astratte, assolute. La realtà della vita è sempre più complessa delle categorie che possiamo costruire. Io credo che occorra partire da qui, dalla complessità della vita, pur avendo come base di giudizio la legge morale di cui parlava Kant. Alex era così. Cresciuto in Alto Adige, sede di conflitti – non etnici, come si dice superficialmente, ma di potere – si è sempre interessato di questioni internazionali, anche del Medio Oriente. Per lui era chiaro questo: si può tradire senza diventare dei transfughi. Significa che a un certo punto occorre sforzarsi di capire anche le ragioni dell’altro, che l’altro ha una sua narrazione dei fatti e merita ascolto e rispetto. Che oltre le categorie che ci diamo esistono la realtà, le biografie delle singole persone, e che anche la giustizia non può essere assoluta, ma deve tener conto delle persone e della loro vita. Io ho compreso questo di Alex. E se forse oggi lo ricordo così, anche se magari il ricordo non è del tutto fedele, questo è il ricordo che mi resta per l’affetto che ho provato e provo per Alex.

