dalla Newsletter n°14 – Luglio 2025
Intervista di Massimiliano Boni
Gad, chi era Alex Langer?
Alex era uno che per via della nascita in un luogo di confine – Vipiteno/Sterzing – aveva imparato l’importanza di portare rispetto a chi abitava nei luoghi, non solo geografici, di confine. Il rispetto lo si vedeva, ad esempio, nell’importanza del bilinguismo: utilizzava sempre il doppio nome per indicare i luoghi della sua terra; a me ricordava sempre che bisognava dire Alto Adige/Südtirol; probabilmente applicava questo criterio anche a Israele e Palestina.
Voglio dire che vivere in una terra di confine gli aveva fatto sviluppare una profonda sensibilità per il rispetto della convivenza. Rispetto che mantenne sempre, anche quando le normative statali in vigore tendevano a separare le persone in gabbie etniche; “gabbia” era una parola che utilizzava moltissimo. Nei primi tempi della nostra conoscenza, capitò che mi portò in Val Passiria, sulla tomba di Andreas Hofer, l’eroe dei separatisti sudtirolesi, un contadino che combatté contro le truppe napoleoniche, un reazionario, verso il quale tuttavia Langer provava rispetto, perché riconosceva il legame con la sua terra il desiderio di proteggerla. In consiglio comunale a Bolzano, dove fu eletto, Langer si trovò in compagnia di Eva Klotz, autonomista. Pur avendo una visione politica opposta, riuscì a instaurare rapporti personali improntati al rispetto reciproco.
Alex era così: comprendeva che anche negli elementi a lui più lontani c’era un bisogno di identità che andava rispettato. Da questo suo insegnamento credo che nacque, anni dopo, il mio interessamento per la nascita di quel movimento chiamato Lega, che provai ad indagare senza pregiudizi.
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Quali erano le sue origini familiari?
Era figlio della farmacista del paese e di un medico di origine austriaca, che dalla sua terra era fuggito perché ebreo. Io l’ho conosciuto dopo che si era consolidata la sua formazione culturale, nei primi anni 70. Alex aveva una formazione cattolica e di sinistra. Lo conobbi quando entrai in Lotta continua, nei primi anni 70. Ci siamo conosciuti nel 1973, e anche in quella occasione fu incuriosito subito dal mio nome, dal sapere che ero apolide, che ero nato a Beirut e che avevo molti parenti in Israele e che parlavo l’ebraico.
E a Lotta Continua?
Si occupava della situazione internazionale e credo che in questo abbiano contribuito le sue radici familiari che hanno alimentato una forte curiosità verso il mondo. Sceso a Roma, lavorava in un liceo di periferia, sperimentando situazioni di forte disagio sociale, e instaurando significativi rapporti con i ragazzi. Questo è stato un tratto caratteristico di Alex: voleva sempre essere in mezzo alla società di cui parlava.
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Uomo di confine, europeo, padre ebreo, altoatesino, di sinistra, ecologista. Perché ricordare chi è dalla parte delle minoranze?
Ti rispondo con questa annotazione: il primo giornale messo su da Alex, ancora studente a Bolzano, si chiamava “il ponte”. Ecco, l’idea del ponte era quella che descriveva il pensiero di Alex, contro le gabbie etniche. A lui piaceva stare nelle relazioni e crearne di nuove, era attratto dalle persone che parlavano lingue diverse, sosteneva la necessità di una convivenza pacifica tra diversi. Questa convivenza in fondo la incarnava; pur mantenendo sempre un forte accento tedesco, Alex parlava un italiano raffinatissimo, erudito, coltivato negli anni universitari a Firenze, dove aveva incontrato Valeria, la donna della sua vita che poi aveva sposato. Delle lingue vantava una conoscenza profonda, che sviluppava nella capacità di traduzione in cui spiccava. Un aneddoto: una volta che viaggiavamo insieme per l’Europa, nella aula magna dell’università di Amburgo, riuscì a fare la traduzione consecutiva di Dario Fo che recitava “Mistero buffo”.
Parliamo della sua coscienza ecologista.
È stato uno dei precursori più consapevoli della necessità di una conversione ecologica della politica, prendendosi cura dello stato di salute del pianeta e del rapporto tra uomo e creato, sostenuta fin dagli anni 80, quando i movimenti pacifisti erano perlopiù occupati a protestare contro gli euromissili in Sicilia. Ricordo un viaggio con lui a Washington, in uno dei primi contro vertici che si opponevano agli incontri ufficiali della Banca Mondiale. In molti hanno riconosciuto il suo pensiero in alcuni passaggi dell’enciclica Laudato sii di Papa Francesco. Un altro viaggio indimenticabile che devo ad Alex fu quello che mi invitò a fare in Brasile, per raccontare l’ambiente in cui era vissuto, aveva combattuto e infine era stato ucciso Chico Mendes, il contadino a tutela della foresta amazzonica.
Come interpretava il conflitto mediorientale?
A dire la verità non ebbe mai occasione di seguirlo da vicino, e forse fu per questo che preferì inviare me in quella terra. A Lotta continua mi spronò a partire in Medio Oriente, per intessere relazione fra noi e i movimenti dissidenti di quella zona. Tra il 1973 e il 1975, grazie ad Alex, ho compiuto diversi viaggi. Ricordo in particolare le relazioni intessute con le “pantere nere israeliane”, che a quel tempo lottavano contro l’establishment Ashkenazita che governava il paese. Nate a Gerusalemme, sul modello americano, si erano diffuse poi ad Ashkelon, Ashdod, Beersheva, fino ad arrivare ad eleggere un deputato in Parlamento. Stabilimmo così un buon rapporto, che sfociò in un incontro che organizzammo a Roma tra loro e alcuni esponenti del fronte democratico per la liberazione della Palestina. Del resto, erano quelli tempi in cui era possibile far incontrare in Europa rappresentanti dei movimenti israeliani di sinistra con rappresentanti dell’Olp di Arafat. Quando organizzammo un incontro fra israeliani e palestinesi a Roma, quando le due delegazioni si abbracciarono, Alex ed io non potemmo trattenere le lacrime, per la consapevolezza di essere stati fautori di un momento importante. Un’altra iniziativa che avviai grazie ad Alex Langer fu visitare le città palestinesi della Cisgiordania: Nablus, Jenin, Hebron, Ramallah. A quel tempo tali municipalità erano guidate da personalità ben radicate sul territorio, legate alla resistenza palestinese in modo dichiarato, subendo per questo anche ritorsioni da parte israeliana. Ricordo che era una dirigenza laica, che non faceva nessun richiamo alla fede islamica o alle teorie fondamentaliste che poi prevalsero.
Secondo te le sue origini ebraiche in qualche modo hanno contribuito alla sua formazione?
Credo che l’ebraismo in lui fosse una presenza costante, della quale parlava normalmente. Conosceva la Bibbia e ne aveva fatta un’esperienza di lettura arrivata in profondità. Se però dovessi dire quali sono stati i suoi tre maestri, prima del 68, indicherei senz’altro Giorgio la Pira, suo professore a Firenze, don Lorenzo Milani e padre Balducci. Di Milani, in particolare, va ricordato che quando uscì il suo libro, la lettera a una professoressa, Langer lo tradusse in tedesco.
Langer s’impegnò molto anche in Europa, quando scoppiò la guerra nei Balcani.
Era a quel tempo già stato eletto europarlamentare, per i Verdi, e anche in quell’occasione si caratterizzò per una capacità di intuire dinamiche che oggi si manifestano drammaticamente concrete. Pur rimanendo fortemente pacifista, sostenne infatti, davanti all’assedio di Sarajevo e alle violenze subite dai musulmani bosniaci, che la comunità internazionale doveva dotarsi di strumenti di pressione. Teorizzò così lo strumento dell’intervento umanitario anche armato, una posizione che produsse grande fermento nel mondo pacifista. Anche qui voglio ricordare un aneddoto: nel 1992, grazie alla sollecitazione di Alex, Wlodek Goldkorn convinse Marek Edelmann, il vicecomandante dei partigiani che animarono la rivolta del ghetto di Varsavia, loro unico sopravvissuto, a venire a Sarajevo. La guerra nei Balcani è l’esperienza più amara di Alex, per lui che si era sempre battuto per una convivenza pacifica fra comunità diverse. E ricordo anche la sua difficoltà a spiegare ai suoi compagni che in quella guerra c’erano degli aggressori e degli aggrediti.
A tuo avviso fu il dramma di quella guerra ha spingerlo a togliersi la vita?
Alex si suicidò pochi giorni prima del massacro di Srebrenica, dove 8000 maschi furono uccisi in quanto musulmani. La guerra nei Balcani fu l’evento che lo toccò più drammaticamente. In Europa era tornata una guerra etnica, e questo lo precipitò nell’angoscia più assoluta. Quest’estate ricorrerà anche quell’anniversario, e vorrò vedere come l’Europa lo ricorderà e, se mi permetti, come lo ricorderanno le comunità ebraiche italiane, semmai lo faranno, come credo si debba fare, perché a Srebrenica abbiamo assistito a una pulizia etnica e a un odio che hanno colpito una minoranza religiosa; un tema, come mi sembra evidente che non dovrebbe lasciare indifferenti gli ebrei italiani.
Se dovessi descrivere con un’ultima immagine Alex Langer quale utilizzeresti?
Era un uomo che definirei trafelato. Vedi, si era imposto uno stile di vita molto povero. Quando tornò a Bolzano per candidarsi al consiglio comunale, quasi scusandosi mi presentò sua madre e la casa in cui abitavano i suoi genitori, una casa molto bella, che però metteva Alex in imbarazzo. Langer, infatti, si era sempre sentito un privilegiato, anche per i ruoli pubblici che, pur non avendoli mai ricercati, aveva finito per esercitare. E dunque la sua vita era caratterizzata da un continuo prodigarsi per il prossimo. Era disposto anche a perdere l’ultimo treno che l’avrebbe riportato a casa se c’era da rispondere a un’ultima domanda negli incontri pubblici in cui era chiamato. Per questo, la sua vita alla fine era diventata faticosissima, accompagnata sempre dall’ansia di non aver risposto a quell’ultima domanda. Aveva una fittissima trama di relazioni che, nel tempo precedente all’epoca dei social, intesseva attraverso bigliettini di carta. Alex era una persona che si faceva sempre carico dei bisogni degli altri, e una vita così, alla lunga, diventa schiacciante.
Qual è l’insegnamento che ti porti più dietro di Alex Langer?
Con una battuta, ti direi l’elogio del tradimento. Da lui ho imparato che a volte è necessario tradire la propria comunità per sviluppare il senso dell’autocritica. Tradire non significa però abbandonare. La propria comunità e le proprie radici non vanno rigettate, semmai occorre vivere le aporie, comprendere i pregiudizi. Considero Alex Langer uno dei miei maestri, e nonostante siano trascorsi trent’anni, avverto ancora la sua mancanza.

