dalla Newsletter n°21 – Febbraio 2026
– Gabriele Eschenazi
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Quando nell’autunno 2025 Canada e Australia e alcuni Paesi europei decisero di riconoscere lo Stato di Palestina, Benjamin Netanyahu stizzito rispose che mai sarebbe nato uno Stato palestinese e che il suo governo avrebbe allargato la colonizzazione dei territori occupati. Alcuni mesi dopo il primo ministro sta mantenendo la promessa.
Quando nell’autunno 2025 Canada e Australia e alcuni Paesi europei decisero di riconoscere lo Stato di Palestina, Benjamin Netanyahu stizzito rispose che mai sarebbe nato uno Stato palestinese e che il suo governo avrebbe allargato la colonizzazione dei territori occupati. Alcuni mesi dopo il primo ministro sta mantenendo la promessa.
Il suo gabinetto politico e militare ha varato alcuni provvedimenti amministrativi che renderanno più facile appropriarsi di terreni e costruire unità abitative. È stata annullata la legge giordana che vieta la vendita di terre a cittadini non arabi; è stata rimossa la segretezza sui registri fondiari; a Hebron e a Betlemme (sito della tomba di Rachel) i palestinesi sono stati privati delle loro competenze amministrative.
Al momento si tratta solo di dichiarazioni, viziate da intenti elettorali, ma potrebbero tramutarsi in realtà sul terreno e senza alcun bisogno di un passaggio parlamentare. Il motivo è che si tratta di provvedimenti amministrativi in un territorio soggetto a occupazione e dove governa l’Autorità Civile Israeliana.
Ma non si può dimenticare che in Cisgiordania sono in vigore gli Accordi di Oslo e che per Hebron è in vigore un accordo specifico sottoscritto da Netanyahu stesso.
Di fatto con questi provvedimenti, apparentemente burocratici, Israele fa carta straccia di questi accordi internazionali garantiti in primis dagli USA.
Al primo ministro da sempre poco importa rispettare la parola data, orale o scritta che sia, se ha delle sue convenienze politiche da soddisfare. E in questo caso oltre a provocare il mondo che riconosce lo stato palestinese, ha la necessità di dare qualcosa in pasto alla sua base estremista nazionalista e messianica.
Non ha portato la “vittoria totale”, Hamas è ancora a Gaza, che non è stata smilitarizzata, 41 ostaggi che potevano essere liberati vivi sono tornati in una bara causa l’insensato attacco a Rafah, e al suo alleato fanatico Smotrich non ha potuto dare la possibilità di riportare qualche insediamento posticcio a Gaza e men che meno l’arruolamento degli ortodossi.
Gli è rimasta la Cisgiordania, dove per ora Trump interviene blandamente. E quello è il territorio dell’ANP, alla quale lui ha sempre preferito Hamas.
Si tratta di una scelta molto nefasta per Israele non solo sul piano internazionale, ma anche sul piano interno.
Più insediamenti, magari popolati da sparute famiglie, richiedono più protezione militare, più risorse economiche. L’esercito, però, è a corto di soldati visto che gli ortodossi non si arruolano e servirebbero piuttosto finanziamenti per ricostruire i villaggi distrutti il 7 Ottobre e magari rilanciare le aree del Nord rimaste tutt’ora spopolate e depresse dopo la guerra contro Hezbollah e l’Iran.
A tutto questo bisogna aggiungere i dati che diffonde Shaul Arieli, ricercatore sul conflitto israelo-palestinese e opinionista di Canale 13. Secondo Arieli nelle dichiarazioni e nelle decisioni di Smotrich non c’è sostanza.
I palestinesi continuano a rappresentare l’85% della popolazione della Cisgiordania, il saldo migratorio degli israeliani nell’ultimo anno è negativo: sono più quelli che se ne vanno che non quelli che arrivano. Diverse nuove colonie proclamate non sono altro che quartieri di insediamenti preesistenti. In più la maggior parte degli ebrei vive nei pressi della Linea Verde.
Sono decenni che Peace Now e altri partiti di sinistra spiegano agli israeliani che i loro soldi vanno ad alimentare un progetto folle, ma come già successo purtroppo per Gaza sembra che nessuno ne voglia prendere atto.
Non sarà questo il tema delle prossime elezioni, ma un governo meno fanatico e ideologico potrà forse ripensare a questa politica fallimentare e distruttiva per lo Stato ebraico e il suo futuro.
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