Newsletter n.25 di Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati (Giugno 2026)

SxI Newsletter 25 - 2026 GIUGNO COVER

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    Cosa trattiamo in questo numero
    Victor Magiar

Prima pagina

    Una vicenda locale, un valore universale
    Aurelio Mancuso

    Una tela troppo fragile
    Piero Fassino

In Medio Oriente

    A bad morning for Israel
    Yair Golan

    Perché è una disfatta americana, punto per punto
    Janiki Cingoli

    La Francia non deve scegliere tra sostenere lo Stato palestinese e sostenere la democrazia palestinese
    Samer Sinijlawi

    Tel Aviv ha un nuovo vicesindaco: arabo e “comunista”
    Victor Magiar

    Il 20 giugno 1967. La cassa dei miracoli
    Hamos Guetta

Voci a Sinistra

    I Grüne Jugend Österreich si mobilitano contro l’antisemitismo
    Intervista a Philipp Kothe speaker dei Giovani Verdi Austriaci

    Marco Pierini

    Sconfiggere Netanyahu, i pregiudizi e la nostra sfiducia
    Anna Segre

    Cos’è (davvero) il pensiero woke?
    Alessio Aringoli

    Livia Ottolenghi (Ucei): legge di contrasto attesa e necessaria
    Adam Smulevich

    Israele, Stato necessario? Una lettura del libro di Carlo Panella
    Emanuele Fiano

Letture e Riletture

    Tra fede o politica: l’Islam in Italia
    Saul Meghnagi

Rassegna stampa

Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
    Simone Santucci

Redazione

Contatti

 *1*

Victor Magiar

Apriamo questo numero parlando del ritorno della “politica”.

Nel mese di giugno in molti Paesi occidentali si sono tenute le consuete Pride Parade.

Anche in Israele, unico fra i Paesi del Medio Oriente, si sono svolte diverse le celebrazioni lungo il mese di giugno. A Tel Aviv la Pride Week (7 – 13 giugno) è stata segnata dal Parade di venerdì 12 giugno: oltre 100.000 persone lungo l’iconico lungomare all’insegna di uno slogan molto eloquente: “Marcia in nome dell’uguaglianza, dell’unità e della democrazia”.

In Italia le cose sono andate diversamente perchè da qualche anno alcuni, animati da un intollerante delirio ideologico, hanno pensato bene di decidere per tutti chi avrebbe il diritto e chi no di esprimere le proprie opinioni.

Però qualcosa è successo: a Roma è tornata la “politica”,
con una Amministrazione locale che ha deciso di non abdicare e di governare. 
Lo racconta  

  1. un reportage con una riflessione di Aurelio Mancuso, già presidente nazionale di Arcigay.

Affrontiamo poi le vicende mediorientali ragionando, da diverse prospettive, dello stravagante
Memorandum of understanding (l’hanno chiamato così perché si tratta di un documento “non vincolante”)
siglato da Iran e USA e lo facciamo con tre articoli:

  1. una riflessione politica di Piero Fassino
  2. un’analisi “tecnica” di Janiki Cingoli
  3. un commento tranchant di Yair Golan, il segretario dei Democratici israeliani.

Altri tre articoli poi su cosa succede fra il “mondo arabo” e Israele,
o forse sarebbe meglio dire “fra arabi ed ebrei”, raccontando

  1. di Amir Badran, vicesindaco arabo di Tel Aviv
  2. dell’appello di Samer Sinijlawi, esponente di spicco del campo della pace palestinese
  3. della memoria viva dei pogrom e dell’esodo forzato degli ebrei del mondo arabo.

Diamo poi voce a chi, da Sinistra, ragiona sulle nostre società
e sulle vicende mediorientali proponendo:

  1. un’illuminante intervista al segretario dei Giovani Verdi Austriaci
  2. una riflessione sul “pensiero woke
  3. un modello di iniziativa a sostegno dell’opposizione israeliana (che la Sinistra italiana ancora non realizza)
  4. un convegno sulla necessità di una legge per il contrasto all’antisemitismo
  5. una riflessione sulle radici ideologiche e religiose dei conflitti mediorientali a partire dal nuovo libro di Carlo Panella.

Il tema delle radici ideologiche di “matrice religiosa” dei conflitti mediorientali
(arabo-ebraico, arabo-israeliano, interarabi, inter-islamici) viene affrontato nella sezione “Letture e Riletture”:

  1. Tra fede o politica: l’Islam in Italia

Partendo dal confronto di diversi testi sul crescente radicalismo islamista in occidente, si affronta la riproposizione delle catastrofiche teorie del cosiddetto “islam politico” (panislamismo), combattuto ormai da quasi tutti i regimi arabi ma che trova spazio in Iran, Turchia e qui da noi, in Europa, attraverso la riscrittura attualizzata (in versione woke!) dei testi di Sayyid Qutb.

Ne consigliamo la lettura attenta, molto attenta,
perchè ci sono libri che hanno segnato drammaticamente per secoli il destino di milioni di persone:
eggere per capire.

 

 *2*

PRIMA PAGINA

Una vicenda locale, un valore universale

Aurelio Mancuso

Mancuso Aurelio

Quali insegnamenti possiamo trarre dalla vicenda che ha portato in prima istanza all’esclusione di Keshet Italia dalla possibilità di allestire un carro per il RomaPride?

In primo luogo, che la determinazione, coniugata a capacità di interlocuzione politica, paga sempre.

Non aver voluto lasciar perdere limitandosi a bollare come discriminatorie e incomprensibili le posizioni espresse dal comitato organizzatore, dimostra che è possibile, in una situazione complessa, che coinvolge non solo il corteo romano, ma anche tutte le manifestazioni promosse o gestite dalla sinistra politica e sociale, ottenere ascolto e rispetto.

Da quasi tre anni persone e sigle ebraiche, che sia un 25 Aprile, un concerto, un Pride, un premio letterario, sono additate, espunte dai programmi, allontanate in nome dell’antisionismo, della condanna del governo israeliano, della solidarietà al popolo palestinese investito da una immane tragedia, a Gaza, ma anche in Cisgiordania.

2026 06 20 romapride BUna regia sapiente e sostenuta da un robusto consenso popolare, soprattutto a sinistra, mischia questioni differenti e non coerenti, chiamando alla responsabilità diretta tutte le persone ebree del mondo, colpevoli di essere per loro semplice esistenza corresponsabili dei crimini, perpetrati da un esecutivo israeliano composto dalla peggiore destra sovranista e messianica.

La vasta opposizione interna, le battaglie condotte in tutto l’Occidente di organizzazioni e comunità ebraiche affinché si affermi la pace, si avvii un processo di convivenza, con la nascita di due Stati democratici, liberi, rispettosi dei diritti civili, non sono in alcun modo considerate.

Le uniche proposte che emergono nel variegato arcipelago che oggi viene denominato “proPal” oscillano dalla tentazione, sintetizzata dallo slogan “Palestina libera dal fiume al mare”, (in pratica la cancellazione di Israele), alla fantasiosa costruzione di uno Stato unico palestinese israeliano, di cui non si precisano mai i contorni, le concrete possibilità di realizzazione.

È in questo ambito che la vicenda romana, ha assunto un grande valore.

2026 06 20 romapride AIl gruppo di ragazzi di Keshet Italia ha respinto la discriminazione, e si è attivato affinché si animasse una reazione, che c’è stata, chiamando in causa le responsabilità del comitato organizzatore, chiedendo al Sindaco un intervento diretto, perché il Comune di Roma non poteva patrocinare una manifestazione apertamente ostile nei confronti della presenza di cittadini ebrei romani, in ragione di un proclama ideologico, scritto senza aver voluto confronti di sorta nonostante mesi di sollecitazioni da parte dell’associazione ebraica.

Al netto delle prevedibili contestazioni da parte di gruppetti di esagitati, di qualche tensione gestita con sapienza dalla Questura, il dato politico è che si è avviato un percorso nuovo di dialogo tra il RomaPride e Keshet, che ha permesso, con tutte le cautele, al gruppo lgbtqi+ di partecipare al corteo, di veder riconosciuta la propria dignità, che porterà alla sua partecipazione a pieno titolo al comitato organizzatore.

Decisivo è stato il ruolo svolto dall’amministrazione comunale, da un Sindaco, che ha delegato alla sua capo segreteria una mediazione difficile e non molto gradita a pezzi del comitato organizzatore e dei partiti della maggioranza. Giulia Tempesta con pazienza e chiarezza ha saputo favorire un dialogo che sembrava compromesso.

Tutto bene quindi?

Non bisogna sottovalutare che quel che è accaduto a Roma è un positivo precedente, anche se, mentre scriviamo, non sappiamo cosa accadrà nei prossimi Pride previsti in altre città.

2026 06 20 romapride arci
RomaPride 2026

La strada è ancora lunga, perché l’avversione nei confronti delle persone ebree si è talmente radicata da esser diventato un tratto distintivo identitario per molti militanti delle grandi associazioni culturali, e di alcuni partiti.

L’intensità con cui è permeata l’agenda politica di tanta parte della sinistra italiana composta da iniziative di boicottaggio: dai datteri agli intellettuali israeliani.

In tutto questo gran rumore, colpisce il silenzio tombale dei gruppi dirigenti del Pd, che si fingono morti per non dover reagire a nulla. D’altronde qualcuno ha notato in questi due anni e mezzo una sola iniziativa di sostegno all’opposizione israeliana?

Una qualsivoglia presa di posizione anche a livello europeo, per promuovere le voci e le organizzazioni che dentro e fuori Israele, da tanti anni, mettono in relazione israeliani e palestinesi, agiscono concretamente per la convivenza e la pace?

Il merito dei ragazzi di Keshet, della rete che hanno saputo suscitare, è di aver dimostrato che esiste un pluralismo, che per esempio il movimento lgbtqi+ in Medio Oriente esiste grazie alle organizzazioni israeliane che uniche nella regione, organizzano i Pride, le case rifugio per i ragazzi non solo palestinesi che scappano da luoghi dove sono imprigionati o peggio uccisi.

Tanti sono i temi su cui riflettere, l’augurio è che anche il movimento lgbtqi+ italiano sappia avviare una discussione aperta e libera da incrostazioni ideologiche e non pacifiste, rendendo onore alla sua storia di movimento di liberazione.

2026 06 12 tel aviv yafo pride parade
2026 06 12 tel aviv yafo pride parade

 *3*

Una tela troppo fragile

Piero Fassino

Mentre il mondo si sente sollevato dalla fine della guerra nel Golfo Persico, nuove impiccagioni vengono annunciate dal regime degli Ayatollah.

Sta in questa clamorosa contraddizione l’esito del Memorandum sottoscritto tra Washington e Teheran che sospende temporaneamente le ostilità militari, definisce una serie di impegni delle parti e subordina una pace definitiva a negoziati da concludersi entro i prossimi due mesi.

Se il Presidente Trump cercava una facile vittoria con cui piegare il regime di Teheran, oggi è evidente al mondo intero che quell’esito non è stato conseguito.

Al contrario, dal conflitto l’Iran esce indebolito sul piano militare, ma non sul piano politico.

Anzi, il braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz si è concluso con il riconoscimento a Teheran di un potere di interdizione che potrà essere fatto valere in qualsiasi momento (e già lo si è visto in questi giorni).

Non solo, ma in cambio dello sblocco della navigazione nello Stretto all’Iran vengono riconosciuti risarcimenti per i danni bellici, lo sblocco di fondi allocati nelle banche americane, la rimozione delle sanzioni e del blocco alla esportazione del petrolio iraniano, l’impegno a non gravare l’economia iraniana con nuove limitazioni.

2026 06 Lake Lucerne Summit 1Mentre per quanto riguarda il nucleare tutto è demandato a un negoziato tra Washington e Teheran con il concorso dell’Aiea.

Non solo, se il Memorandum richiama la sospensione della guerra in Libano, tuttavia non prevede alcun impegno dell’Iran a cessare la continua ostilità all’esistenza di Israele, né a riconoscere l’assetto della regione (che almeno indirettamente significherebbe l’accettazione dello Stato di Israele).

Quanto al Libano i colloqui a Washington tra i governi israeliano e libanese per giungere ad un accordo di pace sono apertamente rifiutati da Hizbollah che prosegue la sua attività militare a cui l’esercito israeliano oppone altrettanta risposta.

Peraltro in Cisgiordania non si arresta l’attività terroristica dei coloni estremisti, con la complicità dei settori oltranzisti del governo Nethanyahu senza che nulla venga fatto per fermarli. Per non parlare della situazione di Gaza congelata dal Piano Trump in una condizione di emergenza umanitaria e precarietà che offre ad Hamas la possibilità di riprendere le sue attività.

In questo scenario le scelte di Netanyahu hanno condotto Israele in un totale isolamento, perfino dalla amministrazione Trump. E nella società israeliana cresce la richiesta – secondo gli ultimi sondaggi più di due terzi dei cittadini – che Nethanyahu non si candidi a guidare il Paese.

Come si vede il Memorandum tra Washington e Teheran non contribuisce a realizzare un quadro di stabilità regionale. Tant’è che paesi che tradizionalmente hanno affidato per decenni la loro sicurezza agli Stati Uniti – come l’Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar, il Pakistan, l’Egitto – hanno avviato la costruzione di un sistema regionale multilaterale di consultazione in funzione di azioni concertate di sicurezza.

Insomma il Memorandum appare una tela troppo fragile, esposta facilmente a lacerazioni. E sono più che fondati i timori che gli incendi possano nuovamente divampare.

2026 01 iran smoking

Non solo, ma in quel Memorandum le parti si impegnano a non interferire reciprocamente nella vita interna, consentendo così al regime degli Ayatollah di rafforzare il proprio potere dispotico sul popolo iraniano.

Esito reso ancor più chiaro dalla affermazione di Trump di “non aver mai pensato ad un regime change in Iran”. E così le misure economiche a favore di Teheran assomigliano ad un “piano Marshall per la Germania lasciando i nazisti al potere”.

Si può ben immaginare l’angoscioso sconforto dei tanti che in Iran – in primo luogo migliaia di ragazze e ragazzi – si sono battuti coraggiosamente per la propria libertà, subendo una feroce repressione che ha causato decine di migliaia di vittime.

A questo punto decisivo è ciò che accadrà nei prossimi due mesi: se i negoziati acquisiranno quelle certezze che per ora sono fissate solo sulla carta; o se invece le criticità non risolte condurranno ad una ripresa di un conflitto armato.

Non si può tuttavia sfuggire alla presa d’atto che affidare alle armi la risoluzione di conflitti complessi e antichi conduce a esiti opposti a quelli immaginati. E, dunque, occorre ritornare a utilizzare gli strumenti della politica e della diplomazia: un esercizio non facile, anch’esso dagli esiti non scontati, e tuttavia suscettibile di ottenere risultati non conseguibili con il solo uso della forza.

Né si può ignorare che fondare le relazioni tra paesi sui soli rapporti di forza e sulle convenienze economiche sacrifica i diritti dei popoli e ne inibisce l’esercizio. Con la sconfortante conseguenza – come accade oggi in Iran – che il prezzo di un gallone di benzina diviene più importante della libertà dei cittadini.

 

 *4*

CALIBRI IN MEDIO ORIENTE

A bad morning for Israel

Yair Golan

Questa mattina i cittadini israeliani si sono svegliati con la notizia di un accordo tra Stati Uniti e Iran, siglato “sopra la testa di Israele”.

Con un tratto di penna, enormi successi militari – ottenuti grazie al coraggio dei nostri piloti e al sacrificio dei nostri soldati – sono stati cancellati, mentre Netanyahu è rimasto ai margini: debole, malato, isolato e senza influenza.

Trump sta firmando un accordo che riversa miliardi nel regime degli ayatollah, lascia intatte le infrastrutture nucleari, lascia irrisolta la minaccia balistica e fornisce un’ancora di salvezza al sanguinario regime di Teheran.

Questo è il culmine di anni di fallimenti.

Netanyahu è l’uomo che per anni ha venduto all’opinione pubblica la falsa immagine di “Mr. Security”, mentre in pratica è diventato l’artefice del più grande fallimento strategico nella storia di Israele.

L’uomo che ha costruito il concetto secondo cui “Hamas è una risorsa”, che ha permesso il flusso di denaro dal Qatar [ad Hamas], che ha abbandonato la scena diplomatica, che ha smantellato le alleanze di Israele e lo ha lasciato isolato nel momento cruciale.

Netanyahu è un bene per Hamas.
Netanyahu è un bene per l’Iran.
Netanyahu è un bene per Hezbollah.
Netanyahu non è un bene per Israele.

L’uomo che ha promesso la “vittoria totale” termina il suo mandato con i nemici di Israele più forti, Israele più debole e la deterrenza costruita con il sangue dei nostri combattenti che si sta erodendo sotto i nostri occhi.

Sostituirlo non è solo una necessità politica, è un’esigenza di sicurezza esistenziale.

 

testo pubblicato il 15 giugno 2026 sulla pagina X del leader dei Democratici
Maggior Generale (ris.) Yair Golan

https://x.com/yairgolan1/status/2066374981630464232?s=46&t=4352Ns4Y52PO3DcWg3t7Iw

 *5*

Perché è una disfatta americana, punto per punto

Janiki Cingoli

IUn’analisi dettagliata dei singoli articoli del Memorandum di Islamabad fa emergere con chiarezza ancora maggiore quello che molti analisti stanno dicendo in queste ore: la guerra si chiude (per ora) con una vittoria della Repubblica Islamica dell’Iran, una sconfitta degli Stati Uniti e una pillola amara per Israele

Tutti gli analisti considerano il Memorandum di Islamabad una vittoria della Repubblica Islamica dell’Iran, una sconfitta degli Stati Uniti e una pillola amara per Israele.

L’accordo in 14 punti tra Iran e Usa raggiunto domenica scorsa è stato siglato da remoto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dal vicepresidente JD Vance, nonché dal presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.

Da un’analisi più dettagliata dei singoli punti, ciò emerge ancora più chiaramente.

2026 06 Lake Lucerne Summit 2Nessuna traccia di cambio del regime iraniano, posto come obiettivo all’inizio della guerra, né dell’allentamento del sostegno di Teheran ai suoi proxies. Al contrario, all’articolo 2 si afferma che gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran si impegnano a rispettare ciascuno la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire nei reciproci affari interni. Non si fa alcun cenno al programma missilistico iraniano. Al riguardo, proprio ieri il presidente Trump ha dichiarato di trovare giusto che l’Iran conservi alcuni missili balistici, dato che anche i suoi vicini, a cominciare dall’Arabia Saudita, li possiedono.

 

All’articolo 1 le parti dichiarano la fine immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso in Libano. Si impegnano d’ora in poi a non iniziare alcuna guerra o alcuna operazione militare l’uno contro l’altro, e ad assicurare l’integrità territoriale e la sovranità del Libano – il che implica in prospettiva un ritiro totale di Israele dal paese.

Ciò rafforza la longa manus iraniana sul Libano, a scapito dell’autonomia del governo libanese ripetutamente rivendicata dal presidente Joseph Aoun, e così rafforza Hezbollah, che era sceso in guerra contro Israele all’inizio di marzo, dopo l’attacco degli Usa e di Israele contro l’Iran, non riconfermando l’impegno al disarmo e al ritiro delle sue forze a nord del fiume Litani, contenuto nell’accordo del cessate il fuoco del 2024.

L’articolo 3 prevede un periodo di 60 giorni per negoziare l’accordo finale, ma anche che esso sia prorogabile su accordo reciproco delle parti. Si può già prevedere che l’Iran metterà in pratica le sue consuete tattiche dilatorie, in particolare per quanto riguarda il programma nucleare e la tempistica difficilmente potrà essere rispettata. D’altronde, a pochi mesi dalle elezioni di midterm di novembre negli Stati Uniti, è del tutto improbabile che Trump scelga di riaprire la guerra.

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2026 04 Hormutz spazialeGli articoli 4 e 5 riguardano la riapertura dello stretto di Hormuz e la fine del blocco degli Usa alla navigazione iraniana. Quest’ultimo avviato immediatamente alla firma dell’accordo e completato entro 30 giorni. L’Iran per parte sua si impegna a una graduale riapertura dello Stretto entro 30 giorni, una volta completato il suo sminamento, per i primi 60 giorni senza pedaggi.

Ma si aggiunge: “La Repubblica islamica dell’Iran dialogherà con il sultanato dell’Oman per definire l’amministrazione futura e I Servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in discussione con altri Paesi del Golfo in linea con il diritto internazionale e i diritti sovrani dei paesi costieri dello Stretto di Hormuz”, adombrando la possibilità di stabilire pedaggi, in collaborazione con l’Oman, per i servizi offerti alle navi in transito e rivendicando i diritti sovrani dei paesi rivieraschi sullo Stretto. Va ricordato che prima dell’attacco Usa–Israele del 28 febbraio il transito da Hormuz era del tutto libero e privo di pedaggi. Va inoltre considerato che ora l’Iran ha sperimentato come lo Stretto sia una formidabile leva di pressione a sua disposizione, e potrà tornare ad utilizzarla in caso di bisogno.

All’articolo 8 l’Iran si impegna a non acquistare e a non sviluppare un’arma nucleare – l’impegno era già contenuto nell’accordo del 2015 raggiunto da Barack Obama, noto come “Jcpoa” – e a risolvere la questione dei 450 kg di uranio arricchito al 60%, diluendolo in loco sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), attraverso un meccanismo concordato reciprocamente. Al riguardo, va notato che prima che Trump uscisse da Jcpoa nel 2018, su spinta di Netanyahu, tale materiale non esisteva.

Le parti inoltre si impegnano a discutere delle attività di arricchimento dell’uranio (Jcpoa stabiliva il limite al 3,67% e l’Iran ha rispettato tale accordo per un anno dopo la disdetta di Trump), e le altre questioni connesse. Gli Stati Uniti chiedono una sospensione dell’arricchimento per 20 anni, l’Iran contropropone 5-10. Ma i termini del memorandum sono, come si vede, estremamente vaghi, non contengono impegni specifici al riguardo.

Oltre a ciò, all’articolo 9 si stabilisce che in attesa dell’accordo finale verrà mantenuto lo status quo. L’Iran manterrà l’attuale stato del proprio programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni né dispiegheranno ulteriori forze nella regione, il che lascia intatta per il momento la sua forza nucleare.

Al di là di quanto si arriverà a negoziare, la questione di fondo è che, dopo l’uscita di Trump da Jcpoa, le ricerche portate avanti hanno fatto dell’Iran un threshold state, uno stato sulla soglia dello sviluppo di un’arma nucleare, con un know-how irreversibilmente acquisito.

All’articolo 7 si stabilisce che gli Stati Uniti d’America si impegnano a porre fine a ogni tipo di sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran, incluse quelle previste dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, per esempio le risoluzioni del consiglio dei governatori dell’Aiea, e tutte le sanzioni americane unilaterali, primarie e secondarie, secondo un calendario su cui ci si accorderà come parte dell’accordo finale. Ciò darà all’Iran la possibilità di commerciare liberamente il suo petrolio, con possibili introiti di molti miliardi di dollari.

A ciò si aggiunge, all’articolo 11, che gli Stati Uniti renderanno pienamente disponibili tutti i fondi e i beni iraniani congelati o soggetti a restrizioni, concordando durante i negoziati le procedure per il rilascio e l’utilizzo di tali fondi. Tali fondi potranno essere utilizzati per effettuare pagamenti a qualsiasi beneficiario finale designato dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti rilasceranno tutte le licenze e autorizzazioni necessarie a tale scopo. Si tratta di molte decine di miliardi di dollari che entreranno cash nelle casse dell’Iran. Come ha detto Donald Trump a margine del G7 di Evian “abbiamo preso un sacco dei loro soldi, e li abbiamo noi. Non sono i nostri soldi, sono i loro soldi, e li abbiamo congelati. A un certo punto immagino che dovremo restituirli. Se non li restituissimo, nessuno investirebbe più nel dollaro”.

Dulcis in fundo, all’articolo 6 gli Stati Uniti d’America si impegnano con i partner regionali a sviluppare un accordo definitivo su cui ci sia accordo reciproco con almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran. Il meccanismo per l’implementazione di questo piano verrà finalizzato come parte dell’accordo finale entro 60 giorni. Gli Stati Uniti garantiranno tutte le necessarie licenze, deroghe e permessi necessari per le rilevanti transazioni finanziarie. Gli Usa, di fatto, accettano il concetto di un rimborso all’Iran per i danni di guerra, da finanziare anche con il contributo dei paesi del Golfo.

Viene altresì istituito un meccanismo di monitoraggio per l’attuazione del Memorandum. L’articolo 14 stabilisce che l’accordo finale dovrà essere approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, una richiesta strenuamente avanzata dall’Iran, per evitare il ripetersi di esperienze come quelle dell’abbandono da parte di Trump di Jcpoa.

Per Israele, come detto, si tratta di un boccone assai indigesto da ingoiare, anche se Benjamin Netanyahu lunedì scorso in conferenza stampa ha sottolineato tutti gli importanti risultati a suo dire raggiunti con la guerra. Ma egli è stato tenuto del tutto fuori e all’oscuro del negoziato, e in più occasioni il presidente Trump si è scontrato duramente con lui, definendolo addirittura un “pazzo”, che non ha “alcun fottuto senso del giudizio”. Una critica durissima per i suoi ripetuti tentativi di far deragliare il negoziato, in particolare con il bombardamento all’ultimo minuto del quartiere sciita di Dahieh, a sud di Beirut.

La settimana scorsa, Trump è arrivato a mettere in dubbio l’opportunità che egli si presenti alle prossime elezioni di ottobre.

2026 06 04 talk Israel LibanoD’altro canto il primo ministro israeliano ha mancato di cogliere l’opportunità offerta dai negoziati diretti con il governo di Beirut che si svolgevano a Washington, che avrebbero potuto emarginare l’influenza iraniana, come auspicato dal presidente libanese Aoun.

Ha invece preferito espandere l’area cuscinetto nel sud del Libano, e colpire Dahieh, restituendo spazio all’Iran. E dopo aver promesso “totale vittoria sull’Iran”, deve ora fare i conti con la dura realtà emersa dall’accordo, con il deterioramento dei rapporti con Trump, con l’accresciuto isolamento internazionale, con la delusione della sua opinione pubblica, in particolare della parte nord del paese confinante con il Libano.

D’altra parte, Netanyahu non può neanche andare in televisione e opporsi apertamente all’accordo, pena uno scontro frontale con Trump.

La sua popolarità sta oramai precipitando.

Non a caso, nell’ultimo sondaggio pubblicato da Kan News dopo la pubblicazione dell’accordo, il Likud è precipitato a 23 seggi, tallonato dal partito di Gadi Eisenkot con 21 seggi.

Secondo i sondaggi, il 55% degli intervistati si dichiara contrario all’accordo contro il 18% a favore, mentre il 27% dichiara di non sapere.

 

 *6*

La Francia non deve scegliere tra sostenere lo Stato palestinese e sostenere la democrazia palestinese

Samer Sinijlawi

Samer Sinijlawi, membro di Fatah,
è tra i fondatori di Masar Jadid (New Path),
movimento per il rinnovamento democratico
e la riforma istituzionale
(Le Monde 12.06.2026)

Il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Francia nel settembre 2025 era legato alla promessa di tenere elezioni entro 12 mesi – un impegno che il presidente Mahmoud Abbas non ha mantenuto, lamenta l’avvocato Samer Sinijlawi, che si rivolge a Emmanuel Macron in questo articolo di opinione per Le Monde.

Questo mese ricorre esattamente un anno da quando il presidente Mahmoud Abbas si è formalmente impegnato con il presidente Emmanuel Macron a tenere elezioni presidenziali e legislative palestinesi entro dodici mesi.

Samer Sinijlawi Le Monde 2026 06 12Il 9 giugno 2025, Abbas ha scritto a Macron e ad altri leader internazionali promettendo un pacchetto di riforme politiche volte a ripristinare la legittimità delle istituzioni palestinesi. Al centro di questi impegni c’era una promessa semplice e misurabile: i palestinesi avrebbero eletto un presidente e un parlamento entro un anno. Alcune settimane dopo, nella sua risposta del 24 luglio, il presidente Macron accolse con favore tale impegno. Per la Francia, la promessa di un rinnovamento democratico non era una questione marginale. Veniva presentata come la prova che le istituzioni palestinesi potevano essere riformate, rivitalizzate e preparate alla creazione di uno Stato.

Oggi, esattamente un anno dopo, non ci sono elezioni presidenziali. Non ci sono elezioni legislative. Non c’è nemmeno una tempistica. La questione non è più se Mahmoud Abbas abbia mantenuto la sua promessa. Non l’ha fatto. La questione ora è se la Francia intenda difendere l’impegno che ha pubblicamente accolto con favore.

Per quasi vent’anni ai palestinesi è stato negato il diritto di scegliere la propria leadership nazionale. Un’intera generazione ha raggiunto l’età adulta senza mai votare alle elezioni presidenziali. Milioni di palestinesi non hanno mai partecipato a un’elezione parlamentare.

Samer Sinijlawi book 1Nessuna società democratica può rimandare indefinitamente le elezioni continuando a rivendicare la propria legittimità democratica.

Questo è importante non solo per i palestinesi, ma anche per la Francia. Quando il Presidente Macron ha scelto di rafforzare il sostegno francese alla creazione di uno Stato palestinese, lo ha fatto richiamandosi agli impegni assunti dalla leadership palestinese in materia di riforme, responsabilità e rinnovamento democratico.

Tali impegni sono stati presentati non solo ai palestinesi, ma anche all’opinione pubblica francese, ai partner europei e agli israeliani che continuano a credere in una soluzione negoziata a due Stati. A molti israeliani scettici sul riconoscimento è stato assicurato che le istituzioni palestinesi sarebbero diventate più democratiche, più responsabili e più legittime. Un anno dopo, questa argomentazione si sta rivelando sempre più difficile da sostenere.

Invece di un rinnovamento democratico, i palestinesi hanno assistito al consolidamento di un sistema politico obsoleto e al crescente dibattito sulla successione politica. Il recente Congresso di Fatah ha rafforzato queste preoccupazioni. Mahmoud Abbas non ha avuto avversari. Suo figlio, Yasser Abbas, è entrato a far parte del massimo organo direttivo del movimento. Il dibattito pubblico si concentra sempre più non sulle elezioni, ma sulla successione. Il popolo palestinese merita di meglio della politica di successione.

Alcuni ora suggeriscono che le elezioni al Consiglio Nazionale Palestinese potrebbero soddisfare le richieste internazionali di riforme. Non possono. L’impegno preso con il Presidente Macron era esplicito. Si faceva riferimento alle elezioni presidenziali e legislative. Queste sono le istituzioni attraverso le quali i palestinesi esercitano la sovranità democratica. Sostituirle con assetti istituzionali interni non costituirebbe una riforma, bensì un’elusione. La Francia non dovrebbe accettare una simile sostituzione.

Samer Sinijlawi book 2Il presidente Macron ha dimostrato in diverse occasioni di essere pronto a usare l’influenza francese quando sono in gioco principi importanti. Ha difeso la democrazia in tutto il mondo e ha sempre sostenuto che la legittimità è fondamentale.

Lo stesso principio dovrebbe valere per la Palestina. La Francia non deve scegliere tra sostenere la creazione di uno Stato palestinese e sostenere la democrazia palestinese. I due aspetti sono inseparabili.

Uno Stato palestinese senza legittimità democratica sarebbe un progetto fragile, costruito su fondamenta sempre più deboli.

A un anno dalla promessa del 9 giugno 2025, il presidente Macron si trova di fronte a una scelta semplice: può continuare ad applaudire riforme simboliche, mentre l’impegno centrale rimane disatteso.

Oppure può dichiarare pubblicamente che è ora di dire basta: che i palestinesi meritano il diritto di eleggere i propri leader, che le elezioni presidenziali e legislative devono avere luogo e che la legittimità democratica non può essere rimandata indefinitamente.

Il popolo palestinese ha mantenuto la sua parte dell’accordo. Ha aspettato. Ora è il momento che la Francia insista affinché la promessa fatta ai palestinesi, all’Europa e ai sostenitori della pace di entrambe le parti venga onorata.

Qualsiasi risultato diverso rappresenterebbe non solo un fallimento delle riforme, ma un fallimento del principio democratico stesso.

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Tel Aviv ha un nuovo vicesindaco: arabo e “comunista”

Victor Magiar

Magiar VictorIl Comune di Tel Aviv ha nominato vicesindaco Amir Badran, 54 anni, membro del Consiglio comunale di Tel Aviv-Jaffa negli ultimi dieci anni.

Non è la prima volta che accade: il primo vicesindaco arabo-israeliano di Tel Aviv, eletto nel 2003, è stato il più popolare ex calciatore Rifaat Turk.

Ma questa volta, dopo il 7 Ottobre, questa scelta assume un significato più forte: Badran ha affermato che la sua nomina è il risultato di anni di lavoro politico, di una “lotta congiunta e di una ferma convinzione nella partnership arabo-ebraica, nell’uguaglianza e in un diverso tipo di politica”.

badran frutta
Amir Badran e Ron Huldai

Nel 2023 Amir Badran aveva annunciato di candidarsi a sindaco (per le elezioni del 2024) ma alla fine scelse di non sfidare l’invincibile Ron Huldai, politico laburista e generale israeliano, in carica ininterrottamente dal 1998 (ora al suo sesto mandato consecutivo): oggi Badran assume l’incarico in seguito a un accordo di coalizione con il sindaco.

È opinione diffusa che l’accordo comporti una maggiore attenzione ai progetti e alle questioni più importanti di Jaffa, il quartiere che ospita gran parte della popolazione araba, in primis la questione degli alloggi: lo stop agli sfratti dei residenti, la promozione di politiche a lungo termine volte a garantire il diritto all’abitazione, la soluzione dello status di chi vive in abitazioni di “proprietari assenti” (arabi fuggiti durante la Guerra d’Indipendenza del 1947-48).

Hadash_LogoBadran (che nel 2016 era stato eletto per la prima volta al consiglio comunale come membro del partito “Ir Lekulanu – Una città per tutti noi”) è oggi il presidente della sezione di Jaffa del partito arabo-ebraico Hadash: “questo non è solo un mio risultato … ma il risultato di tutti i miei partner, arabi ed ebrei… è grazie a loro che questo percorso è stato possibile”.

La leadership del partito Hadash ha auspicato che si possa estendere al resto del Paese la tendenza a scegliere un arabo per una posizione di alto livello.

Anche il deputato Ayman Odeh, che fino a poco tempo fa guidava Hadash, si è congratulato con Badran, sottolineando l’importanza della sua nomina, e con il sindaco Huldai per aver “mantenuto la parola data” e aver scelto un vice arabo: “la sua nomina è la prova evidente che la lotta unitaria di arabi ed ebrei non è solo una questione etica, ma anche una forza politica in grado di realizzare un vero cambiamento“.

N.d.R.

Hadash (letteralmente significa “nuovo”) è l’acronimo di
ha-HAzit ha-Demokratit le-SHalom vele-SHivyon
(Fronte democratico per la pace e l’uguaglianza);
nasce nel 1977 dall’unione del Rakah (Partito Comunista di Israele) con altri gruppi di sinistra;
partito arabo-ebraico per definizione, a larga prevalenza araba,
si batte per una reale uguaglianza uomo-donna e fra i diversi gruppi etnico-linguistico-religiosi di Israele

 

*8*

Il 20 giugno 1967. La cassa dei miracoli

Hamos Guetta

Hamos GuettaQuarantadue persone stipate in un appartamento al quarto piano di un palazzo vicino al Ministero dell’Interno di Tripoli, ospiti generosi di Sion Bublil z.l. e di sua moglie Nuccia.

Eravamo arrivati lì in fuga dalla nostra casa, convinti che la vicinanza alla polizia ci avrebbe protetti… forse.

Le finestre e le serrande guardavano verso la città vecchia, con le sue costruzioni più basse che si stendevano sotto di noi come un’altra città, lontana e irraggiungibile. Il 5 giugno, attraverso le fessure di quelle serrande abbassate per timore che ci scoprissero, i miei genitori avevano assistito a una scena che non li avrebbe più lasciati: le case degli ebrei – parenti, amici, conoscenti – che prendevano fuoco una dopo l’altra. Così i negozi.

Non il fuoco soltanto.

L’impotenza.

20 giugno 1967 La cassa dei miracoli 4Ricordo le lacrime di mio padre. Ricordo il silenzio di mia madre. Ricordo le urla che salivano dalla strada, la folla che invocava la morte degli ebrei rimasti in Libia. E ricordo una sensazione che da bambino non sapevo nominare: la scoperta improvvisa che il mondo può smettere di essere casa.

Poi tagliarono il telefono.
E insieme al filo si interruppe anche l’illusione di essere ancora collegati con qualcuno.
Passarono giorni senza misura.
Fame, poca fame, ancora fame. Il pane diventava memoria, chi ce lo portava un maltese: venne minacciato… la frutta era leggenda, il tempo scandito solo da paura fame e poche notizie.

Poi, all’improvviso, il miracolo più piccolo e più grande: il telefono squillò.
Lo avevano riallacciato.
Così noi tutti a chiamare parenti, notizie su superstiti. Mio padre riuscì a parlare con suo fratello Sion.
Lo sentii piangere. Non per una morte.

A volte la disperazione ha una voce più semplice. «Siamo vivi… ma non abbiamo più niente da mangiare.»
Quel pianto attraversò la stanza e si infilò dentro ognuno di noi.
Ma alla fine gli racconto anche della feroce uccisione in strada di un amico…
Ma a noi bambini non raccontarono non misero paura… già ne avevamo abbastanza.

Passò circa un’ora.
Richiamò un ufficiale poliziotto arabo, amico di Sion Bublil.
Chiese: «Come state?»
E Sion rispose senza orgoglio e senza vergogna:
«Siamo in tanti. Non abbiamo da mangiare.»

Due ore dopo bussarono alla porta.
C’erano due soldati.
Portavano una grande cassa di legno.
Dentro: frutta, verdura, zucchine, cibo.

20 giugno 1967 La cassa dei miracoli 1Oggi qualcuno potrebbe sorridere: una cassa di ortaggi.
Ma chi non ha conosciuto la fame non sa che una zucchina può avere il peso di un diamante.
Noi bambini ci stringemmo attorno a quella cassa come davanti a un tesoro.
Ricordo benissimo la mia felicita alla vista di una zucchina gigante.
Ma non finì lì.

Quei due soldati furono invitati ad entrare.
Gli adulti li accolsero nel salotto con una cordialità che aveva dentro gratitudine,
necessità e anche un po’ di quella furbizia antica che nasce quando si cerca soltanto di restare vivi.
Comparve una bottiglia di whisky.
Per loro, musulmani, era proibita… ma di nascosto…
Per noi era una possibilità.

Bevvero.
Prima un bicchiere, poi un altro.
Le divise si ammorbidirono. I volti si rilassarono.
Per qualche ora non c’erano più soldati e rifugiati: c’erano uomini seduti in una stanza.
Fu allora che mia madre e mio padre trovarono un coraggio che oggi mi sembra più grande della paura.

Chiesero: «Ci portereste a casa nostra? Solo per pochi minuti.»
Era la prima volta che sarebbero usciti dopo venti giorni.
I soldati dissero di sì.
Salirono sulla jeep militare parcheggiata sotto il palazzo.

20 giugno 1967 La cassa dei miracoli 5Attraversarono una Tripoli che ormai non riconoscevano più, auto e negozi di amici ebrei bruciati…
Arrivarono alla nostra casa, quella che il 5 giugno avevano lasciato all’improvviso, senza sapere se l’avrebbero mai più rivista.
Entrarono.
E trovarono quello che allora valeva più dell’oro.
Il cibo.
Mio padre, intuendo già dai giorni precedenti che il clima stava cambiando, aveva fatto grandi provviste.
Presero tutto quello che poterono.
Sacchi di farina.
Scorte. Provviste.

In mezzo a quella corsa silenziosa, mia madre ebbe un pensiero che solo una madre può avere.
Si ricordò che da venti giorni avevo una sola maglietta.
E ne prese una di ricambio.
Quando tornarono, riportarono molto più del cibo.
Riportarono l’idea che forse non tutto era perduto. 

Qualche giorno dopo, bussarono di nuovo alla porta.
Questa volta non fu sollievo.
Fu paura.

Ci nascondemmo tutti in una stanza.
Quarantadue persone che trattenevano il respiro.
Mio padre andò ad aprire.
Davanti a lui c’era un poliziotto.
Domandò:
«Quanta gente c’è qui dentro?»
Mio padre rispose subito:
«Solo io.»
Il poliziotto lo guardò e disse una frase che cambiò il corso della nostra vita.

Era stato mandato per offrire una scelta: la casa era a rischio linciaggi…
“volete… restare in Libia, in un campo profughi, oppure partire all’estero?” 

Mio padre capì che non era una visita qualsiasi….
Che parlava a nome del governo.
Per la prima volta dopo settimane si permise di fidarsi un poco.
Chiuse la porta.
Entrò nella stanza dove eravamo nascosti.
E ci fece una domanda semplice.
«Che facciamo? Campo profughi… o andiamo all’estero?»

Non ci fu discussione.
Non ci fu esitazione.
Da ogni angolo uscì la stessa parola.
«All’estero.»
«All’estero.»
«All’estero.»

20 giugno 1967 La cassa dei miracoli 3Iniziò così il conto alla rovescia della salvezza.
Mandarono perfino un fotografo a casa.
Uno per uno ci fotografò.
Vennero preparati i passaporti.
Documenti. Permessi.
Una macchina burocratica che improvvisamente correva veloce.

Poi arrivò il giorno della partenza.
Non fu una partenza.
Fu una fuga.
Una fuga fatta di soste, di attese, di silenzi.
Davanti alla vetrina dell’Alitalia.
Fuori, gruppi di persone che osservavano, urlavano, incitavano.
Ogni secondo sembrava poter diventare l’ultimo.
Ogni passo — dalla casa alla macchina, dalla macchina all’aeroporto, dal banco al controllo — sembrava poter finire in tragedia.

Non dimentico le umiliazioni subite durante le perquisizioni dalle nostre donne.
E infine… arrivò il momento in cui le ruote lasciarono la pista.
L’aereo si sollevò.

Per la prima volta dopo settimane non ci sentimmo più braccati.
Sotto di noi restava Tripoli.
Davanti a noi c’era l’Italia.

Ancora oggi, di tutta quella fuga, il ricordo più forte non è il rumore dell’aereo.
È una cassa di legno.
Una zucchina.
Una maglietta pulita.
E una porta che, invece di portare la fine, un giorno portò la libertà.

Arrivare in Italia e conoscere la libertà mi ha reso debitore per tutta la vita verso questo “Stivale”
Caldo e accogliente.

 *******

N.d.R.

  • gli eventi descritti si riferiscono al pogrom del giugno 1967 che ha portato alla fuoriuscita definitiva degli ultimi ebrei dalla Libia
  • la quasi totalità dei 38.000 ebrei era già fuggita in seguito ai sanguinosi pogrom del 1945, 1948, 1956
  • l’immagine della cassa è prodotta con AI
  • il “Documento Temporaneo di Viaggio” sopra riprodotto era fornito alla bisogna perché gli ebrei di Libia non potevano avere passaporto; nel risvolto di copertina era stampigliata la sigla YL (Yahudi Libi – Ebreo Libico)
  • la presenza ebraica è stimata dal
    • 3 sec. A.C in Tripolitania
    • 4 sec. A.C. in Cirenaica
    • 8 sec. A.C. nella Sirte
  • l‘arrivo degli arabi nel Nord Africa è stimato al 7 sec. D.C

 *9*

CALIBRI VOCI A SINIISTRA

I Grüne Jugend Österreich si mobilitano contro l’antisemitismo
Intervista a Philipp Kothe speaker dei Giovani Verdi Austriaci

Marco Pierini

 

Qui di seguito l’intervista a Philipp Kothe, portavoce dei Grüne Jugend Österreich,
ovvero dei Giovani Verdi d’Austria,
che si sono distinti nel campo progressista europeo
per la loro analisi e la loro mobilitazione contro l’antisemitismo contemporaneo.

 .

 

Potete dirci chi sono i Giovani Verdi e quali sono i vostri valori?
Siamo l’Organizzazione Giovanile del Partito dei Verdi in Austria. Sebbene facciamo parte delle strutture del partito, i nostri membri non devono necessariamente essere anche membri del partito.

Centrale nel nostro lavoro politico è il nostro anticapitalismo: riteniamo che l’economia politica del capitalismo debba essere superata per stabilire una società giusta e libera. Ciò è collegato al nostro approccio femminista, ecologista e antirazzista, poiché il patriarcato, la crisi climatica e la configurazione postcoloniale sono tutti profondamente intrecciati con il capitalismo.

Grunen Jugend Kothe PhilippPur sostenendo qualsiasi progetto riformista volto a migliorare le condizioni di vita delle persone nel presente, respingiamo quelle posizioni all’interno della sinistra politica che hanno rinunciato all’imperativo categorico di Karl Marx di «rovesciare tutte le condizioni nelle quali l’uomo è un essere degradato, schiavizzato, abbandonato e spregevole».

Allo stesso tempo, siamo fortemente impegnati nell’antiautoritarismo. Come hanno mostrato gli studi della prima Scuola di Francoforte e i lavori successivi ispirati ad essa, l’organizzazione politica dei sentimenti anticapitalisti in condizioni capitalistiche tende a diventare autoritaria. È essenziale comprendere che i soggetti politici sono profondamente danneggiati dalle condizioni sociali nelle quali si formano e devono operare.

Questo è un fattore molto importante per comprendere le numerose svolte autoritarie dei movimenti di sinistra, dalle dittature leniniste ai gruppi terroristici dell’Europa occidentale.

Inoltre, il fascismo, il nazismo e molti estremismi religiosi contengono elementi ideologici di anticapitalismo, anche se mescolati in modo contraddittorio con posizioni favorevoli al capitalismo. Per questo è così importante essere non solo anticapitalisti ma anche antiautoritarii. Il rifiuto sia dell’accettazione riformista sia degli appelli autoritari a una rivoluzione prematura ci lascia naturalmente in una situazione difficile. Cerchiamo di valutare realisticamente i nostri mezzi e di utilizzarli in modo strategico. Sosteniamo politiche riformiste che abbiano il potenziale di innescare una trasformazione più ampia della società. Poiché la libertà garantita dalle democrazie liberali costituisce la condizione del nostro lavoro politico, riteniamo importante difendere questo ordine dalle tendenze autoritarie.

E soprattutto cerchiamo di creare spazi nei quali i giovani possano formarsi sui temi politici, discutere, analizzare e sviluppare idee che conducano a più di un semplice miglioramento all’interno del sistema capitalistico, ma a una trasformazione fondamentale.

Per questo organizziamo workshop, viaggi formativi e il nostro campo estivo annuale, durante il quale possiamo discutere a lungo questi temi e vivere un’esperienza di comunità politica aperta.

 

Grune Jugend CONSIGLIOPerché avete deciso di avviare una mobilitazione per denunciare lantisemitismo in un momento di crescente polarizzazione allinterno della sinistra?
Più ci siamo formati sulle diverse forme di autoritarismo, più abbiamo scoperto che l’antisemitismo rappresenta un indicatore molto affidabile di questo fenomeno. Per questo la nostra posizione sulla questione è sempre stata molto chiara all’interno dell’organizzazione.

Quando la polarizzazione nel campo della sinistra è cresciuta durante la brutale guerra a Gaza, abbiamo deciso di organizzare un seminario per approfondire la storia del conflitto. Durante le discussioni ci siamo rapidamente resi conto che l’Eurovision Song Contest rappresentava un’ottima opportunità per formulare una critica di quell’antisemitismo che ritiene gli israeliani responsabili delle azioni del loro governo e invoca boicottaggi, uno strumento tradizionalmente utilizzato per escludere gli ebrei dall’arte e dalla cultura.

Queste persone affermano per lo più di essere antisioniste e non antiebraiche, ma le loro azioni finiscono sempre per colpire negativamente gli ebrei. Un esempio italiano è l’esclusione dell’organizzazione ebraica Keshet Italia dal Roma Pride perché si era rifiutata di adottare la terminologia degli organizzatori riguardo a Gaza.

Oltre a questa evidente discriminazione, i discorsi sul boicottaggio creano un’atmosfera e dinamiche sociali che mettono in pericolo gli ebrei. Li rendono bersaglio di rabbia, odio e violenza. L’Unione degli Studenti Ebrei in Austria, ad esempio, ritenne necessario richiedere la protezione della polizia per una visione pubblica dell’Eurovision a Vienna.

L’unico modo per gli ebrei di non essere ritenuti responsabili delle politiche del governo israeliano sembra essere l’adozione di posizioni antisioniste che demonizzano e delegittimano l’ultimo e unico rifugio che resta loro contro il crescente antisemitismo: lo Stato di Israele.

Volevamo tuttavia chiarire che è assolutamente legittimo criticare il governo israeliano di estrema destra, purché ciò non comporti la riproduzione di narrazioni o schemi antisemiti. Il governo di uno Stato non coincide con lo Stato stesso né con i suoi cittadini. Si può essere estremamente critici nei confronti del governo e continuare a sostenere Israele come rifugio sicuro per gli ebrei che potrebbero dover fuggire dalle persecuzioni.

Una parte molto ampia della popolazione ebraica e israeliana progressista la pensa esattamente così. Invece di escluderla, la sinistra europea dovrebbe schierarsi al suo fianco contro l’antisemitismo e lavorare insieme per un futuro migliore.

 

GRUNE JUGEND LOGOCome è stata accolta la vostra campagna dai giovani?
Prima di affrontare i problemi specifici delle giovani generazioni, vogliamo chiarire che riteniamo sbagliato presentare la questione come un problema dei giovani. La loro mancanza di comprensione delle diverse forme di antisemitismo può essere più visibile sui social media, ma nella nostra generazione esiste una grande varietà di opinioni ben argomentate.

Inoltre, questa inconsapevolezza è molto diffusa anche tra le generazioni più anziane, che dispongono mediamente di maggiori risorse economiche, potere e status sociale.

Naturalmente i nostri video hanno attirato molto odio da parte della generazione più giovane, soprattutto dalla sinistra antisionista, ma anche da ambienti di destra e da posizioni ideologicamente ambigue.

A nostro avviso, vi sono diverse ragioni per il calo della consapevolezza dell’antisemitismo tra i giovani. Una è che l’antisemitismo è un fenomeno molto complesso e difficile da comprendere nell’attuale ambiente mediatico e politico, caratterizzato da controversie accese, disinformazione e opportunismo.

Le forze progressiste hanno adottato l’intersezionalità e cercano di combattere ogni forma di discriminazione. Tuttavia, per molti approcci intersezionali, l’antisemitismo funziona in modo controintuitivo: a differenza del razzismo e di molte altre forme di odio, l’“altro” non viene costruito come inferiore ma come superiore. Gli ebrei, o gli israeliani nelle versioni contemporanee di queste narrazioni, vengono rappresentati come potenti controllori del mondo.

Poiché questo meccanismo non viene adeguatamente compreso nella sinistra politica, l’antisemitismo può diffondersi facilmente tra i giovani offrendo loro una prospettiva apparentemente attraente: una ribellione contro i potenti e contro uno status quo che sembra non offrire prospettive. Se vogliamo combattere l’antisemitismo in modo duraturo, dobbiamo modificare le condizioni che lo rendono così attraente.

Grunen Jugend Memoriale del campo di concentramento di Mauthausen 10 maggio 2026
Grunen Jugend Memoriale del campo di concentramento di Mauthausen 10 maggio 2026

Qual è la situazione in Austria per quanto riguarda lantisemitismo?
Da un lato, oggi esiste un senso di responsabilità storica molto più forte tra le élite politiche e nell’opinione pubblica rispetto al passato. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’immagine dominante degli austriaci era quella delle “prime vittime dei nazisti”. È stato necessario attendere fino al 1991 perché un cancelliere austriaco riconoscesse la responsabilità del Paese per la Shoah. Da allora si è sviluppata una cultura della memoria più forte, l’educazione sull’antisemitismo è stata progressivamente istituzionalizzata e i rapporti con Israele si sono rafforzati. Sebbene l’antisemitismo sia in aumento come nel resto d’Europa, le condizioni per contrastarlo sono relativamente favorevoli.

Dall’altro lato, il partito nazionalista di destra FPÖ guida i sondaggi nonostante le frequenti controversie legate all’eredità del nazismo. Inoltre, dopo il massacro del 7 Ottobre e l’inizio della guerra a Gaza, si è registrato un forte aumento dell’antisemitismo di sinistra. Vengono utilizzati slogan come «Liberare la Palestina dal senso di colpa austriaco» o «Mai più per chiunque» per mettere in discussione la narrazione storica sull’Olocausto e il rapporto speciale con Israele.

Per noi, il principio del «Mai più» non si riferisce a un gruppo specifico di vittime, ma all’ideologia specifica che ha motivato la Shoah e che la distingue dagli altri genocidi. I nazisti non volevano semplicemente dominare o sfruttare economicamente gli ebrei: volevano sterminarli tutti, fino all’ultimo, su scala globale. Pertanto, se la prevenzione dei genocidi è un dovere universale, questa è una lezione che può essere tratta da ogni genocidio della storia. Tuttavia, le caratteristiche specifiche della Shoah richiedono anche riflessioni e insegnamenti specifici.

 

 

 *10*

Sconfiggere Netanyahu, i pregiudizi e la nostra sfiducia

Anna Segre

Che cosa possiamo fare concretamente dall’Italia per favorire la pace tra israeliani e palestinesi? Mercedes Bresso, coordinatrice della sezione torinese e piemontese di Sinistra per Israele – due popoli due stati ritiene che su questo punto sia necessario essere chiari: l’unica soluzione possibile passa attraverso le elezioni in Israele e un cambio di governo. E dunque la cosa più importante e utile da fare è aiutare in ogni modo possibile l’attuale opposizione israeliana, e in particolare far sentire alla sinistra israeliana il nostro sostegno.

Con questo obiettivo chiaro e dichiarato è stato organizzato l’8 giugno presso la Città Metropolitana di Torino l’evento dal titolo eloquente Sconfiggere Netanyahu. I progressisti italiani a sostegno dell’opposizione israeliana.

L’incontro a distanza con la vicesindaca di Tel Aviv Chen Arieli e con l’attivista palestinese Samer Sinijlawi si è aperto con una domanda precisa rivolta a entrambi: che cosa possiamo fare per aiutarvi?

2026 06 08 Torino aAltrettanto chiare le risposte: secondo Chen Arieli la maggioranza degli israeliani vuole la pace, la fine dell’occupazione e uguali diritti per israeliani e palestinesi, ma la popolazione è traumatizzata e molti hanno paura di esprimersi. Per questo la sinistra israeliana ha bisogno del supporto della comunità internazionale per sostenere la democrazia e sconfiggere un governo che sta portando Israele verso la catastrofe. Non si può continuare a gestire il conflitto, occorre trovare soluzioni, concludere accordi di pace, terminare l’occupazione.

Secondo Samer Sinjilawi chi vuole davvero aiutare i palestinesi deve sostenere senza ambiguità la democrazia in Palestina. Per questo con altri attivisti ha fondato un nuovo movimento, New Path, per la democrazia e contro la corruzione (e naturalmente contro Hamas, che ha danneggiato enormemente la causa palestinese).

Anche per lui è chiaro che l’unica possibilità di arrivare alla pace passa per un cambio di governo in Israele e dunque anche per i palestinesi la priorità è convincere il pubblico israeliano. La pace – ha affermato – può venire solo da Gerico, Ramallah, Tel Aviv, Haifa; non da Roma o da Berlino. Il vero conflitto non è tra israeliani e palestinesi ma tra moderati ed estremisti da entrambe le parti.

La serata aveva anche un altro scopo, non meno importante: coinvolgere nell’evento il maggior numero possibile di partiti e organizzazioni di sinistra e progressisti della città e della regione sollecitandoli a uscire dall’ambiguità che troppo spesso avvolge i discorsi sul conflitto israelo-palestinese – in cui la critica alla politica di Netanyahu si trasforma in un attacco violento contro tutto ciò che è israeliano – e a partecipare invece a un percorso di dialogo e alla ricerca concreta di soluzioni al di là degli slogan.

L’adesione all’evento è stata effettivamente molto ampia, come dimostra il lungo elenco di coloro che hanno portato un saluto alla fine della serata: Nadia Conticelli, consigliera della Regione Piemonte, Partito Democratico; Silvia Fregolent, senatrice, Italia Viva; Simone Fissolo, consigliere del Comune di Torino dei Moderati; Alessandro Scopel, segretario metropolitano di Torino, Partito Socialista Italiano; Igor Boni, presidente di Europa Radicale; Silvio Viale, consigliere comunale di Torino, +Europa, Oreste Gallo, coordinatore dell’Associazione Radicale Adelaide Aglietta di Torino; Alberto Nigra, membro di Segreteria dell’Associazione Marco Pannella di Torino, e Alberto Tani, co-coordinatore territoriale di Volt di Torino.

Vale la pena di rilevare che del Partito Democratico erano presenti il Segretario regionale Domenico Rossi, il Senatore Andrea Giorgis e alcuni Consiglieri comunali e regionali: una partecipazione di alto livello, forse superiore alle aspettative.

L’eccezionalità dell’evento è stata sottolineata da Emanuele Fiano, intervenuto in presenza con un discorso appassionato e molto applaudito. Fiano ha riconosciuto che l’Israele attuale è per molti aspetti il contrario di ciò che una persona di sinistra vorrebbe, e ha sottolineato come non si debbano minimizzare i crimini commessi contro la popolazione civile palestinese. Al contempo, però, Fiano ha invitato con molta enfasi a non minimizzare neppure i numerosi segnali inquietanti del ritorno dell’antisemitismo in Europa e l’ostilità diffusa verso Israele in sé, che può portare solo all’isolamento e al conseguente arroccamento.

Ha completato la serata l’intervento a distanza dell’attivista italo-israeliano Roberto Della Rocca, che è entrato più dettagliatamente nel merito delle prospettive che si aprono con le imminenti elezioni in Israele: anche se Netanyahu sarà sconfitto, come appare oggi dai sondaggi, ci sarà un governo di coalizione non certo di sinistra, ma almeno si apriranno prospettive di dialogo.

Meritano un caloroso ringraziamento tutte le persone che hanno contribuito all’organizzazione di questo importante evento e grazie anche a Samuele Vianello, che ha gestito la traduzione dall’inglese di Chen Arieli e di Samer Sinijlawi in modo rapido e impeccabile.

Quella di Mercedes Bresso nell’ideare e organizzare la serata è stata indubbiamente una scommessa vinta se consideriamo la sala piena (addirittura con persone che non sono potute entrare, oltre alle molte rimaste in piedi) e l’alto numero di adesioni di partiti e organizzazioni.

Un bilancio positivo dell’iniziativa nonostante la contestazione di poche decine di persone all’ingresso dell’edificio, intenzionati a boicottare l’evento con lo slogan inquietante “Fuori Sinistra per Israele dalla nostra città”. Su di loro si è concentrata l’attenzione dei media locali: molto probabilmente se non ci fossero stati i contestatori l’evento avrebbe avuto meno risalto!

La buona riuscita della serata dell’8 giugno, con la sua vasta partecipazione, ci conforta e ci permette di avere più fiducia in noi stessi e nelle nostre possibilità.

 *11*

Cos’è (davvero) il pensiero woke?

Alessio Aringoli

Aringoli AlessioPubblicato Huffpost 11 giugno 2026

Sul pensiero woke si commettono spesso due errori opposti.

Il primo è minimizzarne la rilevanza. È un errore. Pur essendo un fenomeno difficilmente definibile con precisione assoluta, il wokeism rappresenta oggi una componente influente soprattutto di importanti settori delle élite culturali, accademiche e mediatiche statunitensi, le cui posizioni, e a volte le cui pose, hanno risonanza globale.

Il secondo errore è identificarlo con il progressismo in quanto tale. Anche questo è falso. Il pensiero progressista ha una storia lunga e complessa che affonda le proprie radici nell’Illuminismo, nella Rivoluzione francese, nel liberalismo politico, nel socialismo, nell’internazionalismo e nell’universalismo dei diritti. Il pensiero woke nasce invece da una diversa genealogia intellettuale.

2026 06 Cancel Culture WokeLe sue radici teoriche vanno cercate nell’estremizzazione di alcune correnti del postmodernismo e del post-strutturalismo. Autori come Michel Foucault, Jacques Derrida e Jean-François Lyotard hanno elaborato una critica radicale delle pretese universalistiche della ragione e della modernità. In particolare, Lyotard definì il postmodernismo come «incredulità verso le metanarrazioni», cioè verso quei grandi racconti universali — dall’Illuminismo al marxismo — che pretendevano di parlare a nome dell’umanità nel suo insieme.

Il punto decisivo è che una parte della cultura woke ha trasformato questa critica in una contestazione dell’universalismo stesso. L’Illuminismo non viene più visto come un processo storico contraddittorio ma emancipatore, bensì come una struttura di dominio costruita da uomini bianchi occidentali. Anche il 1789 smette di essere considerato l’atto di nascita della cittadinanza moderna e dei diritti universali per diventare una maschera ideologica dietro la quale si celerebbero colonialismo, razzismo e oppressione.

Naturalmente l’Illuminismo storico ebbe limiti, contraddizioni e cecità. Ma proprio in nome dei suoi principi furono combattute la schiavitù, le discriminazioni religiose e la negazione dei diritti politici e poi, sempre più, dei diritti sociali e dei diritti di autodeterminazione. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 resta uno dei testi fondativi della libertà moderna.

2026 06 Cancel culture - la rimozione della statua del generale confederato Robert Edward Lee a New Orleans, 19 maggio 2017
New Orleans 19 maggio 2017, rimozione della statua del generale confederato Robert Edward Lee

È qui che emerge un paradosso politico e culturale sottovalutato. Nel momento in cui il pensiero woke rifiuta l’universalismo illuminista, finisce per convergere, di fatto, con critiche provenienti da ambienti che si collocano a volte all’estremo opposto dello spettro politico: sovranisti, rossobruni, campisti, nazionalisti e integralisti. Pur partendo da presupposti diversi, tutti giungono a diffidare dell’idea di una comune umanità titolare degli stessi diritti.

Questa convergenza è particolarmente evidente nel dibattito sul Medio Oriente. In ampi settori della cultura woke contemporanea il sionismo, nato come movimento illuminista di autodeterminazione, viene interpretato come fenomeno coloniale. Il risultato è che il diritto all’autodeterminazione nazionale riconosciuto a altri popoli viene negato agli ebrei. Una posizione che, pur nata in ambienti formalmente progressisti, finisce per produrre effetti difficilmente distinguibili da antiche forme di ostilità verso l’esistenza politica del popolo ebraico.

Paradossalmente, questa crisi di pensiero nel campo progressista avviene proprio mentre la Chiesa Cattolica, ad esempio, sempre più considera il nucleo essenziale della rivoluzione illuminista un riferimento non eludibile. La centralità dei diritti umani nella prima Enciclica di Papa Leone ne è solo l’ulteriore conferma.

La critica al pensiero woke non dovrebbe essere lasciata ai conservatori nostalgici né ai teorici del “tramonto dell’Occidente”. Una critica progressista del wokeism è possibile, ed è necessaria. Essa dovrebbe consistere, essenzialmente, nel ricordare che senza universalismo non esistono diritti; senza Illuminismo non esiste cittadinanza moderna; senza il 1789 non esiste l’idea stessa che ogni essere umano, indipendentemente dalla sua appartenenza, possieda una dignità politica uguale.

Un pensiero progressista può e deve criticare i limiti storici e le contraddizioni che ovviamente anche l’Illuminismo storicamente ha avuto. Ma non può rinnegare la propria origine. Se smette di riconoscersi nel progetto dell’emancipazione universale, la sinistra perde non soltanto la propria storia. Perde la sua anima, e la sua funzione.

 

*12*

Livia Ottolenghi (Ucei): legge di contrasto attesa e necessaria

Adam Smulevich

articolo pubblicato il 4 Giugno 2026 su Moked che ringraziamo

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Esponenti della politica e della società civile hanno animato l’incontro “Anticorpi democratici” mercoledì pomeriggio a Palazzo Valentini a Roma su iniziativa dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane per dibattere sul disegno di legge contro l’antisemitismo approvato a marzo dal Senato e in discussione alla Camera dei deputati.

«Atteso, importante e necessario» sono i tre aggettivi utilizzati dalla presidente Ucei, Livia Ottolenghi, che ha spiegato come l’antisemitismo stia «entrando nella vita quotidiana» con sempre maggiore pervasività, con almeno due episodi al giorno registrati dall’osservatorio della Fondazione Cdec nei primi cinque mesi del 2026.

Per Ottolenghi è in atto «una progressiva normalizzazione dell’odio» e la legittimazione di alcuni vocaboli riferiti al conflitto in Medio Oriente ne è un elemento portante e «sta alimentando pregiudizi, ostilità e l’allontanamento dalla vita pubblica», come nel caso, definito da lei emblematico, del rifiuto del carro al gruppo ebraico Keshet Italia al prossimo Pride romano.

2026 06 Anticorpi-democratici-Ottolenghi«Le comunità ebraiche sono parte integrante della società italiana e una legge contro l’antisemitismo rappresenta una risposta necessaria e l’affermazione chiara dei valori del nostro Paese», ha proseguito Ottolenghi, auspicando il consolidamento di nuovi «anticorpi democratici» anche «per evitare le manifestazioni violente alle quali assistiamo da anni».

La presidente Ucei ha inoltre condiviso con la platea la solidarietà e il sostegno dell’ente allo scrittore Erri De Luca per l’esclusione dal festival Salerno Letteratura dopo le sue parole su Israele, il sionismo e la guerra a Gaza non conformi ad alcune letture ideologiche.

In apertura ha preso la parola anche l’ex presidente Ucei, Noemi Di Segni, appena tornata da Buenos Aires, dove ha partecipato a una riunione plenaria dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra). Per Di Segni, l’Italia deve andare orgogliosa del fatto di essere «l’unico Paese» in cui una legge sull’antisemitismo in fase di approvazione a livello parlamentare è incardinata sulla definizione dell’Ihra. Ciò, ha affermato, «deve fare capire quanto siamo un punto di riferimento anche a livello internazionale».

In collegamento dalla Germania è poi intervenuta la parlamentare e sociologa tedesca Lamya Kaddor: «L’antisemitismo è un attacco alla democrazia e combatterlo è una priorità».

Per Kaddor, non basta però contrastare l’odio ma «far sì che la vita ebraica in Europa sia sempre più vitale e visibile».

Si è aperto quindi lo spazio degli interventi in presenza introdotti da Giovanna Reanda, la direttrice di Radio Radicale, che ha esordito con alcune considerazioni sull’influenza “mainstream” di campagne che puntano a rendere un obbligo morale l’adesione ad alcune parole o narrazioni, pena l’esclusione da determinati spazi pubblici.

L’antisemitismo però «viene da lontano, non nasce con il 7 Ottobre e neanche dalla guerra contro Hamas», ha puntualizzato la giornalista.

Le riflessioni dei parlamentari

«Cosa mi convince di questo Ddl? L’educazione conta più del denaro: educate un bambino nelle scelte a essere tollerante, ad avere un senso critico e la società diventerà migliore», ha dichiarato Graziano Delrio del Partito Democratico. «Il Ddl non prevede nessuna sanzione e punta tutto sul dialogo».

Nazario Pagano (Forza Italia) ha affermato di «credere nel dialogo tra maggioranza e opposizione, perché dal dialogo possono arrivare cose utili per tutti». È la sua speranza, ha detto, anche per l’iter di questa «fondamentale» legge.

Il liberaldemocratico Luigi Marattin ha definito il dispositivo «necessario e utile», aggiungendo però che una legge non basterà fin quando, parlando del Medio Oriente, «non inizieremo a trattare le persone come persone e non come simboli».

Per Alessandro Giglio Vigna (Lega), «per il nostro partito non c’è differenza tra antisemitismo e antisionismo: siamo il gruppo politico che più si spinge e ancora oggi si sta spingendo nel dire che lo Stato di Israele si sta difendendo da un attacco e da attacchi multipli».

«Le leggi non bastano, ma sono una pietra miliare», ha osservato Maria Elena Boschi di Italia Viva. Nella sua lettura l’impegno su questo tema «è l’evoluzione di un percorso iniziato dieci anni fa con l’adozione della legge contro il negazionismo».

Lia Quartapelle del Pd si è detta convinta del bisogno di «dotarci di tutti gli strumenti per tutelare i diritti delle minoranze, a partire da quella ebraica, perché se c’è un problema con gli ebrei vuol dire che un gas nocivo è entrato nelle stanze delle democrazie».

Mauro Malaguti di Fratelli d’Italia ha definito «azzeccato» il titolo dell’incontro «perché ho sempre pensato che l’antisemitismo sia un virus che muta con pretesti diversi nel corso dei secoli: l’antisemitismo non è un’opinione, ma una discriminazione».

«I problemi culturali vanno affrontati in profondità», ha sostenuto Ettore Rosato di Italia Viva. «È normale che in politica ci siano posizioni diverse, non è però normale che alcuni cittadini italiani non si sentano a casa loro nell’Italia democratica».

Per Maurizio Gasparri (Forza Italia), «su questo disegno di legge c’è stata una forte disinformazione, con argomenti pretestuosi». Gasparri ha presentato il Ddl come «un segnale politico e morale necessario» per il Paese.

Nelle parole di Mariastella Gelmini (Noi Moderati) la legge «rappresenta un atto dovuto» ed è un provvedimento «culturale e politico, una reazione con la schiena dritta a quel che sta accadendo».

Secondo Ivan Scalfarotto (Italia Viva) «credo sia arrivato il momento di dire che l’antisemitismo è una malattia che è parte profonda della nostra storia e dell’aria che abbiamo respirato per secoli».

Anche per Marco Lombardo (Azione) l’antisemitismo si “nasconde” oggi sotto la maschera dell’antisionismo. Riguardo all’iter della legge, l’impressione di Lombardo è che il dibattito in Senato «non sia stato all’altezza del compito».

Ha concluso il primo panel, tutto politico, Benedetto Della Vedova di Più Europa: «L’antisemitismo è una cartina di tornasole e se in Europa un ebreo in quanto tale è a rischio, è l’Europa che perde la propria anima fondativa basata, dal Dopoguerra a oggi, sulla tolleranza e sulla libertà».

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Israele, Stato necessario? Una lettura del libro di Carlo Panella

Emanuele Fiano

Emanuele FianoCarlo Panella conferma la sua inclinazione provocatoria già nel titolo di questo libro, pubblicato in uno dei momenti più drammatici della storia recente di Israele e del conflitto mediorientale. Una provocazione che nasce dalla volontà di mettere in discussione categorie interpretative oggi dominanti.

La tesi è netta: Israele sarebbe uno Stato necessario non solo come approdo storico del popolo ebraico dopo la Shoah, ma anche perché la democrazia sorta nel 1948 avrebbe rappresentato una sfida simbolica per il mondo arabo e una spinta alla modernizzazione della regione. È il filo rosso dell’intero volume.

Sostenere una tesi di questo tipo proprio mentre Israele è identificato quasi esclusivamente con le politiche del governo Netanyahu e dei suoi alleati più estremisti, verso i quali l’autore riserva pagine di durissima critica e ai quali non concede alcuna attenuante, e mentre una parte vastissima dell’opinione pubblica mondiale considera ormai lo Stato ebraico responsabile di genocidio, apartheid, pulizia etnica e di alcuni dei più gravi crimini contro l’umanità conosciuti, costituisce una scelta tanto controcorrente quanto inevitabilmente provocatoria. E tuttavia è esattamente la sfida che Panella decide di affrontare.

L’autore cerca infatti di mostrare come gli Accordi di Abramo, che avrebbero aperto una possibile svolta storica in Medio Oriente, dimostrino che è proprio nel confronto, per quanto drammatico, con Israele che può ripartire la modernizzazione del mondo arabo, il cui sviluppo democratico sconta un ritardo profondo.

Le radici di questo ritardo politico e culturale vengono fatte risalire molto indietro nel tempo, fino al divieto ottomano della stampa in arabo e turco, punito addirittura con la pena di morte, cui Panella aveva dedicato il bellissimo “Fuoco Al Corano In Nome Di Allah”, edizioni Rubbettino, che avrebbe impedito la formazione di una cultura critica diffusa. Panella contrappone questa vicenda alla traduzione della Bibbia operata da Lutero e alla tradizione ebraica della discussione talmudica. L’assenza di un analogo processo avrebbe contribuito, secondo lui, alla debolezza delle classi dirigenti arabe, che non hanno potuto formarsi attraverso un lungo confronto critico con le Scritture e con il sapere.

Oggi, però, qualcosa starebbe cambiando. Gli Accordi di Abramo e la collaborazione di alcuni Paesi del Golfo con Israele nella guerra contro l’Iran rappresenterebbero il segnale di una trasformazione profonda. Su questo punto l’autore appare ottimista. Personalmente condivido alcune premesse, ma non la fiducia nelle prospettive immediate. Il 7 Ottobre, la devastazione di Gaza, le violenze criminali in Cisgiordania e la presenza al governo israeliano di forze ostili a una soluzione politica mostrano come oggi non sia nemmeno visibile un autentico processo di soluzione del conflitto, che appare, almeno nel breve periodo, privo di qualsiasi sbocco politico.

Il primo grande tema affrontato riguarda la natura del conflitto. Panella respinge radicalmente la lettura del sionismo come fenomeno coloniale e individua nel rifiuto ideologico e religioso della sovranità ebraica il nucleo originario dello scontro.

Richiama il ruolo del Gran Muftì Amin al-Husseini, la sua dottrina della negazione dell’esistenza storica del Tempio di Salomone sul luogo oggi occupato dalla Spianata delle Moschee, la sua alleanza con il nazismo e la sua opera di trasformazione di una controversia politica locale in un jihad globale contro lo Stato ebraico. In questa prospettiva, Hamas e il 7 Ottobre non rappresentano una deviazione dalla storia del conflitto, ma la sua tragica continuità.

ISRAELE LO STATO NECESSARIO 0cIl secondo tema riguarda le leadership palestinesi. Da al-Husseini ad Arafat fino ad Abu Mazen, Panella vede una lunga serie di occasioni perdute, quando non di antisemitismo islamico esplicito, come certamente nel caso del Gran Muftì. Rifiuto del compromesso, terrorismo, alleanze sbagliate e incapacità di costruire istituzioni solide avrebbero contribuito, secondo lui, alla tragedia palestinese. Una lettura forse troppo lineare, ma che pone interrogativi difficili da eludere.

Il terzo tema è l’esistenza di una tradizione araba alternativa al jihadismo. Panella rivaluta figure come Faysal ibn Hussein, fondatore della monarchia hashemita irachena, re Hussein di Giordania, padre dell’attuale sovrano Abdallah II, Habib Bourguiba e Anwar Sadat, fino agli Accordi di Abramo, ricordando che il mondo arabo non è mai stato un blocco monolitico e che accanto alla cultura del rifiuto è esistita anche una cultura della mediazione e del riconoscimento reciproco.

Il quarto nodo riguarda Israele stesso. Le pagine dedicate a Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e alle violenze dei coloni sono tra le più severe del libro. Panella sostiene che questa destra non sia erede né del sionismo laburista né di quello revisionista di Jabotinsky e Begin, ma piuttosto di Meir Kahane, il cui partito razzista e suprematista fu espulso dalla Knesset e dichiarato illegale, e che rappresenti oggi una minaccia per la natura democratica dello Stato ebraico.

Il quinto tema riguarda l’Europa. Panella critica una parte della cultura politica occidentale, accusata di leggere il conflitto quasi esclusivamente attraverso categorie post-coloniali e di non distinguere tra critica al governo israeliano, delegittimazione di Israele e ostilità verso gli ebrei. Dopo il 7 Ottobre, osserva, è riemersa una preoccupante tendenza alla collettivizzazione della colpa, che investe anche gli ebrei della diaspora.

Quanto al futuro, Panella ritiene oggi impraticabile la soluzione dei due Stati. Immagina invece un lungo percorso fondato sul disarmo di Hamas, sulla riforma delle leadership palestinesi e sul superamento del jihadismo palestinese e del suprematismo ebraico.

Solo allora potrebbe riaprirsi la prospettiva di uno Stato palestinese.

Qui emerge la mia principale differenza con l’autore.

Continuo a ritenere che l’orizzonte dei due popoli e due Stati resti indispensabile, perché senza una prospettiva di autodeterminazione per entrambi i popoli il rischio è quello di una guerra permanente. Panella, invece, considera prioritaria una trasformazione politica e culturale del Medio Oriente e vede negli Accordi di Abramo il punto di partenza di questo processo.

Il merito del libro è costringere il lettore a uscire dalle semplificazioni. Il limite è talvolta la tendenza a ricondurre fenomeni diversi a un’unica chiave interpretativa. Non tutto il nazionalismo palestinese è jihadismo e non tutto l’Islam è islamismo. Ma ignorare la dimensione religiosa e identitaria impedisce di comprendere Hamas, il 7 Ottobre e la persistenza di un rifiuto che va oltre la disputa territoriale.

Un libro per imparare e ragionare, con cui confrontarsi: ricco di informazioni, provocatorio e spesso illuminante. Insomma un libro utile da leggere.

 

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Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

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L’evoluzione dell’islam, nel corso del Novecento, non è stata una “mera imitazione dell’Occidente. Essa rappresenta piuttosto le reazioni creative di diversi elementi islamici alla sfida occidentale, sulla base delle proprie tradizioni e come riflesso delle loro intime continuità e conflitti.

Tale combinazione – si sostiene in un saggio di venti anni fa – ha fatto del fondamentalismo il discorso egemone nell’Islam moderno” (Itzchak Weismann, L’Islam e il concetto di modernità, in Roberto Tottoli (a cura di), Islam, Einaudi, Torino, 2009, pp. 5 -28, p. 26).

  

Tale posizione può essere oggetto di un’ampia discussione. Quando si considera l’Islam – come va fatto con l’ebraismo – va evitato l’errore di parlarne come di un blocco omogeneo: la varietà degli indirizzi e delle sue forme di espressione è ampia e documentata (si veda al riguardo, anche per i riferimenti bibliografici Adnane Mokrani, “Prospettive nella Fede islamica”, in S. Meghnagi, O. Liberanome (a cura di), Prevenire il pregiudizio, educare alla convivenza, Giuntina, Firenze, 2020, pp.139 – 160).

Tuttavia, si registra, oggi, in Europa e in Italia, un processo che – al di là del carattere egemone o meno del fondamentalismo – vede l’affermarsi di una presenza dell’Islam che ha un carattere più politico che religioso e che, tra l’altro, fa del conflitto mediorientale un tema di rilievo ai fini della propria affermazione.

Un recente, importante, Rapporto, diffuso dal Ministero dell’Interno francese (République Francaise, Le Ministère de l’Intèrieur, Freres Musulmans et Islamisme politique en France, Parigi 2 /5 /2025) documenta – con vari accenni al Regno Unito, al Belgio, alla Germania – l’estesa presenza nel paese di componenti importanti dell’islamismo politico. Il Rapporto precisa le caratteristiche specifiche di quello che appare come un sistema organizzato più significativo, quello dei Fratelli musulmani chiarendo sia il carattere radicale della propria proposta religiosa sia la strategia “entrista” [vedi nota 1 in calce all’articolo], di graduale conquista di spazi culturali in diversi ambiti della società.

    VOLUME - Le Frérisme et ses reseaux, L’Enquete

Il Rapporto conferma – per ciò che attiene a questo aspetto – i risultati di un’importante ricerca Le Frérisme et ses reseaux, l’enquête, (Editions Odile Jacob, Parigi, 2023) condotta in Francia dall’antropologa e ricercatrice del CNRS Florence Bergeaud – Blackler, posta oggi sotto protezione a causa delle minacce ricevute dopo la pubblicazione.

Questa indagine documenta in modo dettagliato l’origine del movimento dei Fratelli musulmani, i suoi riferimenti dottrinali, le sue modalità d’azione politica piuttosto che religiosa. Le forme operative adottate sono tese non solo al “reclutamento” di nuovi adepti, ma anche alla costruzione di un consenso e un’islamizzazione della società e delle sue istituzioni: il processo ha un ampio respiro, dall’educazione ai servizi sociali, dalle forme di relazione alla gestione del potere, dalle modalità di governo a quelle della rappresentanza. Il percorso scelto per conseguire tali obiettivi – sostiene il testo – privilegia nella fase iniziale una sensibilizzazione dal basso, con una presenza crescente a livello di realtà e amministrazioni locali, per promuovere progressivamente un consenso più ampio – al fine di rendere la società europea coerente con i principi della sharia.

In Italia, elementi ascrivibili a tale modalità di azione sembrano essere presenti, sulla base di un impianto concettuale che lega indirizzi di fede a modalità e proposte politiche.
È recente la prima stampa in italiano di Ma’alim fi al-tariq, (1964) testo fondamentale di Sayyid Qutb [vedi nota redazionale in calce] internazionalmente noto con il titolo Pietre Miliari, e ora tradotto Segni sulla via (El Hikma, Imperia, 2025).

Nella nuova versione italiana anche i contributi di Hamza Roberto Piccardo (presentazione) e di Tarik Ramadan (postfazione e il saggio “Ritenersi in minoranza”). [vedi note 2 e 3 in calce all’articolo]  

Ramadan scrive che “la storia di Sayyid Qutb come pensatore e attivista musulmano all’interno dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani dal 1951 in poi, è rivelatrice dell’evoluzione di questo movimento e, al tempo stesso, della realtà di ciò che oggi viene chiamato Islam politico” (p.203).

Ramadan scrive che “la storia di Sayyid Qutb come pensatore e attivista musulmano all’interno dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani dal 1951 in poi, è rivelatrice dell’evoluzione di questo movimento e, al tempo stesso, della realtà di ciò che oggi viene chiamato Islam politico” (p.203).

Piccardo apre il volume con una breve nota, dichiarando di riconoscersi “nel saggio di Tarik Ramadan … a commento del testo e in generale nel pensiero di Qutb” (ivi, p 6).

I temi fondamentali proposti da Tarik Ramadan nel riflettere su Sayyid Qutb sono due: cosa si debba intendere per Islam politico e come porsi verso la violenza in relazione al potere.

Scrive Qutb al riguardo: “nella concezione islamica, potere non significa semplicemente ricevere norme legali solo da Allah ed essere giudicati in base ad esse, senza ricorrere ad altre fonti. Governare solo in base ad esse corrisponde al concetto semplicistico che spesso si attribuisce alla parola sharia. Nell’Islam non ci si limita alla semplice legislazione, nemmeno all’istituzione del potere, alla sua organizzazione e alle sue diverse condizioni. Per Legge di Allah si intende tutta una serie di norme che Allah ha rivelato per organizzare la vita umana. Questo è rappresentato nei fondamenti della fede, dell’amministrazione della giustizia, della morale, dei comportamenti umani della conoscenza…essa comprende gli affari politici, sociali ed economici e i loro principi… (110).

La pubblicazione del libro di Sayyid Qutb appare significativo, anche, su come sia intesa la relazione tra Islam e altre fedi: Qutb è l’Autore di un saggio politico-religioso – scritto, secondo fonti accademiche, intorno al 1950 – dal titoloLa nostra battaglia contro gli ebrei”. Si tratta di un testo dal contenuto fortemente antiebraico – tradotto dall’arabo in diverse lingue, tra le quali quella inglese con il titolo “Our struggle with the Jews” in Roland L. Nettler, Past Trials and Present Tribulations: A Muslim Fundamentalist’s View of the Jews, (Pergamon Press, Oxford, 1987, pp.72 -87).

Qutb sostiene che il conflitto tra musulmani ed ebrei non sarebbe solo politico o territoriale, ma fondato su basi religiose e storiche, in ragione delle quali si sostiene l’esistenza di una inequivocabile ostilità permanente degli ebrei verso l’Islam.

Gli ebrei – descritti come un gruppo portatore, nel suo insieme, di tratti negativi e immutabili – sono ritenuti, nel loro insieme, parte in causa, attraverso il sionismo, nella nascita di Israele e nel conflitto connesso. In questa lettura più ampia di conflitto storico-religioso, il testo non distingue in modo chiaro tra ebrei e israeliani.

Nelle considerazioni che accompagnano il testo presentato in italiano, Tarik Ramadan definisce “un torto storico quello che viene fatto a Sayyid Qutb, quando lo si è presentato come il maestro dell’Islam radicale “(Segni sulla via, cit p.207) e aggiunge: “quello che dice Sayyid Qutb è quello che Hassan al Banna diceva sulla Palestina, cioè la necessità di avere la capacità e la possibilità di prendere le armi quando ci si trova di fronte ad autocrati armati e violenti.” Afferma quindi: “noi siamo legittimati e prendere le armi quando il potere tirannico esercita la violenza” (ivi p.207).

Colpisce la menzione della presenza ebraica in Palestina come “colonizzazione” e l’uso del termine “resistenza”: si tratta di parole che colgono, indubbiamente, la sensibilità politica italiana – soprattutto nell’ambito della sinistra – nel discutere del conflitto mediorientale.

La copertina della pubblicazione in lingua italiana del lavoro di Qutb propone la lunga colonna di palestinesi in fuga da Gaza mostrata in televisione nei mesi passati, costituendo così la premessa alle ultime righe della postfazione di Tarik Ramadan: “la colonizzazione è assolutamente inaccettabile non può mai essere giustificata, la resistenza che gli si oppone una necessità e i responsabili della scelta delle armi non sono quelli che resistono ma chi gliela impone attraverso la violenza, la manipolazione e la falsità” (ivi,  p.208).

Con queste parole si conclude un testo che rifiuta di ascrivere il pensiero di Sayyid Qutb a quello di ideologi di movimenti islamici violenti, ma non esclude l’azione violenta come azione di “resistenza” di fronte a soprusi e, in particolare a un’azione “coloniale” come quella che si sarebbe attuata con la nascita di Israele.

La pubblicazione del volume di Sayyid Qutb – che ha avuto una larga circolazione nel mondo islamico attraverso ristampe arabe successive – è certo legittima ai fini di una discussione culturale e sociale.

Assume, peraltro, nella realtà odierna un rilievo politico ineludibile. Tarik Ramadan tende a sottolineare il carattere significativo della cultura islamica e della sua dialettica con quella occidentale per una evoluzione della convivenza tra fedi diverse in Europa. A tal fine, di per sé interessante, mette insieme una dimensione di fede che ha una connotazione radicale e le implicazioni legate a processi storici e dinamiche politiche.

La chiarezza su questi aspetti implica peraltro, una lucida separazione tra due ambiti, per non confondere la dimensione specifica del conflitto mediorientale e l’evoluzione della democrazia occidentale.

La pace in Medio Oriente – tra due popoli che hanno sperimentato entrambi sofferenze e tragedie e sono entrambi portatori di ragioni e torti – appare difficilissima se si legge il confronto privilegiando una dimensione di fede in cui il radicalismo di entrambe le parti può avere il sopravvento, con esiti più disastrosi di quelli in essere. Per questo, la lettura delle dinamiche geopolitiche va affrontata evidenziando le dinamiche di potere, gli interessi economici, la supremazia militare, la tutela di interessi.

Un compromesso è possibile se si supera una contrapposizione fatta di assiomi di carattere religioso e si opera ai fini di un compromesso che può avere luogo se si individuano accettabili possibilità di vita pacifica e di rispetto reciproco. Si tratta di dare un assetto geografico e territoriale che consenta una contiguità ineludibile tra due collettività che sono e devono riuscire a vivere vicine.

La convivenza civile in Europa impone un discorso diverso, basato su una seria riconsiderazione di concezioni sulla laicità, chiare nella genesi e nella elaborazione, avvenuta, all’epoca, in contesti relativamente omogenei per quanto riguarda le popolazioni coinvolte.

Non c’è dubbio che si delinea oggi una rinnovata e forse inedita evoluzione delle forme della democrazia, delle sedi istituzionali, della rappresentanza.

Il cambiamento sociodemografico, ricco di implicazioni sociali, impone di analizzare con attenzione le caratteristiche della libertà religiosa, nei suoi limiti, nelle sue forme.

Si tratta, in questo diverso caso, di operare per chiarire questioni eticamente sensibili ricercando forme possibili di un assetto istituzionale e democratico che, stabiliti limiti e doveri, garantisca a tutti la libertà e la pienezza dei diritti di cittadinanza.

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note dell’articolo

1- entrista
Il termine “entrisme” – tratto dal linguaggio comunista di matrice trozkista – è usato per descrivere tattiche tese ad acquisire influenza all’interno di partiti, sindacati, istituzioni, con l’obiettivo di influenzarne le scelte, le decisioni, l’orientamento. Tale definizione descrive una strategia organizzativa, che opera non ai fini di un’adesione o di una conversione, ma di una progressiva presenza in ambiti propri della vita democratica.

 2 – Hamza Roberto Piccardo
attivista mussulmano italiano, convertitosi all’Islam nel 1975, ha fondato, nel 1993 la casa editrice El Hikma. È sua la traduzione in italiano del Corano, apparso nella sua prima edizione nel 1994 e ristampato più volte, su licenza dalla Newton Compton editori arrivando, nel febbraio del 2025, alla XLVIII edizione. Tra i fondatori e dirigente lui stesso dell’Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII) è stato portavoce della European Muslim Network

3 – Tariq Ramadan
filosofo e scrittore svizzero di origine egiziana – coinvolto in vicende giudiziarie sulle quali, in questa sede, non si ritiene di doversi soffermare – è noto per i suoi studi sull’integrazione islamica in Europa. Nipote di Hassan El Banna, fondatore, nel 1928, dei Fratelli Mussulmani ha scritto diverse opere tra le quali, in italiano, L’Islam in Occidente. La costruzione di una nuova identità (Rizzoli, Milano 2006)

 

Note a cura della Redazione sulla vita e le opere di Sayyid Qutb

Note biografiche

  • Sayyid Qub Ibrahim Husayn al-Shadhili (1906), insegnante e poi ispettore del Ministero dell’istruzione egiziano.
  • Fondamentale esperienza formativa un suo viaggio negli USA dal 1948 al 1950, frequentando diverse università, maturando le sue tesi più significative.
  • Tornato dal viaggio aderisce alla Associazione dei Fratelli Musulmani (Jamaʿat al-Ihwan al-muslimin) divenendone il principale ideologo.
  • Nel 1954, dopo l’attentato al presidente egiziano Jamal Abd al-Nasir (Nasser), i Fratelli Musulmani saranno messi fuori legge dal regime
  • Nel 1966 verrà giustiziato con altri leader dei Fratelli Mussulmani alla fine di un processo, data che segnerà simbolicamente l’inizio dell’eterno scontro fra il Panarabismo (nazionalismo laico) e il Panislamismo (nazionalismo religioso) che prosegue fino ad oggi

Le opere principali 

  • La giustizia sociale nell’Islam – Al-Adala al-ijtima’iyya fi Islam
  • La nostra battaglia con gli ebrei – Ma’rakatuna Ma’a Al-Yahud
  • All’ombra del Corano – Fi zilal al Quran
  • Pietre Miliari – Ma’alim fi al-tariq (Segni sulla via)
  • Perché mi hanno giustiziato? – Li-mahda adamuni?

Alcune fra le citazioni più note

Da “Milestones – Ma’alim fi al-tariq – Maktabah Booksellers and Publishers – Birmingham England – 2006”

  • La democrazia in Occidente è diventata sterile a tal punto che prende a prestito dai sistemi del Blocco Orientale, specialmente nel sistema economico, sotto il nome di Socialismo (p.23)
  • […] in modo che gli ebrei possano penetrare nelle istituzioni politiche di tutto il mondo e quindi essere liberi di perpetuare i loro disegni malvagi. In cima alla lista di queste attività c’è l’usura, il cui scopo è che tutta la ricchezza dell’umanità finisca nelle mani delle istituzioni finanziarie ebraiche che gestiscono (p.123)
  • Guarda questo capitalismo con i suoi monopoli, la sua usura … questa libertà individuale, … questo atteggiamento materialista … questo “libero mescolarsi dei sessi” …  questa “emancipazione delle donne” …. queste leggi ingiuste e ingombranti sul matrimonio e sul divorzio (p.155)

Da “La nostra battaglia con gli ebrei – Ma’rakatuna Ma’a Al-Yahud” in “Haim, S. G.-Sayyid Qutb, Journal of Asian and African Studies, Vol. 16, 1982, pp. 155–156”

  • Centinaia e migliaia [di ebrei] si sono infiltrati nel mondo musulmano, e continuano a farlo nelle vesti di orientalisti. I loro alunni occupano oggi le posizioni della vita intellettuale dei paesi i cui popoli si definiscono musulmani. Il loro scopo è chiaramente dimostrato dai Protocolli [degli Anziani di Sion]. Gli ebrei sono dietro il materialismo, la sessualità animale, la distruzione della famiglia e la dissoluzione della società. I principali tra loro sono Marx, Freud, Durkheim e l’ebreo Jean-Paul Sartre

 

 

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Simone Santucci
Radio Radicale Ringraziamento

Redazione 2026 SxI2p2s gennaio

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