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Cosa trattiamo in questo numero
Victor Magiar
Prima pagina
Israele, guida alle elezioni di ottobre: le più importanti della sua storia
Alessio Aringoli
In Medio Oriente
Primarie dei democratici, segno della forza del centrosinistra israeliano
Francesco Barbetta
Un New Deal per Israele: Le proposte riformiste di Naama Lazimi
Francesco Barbetta
Ecco come appare un risveglio!
Yair Golan
L’Europa deve cessare gli scambi commerciali con gli insediamenti illegali israeliani
Barnavi, Baruch, Baskin, Ben-Yair, Bilu, Burg, Chazan, Galnoor, Galon, Goldreich, Hammerman, Harel, Heiblum, Karp, Kratsman, Levac, Liel, Metzer
Israele e il mondo arabo
Al Arabiya intervista il Presidente Herzog
Victor Magiar
Israele e il mondo arabo
Shalom, Dubai. Essere un’israeliana nella New York del Medio Oriente
Sharon Nizza
Voci a Sinistra
Due Nobel per unire Israele e Palestina
A Torino nasce il comitato per la Pace Giusta
Sezione Anpi Nicola Grosa – Torino
Gli attivisti della Global Sumud Flotilla ai funerali di Khamenei:
un silenzio che pesa
Cecilia Brighi
Antisemitismo, antiebraismo, “antiebreismo”
Miryam Fadlun
Dalla critica politica alla discriminazione
Un mese da dimenticare
Valentina Caracciolo
Letture e Riletture
Dalla “sentenza” di genocidio alla “condanna” del “sionismo”
Saul Meghnagi
Rassegna stampa
Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
Simone Santucci
Redazione
Contatti
*1*
Victor Magiar
Apriamo questo numero parlando del futuro, o meglio di un “possibile” futuro di pacifica convivenza in Medio Oriente.
Siccome non siamo degli illusi – e sappiamo che vanno prima battuti i nemici della pace, che siano israeliani, palestinesi, arabi o iraniani – proveremo qui a riportare analisi e segnali positivi che difficilmente troverete sui media nostrani.
.
Lo facciamo con
- un’analisi, o meglio, una guida di Alessio Aringoli dedicata alle prossime elezioni israeliane
- un resoconto di Francesco Barbetta sulle primarie dei democratici, segno della forza del centrosinistra israeliano
- la descrizione, a cura di Francesco Barbetta, delle proposte riformiste di Naama Lazimi e
- il discorso di Yair Golan
Lo facciamo poi riferendo della costante evoluzione dei rapporti fra Israele e il mondo arabo
- con l’intervista della televisione saudita Al-Arabiya al Presidente israeliano Herzog
- con un reportage di Sharon Nizza sugli israeliani che vivono a Dubai
e dando voce ad alcuni storici leader della società e delle istituzioni di Israele che chiedono che
- l’Europa cessi gli scambi commerciali con gli insediamenti illegali israeliani
Dall’Europa e dall’Italia invece i soliti tristi segnali: proprio mentre scriviamo assistiamo al linciaggio – in pieno stile antisemita anni ‘30 – di un bravo giornalista italiano, uno dei pochi che in questi anni non si è prestato a ripetere le veline passate da Hamas.
Raccontiamo allora questa condizione di isteria, ipocrisia, conformismo, massimalismo e degenerazione ideologica, e lo facciamo
- con una riflessione di Cecilia Brighi sugli attivisti della Global Sumud Flotilla che hanno partecipato ai funerali di Khamenei, in un silenzio assordante della politica
- con una riflessione di Saul Meghnagi sul massimalismo accademico che passa con disinvoltura dalla “sentenza” di genocidio alla “condanna” del “sionismo” tout court
- con un resoconto di Miryam Fadlun su un seminario con Sergio Della Pergola su “Antisemitismo, antiebraismo e … antiebreismo”
- con un articolo di Valentina Caraciolo che racconta “Un mese da dimenticare: dalla critica politica alla discriminazione
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Come non bastasse, ecco altre menti brillanti scatenate contro l’ANPI rea di aver stilato un comunicato congiunto con l’UCEI, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Ci domandiamo che faccia faranno quando scopriranno che la Sezione Anpi Nicola Grosa di Torino ha deciso di candidare al Nobel per la Pace il palestinese Bassam Aramin e l’israeliano Rami Elhanan: una proposta a cui “Sinistra per Israele Due Popoli Due Stati” ha aderito con convinzione, come riportiamo nell’articolo
- due Nobel per unire Israele e Palestina: a Torino nasce il comitato per la Pace Giusta
Per non essere storicamente irrilevante, la Sinistra deve prendere coscienza della necessità di sostenere l’Israele democratico e la Palestina democratica, e abbandonare il manicheismo da salotto, tardo terzomondista, in salsa woke.
Speriamo accada presto.
*2*

Israele, guida alle elezioni di ottobre: le più importanti della sua storia
Alessio Aringoli
Il 27 Ottobre 2026 gli israeliani non decideranno soltanto chi governerà. Dovranno scegliere quale significato dare al trauma del 7 Ottobre e alla guerra che ne è seguita: ricostruire lo Stato e la sua democrazia, oppure trasformare l’emergenza in una condizione permanente di governo.
Sarà una delle elezioni più importanti della storia d’Israele. Da una parte il rilancio delle istituzioni, dei contrappesi e del primato della politica sulla forza; dall’altra il progetto autoritario e di guerra permanente della coalizione di estrema destra di Benjamin Netanyahu.
Il sistema elettorale israeliano resiste sempre alle semplificazioni: si votano liste in un unico collegio nazionale; 120 seggi distribuiti proporzionalmente tra le liste che superano il 3,25% dei voti.
Ne esce ordinariamente la fotografia caleidoscopica di una società di laici e religiosi, ebrei e arabi, metropoli, kibbutz e periferie.
La fotografia da sola non governa. Dopo il voto serve sempre (e servirà soprattutto questa volta) la paziente composizione politica delle differenze, e l’aggregazione di almeno 61 seggi intorno a un programma e a un’idea di Paese.
La maggiore novità della campagna elettorale finora è Gadi Eisenkot: con il nuovo partito Yashar! l’ex capo di Stato maggiore contende al Likud il primato nei sondaggi. Porta autorevolezza militare, lutti familiari e un linguaggio di responsabilità istituzionale: commissione di inchiesta sul 7 Ottobre, uguaglianza nel servizio, sicurezza liberata dall’idea della guerra come fine in sé.
Eisenkot, probabilmente il più votato, rappresenta un “centrismo del buon senso” fermamente orientato contro una destra radicalizzata: competono per lo stesso spazio politico anche Naftali Bennett e Yair Lapid (Yachad) e, più a destra, il fortemente laico Avigdor Lieberman (Yisrael Beitenu). Resta da capire se questa normalità diventerà un progetto solido o il rifugio temporaneo di chi vuole congedare per sempre Netanyahu.
Più profondo è forse l’esperimento dei Democratici di Yair Golan. L’unione fra Avodà (ovvero, i Laburisti) e Meretz ha ricomposto una frattura storica della sinistra sionista. Golan ha aperto il partito ai protagonisti delle mobilitazioni popolari, il grande movimento contro l’assalto alla giustizia e alla democrazia prima, per la liberazione degli ostaggi e per la fine della guerra a Gaza poi.
Le primarie del 20 luglio hanno dato sostanza a questa ambizione: oltre 97.000 votanti su 112.376 iscritti. Numeri importanti per un partito in un paese delle dimensioni di Israele. Dietro Golan si sono imposti Naama Lazimi, Gilad Kariv ed Efrat Rayten. Fra i primi dieci candidati figurano protagonisti del movimento di protesta democratica, come Omri Ronen e Moshe Radman, e l’attivista araba israeliana Somaya Bashir. Non è ancora un risultato elettorale, ma è già un risultato politico. La sinistra torna a produrre partecipazione e mobilitazione di massa, e a costituire il punto di riferimento politico delle lotte sociali. Anche Yair Golan viene dai vertici militari. Dall’esercito popolare, nato dalla Haganà, espressione del sionismo socialista, sono venuti spesso leader progressisti. Non perché l’uniforme renda automaticamente di sinistra, ma forse anche perché chi conosce davvero la forza ne comprende spesso il limite: una vittoria militare senza un obiettivo politico prepara solo la guerra successiva.
Golan dovrà superare la diffidenza generata verso la sinistra dai fallimenti del processo di pace con i palestinesi e quella ulteriore causata dallo shock del 7 Ottobre. Dovrà convincere gli israeliani che un orizzonte politico per la questione palestinese non è la negazione della sicurezza, ma il suo compimento. Il programma dei Demokratim affronta anche carovita, welfare, scuola, servizi, periferie, rilanciando con forza le radici socialdemocratiche di Israele.
A destra, intanto, Netanyahu affronta le conseguenze anche elettorali delle proprie scelte. Per sopravvivere, il premier in carica ha infatti legittimato, “sdoganato”, gli eredi politici del kahanismo: un tempo esclusi compattamente dall’“arco costituzionale” del sionismo, perché i loro principi suprematisti e integralisti erano considerati incompatibili con quelli del sionismo, in ogni sua declinazione.
Oggi invece, in particolare Otzma Yehudit (Potere Ebraico), il partito di Itamar Ben-Gvir, sfida il Likud sul suo stesso elettorato.
Mentre molti si domandano già che cosa ne sarà del Likud stesso, dopo Netanyahu. Il partito nato dalla corrente di minoranza di destra del sionismo, il cosiddetto sionismo “revisionista” di Jabotinsky e poi di Begin, trasformato da Netanyahu in un partito quasi personale-famigliare, con la fuoriuscita di quasi tutti i suoi leader storici, avrà dopo “Bibi” un futuro, e quale? Un interrogativo aperto, cui oggi è ancora impossibile rispondere.
Nel frattempo, appaiono più isolati che mai i partiti degli “haredim”, cioè dei cosiddetti ultraortodossi: lo Shas (sefardita) e lo UTM (aschenazita). La guerra permanente voluta dalla coalizione di Netanyahu, di cui facevano parte, ha reso sempre più intollerabile l’esenzione degli studenti ultraortodossi dal servizio di leva. Gli ultraortodossi cercheranno certamente la maggior mobilitazione possibile del loro elettorato, ma i frutti dell’alleanza con Netanyahu appaiono avvelenati, e il rischio è l’irrilevanza.
Infine, il voto arabo diviso in tre partiti: Ra’am e Hadash-Ta’al valgono oggi, secondo i sondaggi, almeno 10 seggi. Balad rischia invece ancora di restare sotto la soglia, mentre una ricomposizione unitaria potrebbe aumentare partecipazione e rappresentanza. I voti dei partiti arabi israeliani, numeri alla mano, possono decidere la prossima maggioranza di governo di Israele. La questione, ovviamente, è politica oltre che aritmetica. Ra’am ha già partecipato alla coalizione Bennett-Lapid.
In conclusione alcune considerazioni per chi osserverà il voto in Israele mosso dalla speranza di un futuro di pace e di giustizia per la regione:
- identificare Israele con il suo governo è sempre stato un errore di analisi, frutto di ignoranza in molti casi, in altri di pregiudizio e, a volte, di vero e proprio odio verso il popolo israeliano in quanto tale
- regalare a Netanyahu il monopolio dell’identità nazionale israeliana, cancellare dall’orizzonte la società, la cultura, la politica che non hanno mai smesso di resistergli è uno sbaglio, cui però si può ancora in parte rimediare
- sostenere i progressisti israeliani oggi non è un gesto consolatorio: la loro battaglia infatti deciderà se Israele potrà tornare a unire sicurezza, democrazia, giustizia sociale e pace.
Dal risultato di queste elezioni dipenderà una parte decisiva del futuro di tutto il Medio Oriente e del Mediterraneo.
partiti SINISTRA
- Ha-Demokratim (I Democratici)
partiti CENTRO
- Yashar! (Dritto!)
- Yachad (Insieme)
- Yisrael Beitenu (Israele Nostra Casa)
partiti DESTRA LIBERALE
- Likud (Consolidamento)
partiti DESTRA SUPREMATISTA
- Otzma Yehudit (Potere Ebraico)
- HaTzionut HaDatit (Sionismo Religioso)
partiti RELIGIOSI
- Shas – acronimo che può indicare Shomrei Sefarad (Guardiani Sefarditi)
- Utm – Yahadut Ha-Tora Ha-Meuhedet
partiti ARABI
- Balad (Paese) nazionalista arabo, antisionista
- Ra’am (Lista Araba Unita) islamista, soluzione 2 Popoli 2 Stati, primo partito arabo entrato in una coalizione di governo
- Hadash-Ta’al, alleanza di altri due partiti:
- Ta’al (Movimento Arabo per il Rinnovamento) nazionalisti secolarizzati, soluzione 2 Popoli 2 Stati
- Hadash (Nuovo) partito arabo-ebraico comunista, soluzione 2 Popoli 2 Stati
*3*

Primarie dei democratici,
segno della forza del centrosinistra israeliano
Francesco Barbetta

Il 20 luglio si sono tenute le primarie de Ha-Demokratim, i Democratici israeliani, per comporre la lista elettorale da presentare alle prossime elezioni.
Le votazioni si sono svolte interamente online e gli oltre 97.000 votanti (l’86% dei 112.638 iscritti aventi diritto di voto) potevano scegliere da 6 ad 8 candidati tra i 51 presentati.
Per numero di iscritti il partito è secondo solo al Likud e i sondaggi gli attribuiscono tra i 9 e gli 11 seggi nella prossima Knesset.
Tre i parlamentari uscenti che hanno scelto di ricandidarsi, Naama Lazimi, Gilad Kariv ed Efrat Rayten, in corsa insieme agli altri nuovi candidati tra cui molti attivisti delle manifestazioni contro la riforma giudiziaria: tra questi spiccano Omri Ronen di Brothers in Arms, Moran Zer Katzenstein, Lee Hoffman Agiv e Hadas Ragolsky di Bonot Alternativa, Nava Rozolyo, Moshe Radman, Danny Elgart, diventato attivista dopo la morte di suo fratello Itzik, rapito il 7 Ottobre e ucciso da Hamas, e Yair Fink, attivista contro la riforma giudiziaria con ruoli in Histadrut.
Tra gli ex parlamentari che cercano di tornare nella Knesset figurano Gaby Lasky, Mossi Raz, Ali Salalha e Michal Rozin provenienti da Meretz, Emilie Moatti e Ram Shefa del Partito Laburista, Yael Cohen Paran e Inbar Bezek.
Prima delle votazioni, inoltre, 35 dei 51 candidati si sono pubblicamente impegnati nella promozione di un’agenda politica socialdemocratica a favore dei diritti sociali, del lavoro organizzato, dell’aumento della spesa pubblica e del rafforzamento del welfare.
L’assegnazione dei posti impone:
- l’alternanza di genere uomo donna
- al primo posto il presidente Yair Golan
- i posti 6, 8 e 14 riservati a candidati del Meretz
- i posti 12, 13, 18 e 27 riservati a kibbutznikim, moshavnikim, arabi, drusi e circassi.

Questi i primi 20 posti della lista dei democratici:
1. Yair Golan, 2. Naama Lazimi, 3. Gilad Kariv, 4. Efrat Rayten, 5. Yaya Fink, 6. Gaby Lasky, 7. Omri Ronen, 8. Michal Rozin, 9. Moshe Radman, 10. Somaya Bashir, 11. Nimrod Sheffer, 12. Moran Zer Katzenstein, 13. Avi Dabush, 14. Emilie Moatti, 15. Tomer Avital, 16. Nava Rozilio, 17. Ram Shefa, 18. Ali Salalha, 19. Rotem Sivan, 20. Eran Etzion.
Alcuni commentatori ritengono la conferma dei tre parlamentari uscenti un fatto non scontato poiché, storicamente, il Partito Laburista è stato attraversato da intrighi, regolamenti di conti interni e spirito di vendetta.
Gli iscritti hanno scelto stabilità e continuità, premiando i tre parlamentari per il lavoro svolto in una delle legislature più turbolente e difficili della storia di Israele.
Figure come Lazimi e Kariv si sono distinte anche nelle piazze, partecipando a quasi tutte le manifestazioni più significative, mentre Rayten ha portato il peso della gestione del gruppo parlamentare. Anche il resto della lista è di grande qualità perché composta da figure con una solida storia di attivismo civico:
Fink ha fondato Lobby 99, una specie di gruppo di pressione che vuole rappresentare gli interessi economici e sociali della maggioranza dei cittadini nella Knesset.
Gaby Lasky è un’avvocatessa attiva nella difesa dei manifestanti arrestati.
Omri Ronen è il primo esponente di Brothers in Arms ad entrare in politica.
Se si rivelassero corretti i sondaggi che danno ai Democratici 11 seggi, che equivale a 420/450 mila votanti, significherebbe che circa un quarto degli elettori sono diventati membri del partito: un patrimonio organizzativo e politico importante.
Tra gli iscritti aventi diritto di voto dal punto di vista geografico la stragrande maggioranza proviene dal distretto di Tel Aviv e dal Centro del paese, con 93.100 iscritti, mentre 9.800 provengono dal distretto Nord e Haifa, 6.100 dal distretto di Gerusalemme e solo 3.600 dal distretto Sud e Negev.
Per quanto riguarda l’appartenenza comunitaria, ci sono 12.600 residenti di kibbutz, 10.500 residenti di moshavim, 5.700 cittadini arabi e 2.800 cittadini drusi.
Questa crescita deriva sia dal coinvolgimento dei Democratici nelle manifestazioni di questi anni che dalla possibilità offerta agli iscritti di influenzare le scelte del partito con strumenti come le primarie.
Nella maggior parte dei partiti israeliani non si tengono più primarie aperte. Molte formazioni politiche, infatti, scelgono i loro candidati attraverso commissioni ristrette o decisioni dei leader. Di conseguenza un’opportunità come quella offerta dai Democratici è stata colta da molte persone.
Questo fenomeno testimonia una fame di partecipazione nella sinistra israeliana che da tempo non aveva avuto canali concreti per incidere sulle scelte dei partiti che intende sostenere.
*4*

Un New Deal per Israele: Le proposte riformiste di Naama Lazimi
Francesco Barbetta

Nelle ultime settimane nel blocco dell’opposizione si è sviluppato un confronto sui temi economici che ha messo in luce due visioni contrapposte per il futuro economico e sociale di Israele.
Yair Lapid ha elogiato i benefici del capitalismo criticando le proposte economiche di segno socialista.
Naama Lazimi ha replicato sostenendo che sono le disuguaglianze estreme a logorare la democrazia, proponendo la socialdemocrazia come antidoto contro ogni deriva autoritaria, rivendicando una politica di welfare universale in contrapposizione all’assistenzialismo settoriale e corrotto. Lazimi in questi anni si è ritagliata un ruolo di primo piano per le sue battaglie in commissioni economiche e sociali.
La sua voce critica si leva contro quella che definisce una settorialità dilagante nella gestione delle risorse pubbliche, denunciando come i fondi vengano dirottati verso gruppi specifici tramite accordi politici e fondi di coalizione a scapito di una visione universalistica che dovrebbe garantire servizi a tutti i cittadini.
Per Lazimi la creazione di una solida rete di sicurezza sociale è un dovere morale e un investimento strategico per la resilienza nazionale, un concetto che ha assunto un’urgenza drammatica alla luce delle crisi e delle guerre che hanno segnato il Paese dal 7 Ottobre.
Di conseguenza il suo programma economico, riassunto in un documento intitolato un New Deal per Israele, punta a una drastica inversione di rotta rispetto al modello neoliberista che, a suo avviso, ha eroso i servizi pubblici aumentando le disuguaglianze e minando la coesione sociale. La parlamentare è fermamente convinta che lo stato sociale debba basarsi sulla fiducia tra cittadini e istituzioni ma per ricostruirla è necessario eliminare le pratiche di finanziamento opache, sostituendole con criteri trasparenti e universali, specialmente in settori chiave come l’istruzione.
Lazimi individua nell’educazione il pilastro centrale di questo rinnovato contratto sociale, immaginando un sistema in cui lo Stato torna a svolgere un ruolo attivo garantendo standard elevati e opportunità eguali per tutti, a partire da un riorientamento dei fondi verso un’istruzione pubblica di qualità.
Questo principio si traduce nella richiesta di un’istruzione statale che comprenda anche il settore ultraortodosso che attualmente beneficia di finanziamenti per scuole private senza un curriculum di studi di base, quindi privo di materie fondamentali come l’inglese. Si tratta di uno spreco di risorse pubbliche e di una condanna per intere generazioni all’emarginazione dal mercato del lavoro, aiutando la riproduzione della povertà di questa comunità.
La sua prospettiva si estende a una critica più ampia del modello economico vigente in Israele che ha visto aumentare la precarietà lavorativa della classe media e l’impoverimento di lavoratori chiave come gli insegnanti, la cui professione viene svilita da salari inadeguati e condizioni di lavoro sempre più difficili.
Secondo Lazimi l’eredità del 7 Ottobre e le conseguenze della guerra hanno dimostrato in modo lampante l’assoluta necessità di uno Stato forte che investa nei servizi sociali come parte integrante della sicurezza nazionale. Di fronte alle divergenze di vedute con le altre forze dell’opposizione Lazimi si dice pronta a portare i suoi ideali socialdemocratici in un futuro governo del cambiamento ma solo a condizione di ottenere impegni concreti nei programmi che andranno a riparare i danni di anni di politiche di austerità e di clientelismo politico. Consapevole che il suo partito rappresenta una minoranza all’interno del più ampio fronte anti-Netanyahu, è determinata a far sì che le sue istanze non vengano accantonate, vedendo nella ricostruzione di un patto sociale equo e nella lotta alle disuguaglianze la vera via per guarire una società profondamente divisa e per costruire un futuro di prosperità e pace.
La questione tocca il cuore stesso dell’identità israeliana e della sua sopravvivenza come democrazia liberale in un’epoca in cui i populismi di ogni colore mettono a rischio i valori fondamentali di uguaglianza e libertà. Per questo motivo critica la strumentalizzazione delle fratture sociali da parte della destra che usa il malessere economico per fomentare l’odio e rafforzare il proprio potere, come accade in altri paesi nel mondo.
Lazimi propone, quindi, un approccio che, senza rinnegare il ruolo del mercato, vede lo Stato come un attore attivo capace di pianificare grandi opere, di investire in infrastrutture e di rigenerare il tessuto sociale attraverso una politica economica che ponga la persona al centro.
La sua visione si nutre del ricordo di un passato in cui figure come Yitzhak Rabin seppero coniugare sicurezza e giustizia sociale e mira a risvegliare questa eredità, legata alla storia del sionismo socialista, per affrontare le sfide del presente, come il recupero delle periferie, il rilancio della sanità pubblica e la costruzione di un futuro in cui la speranza possa finalmente trionfare sulla paura.
*5*

Ecco come appare un risveglio!
Yair Golan

(traduzione di Roberto Della Rocca)
Buonasera!
È esattamente così che appare un risveglio! Ecco come appare un movimento che si è alzato, guarda la realtà negli occhi ed è pronto a prendere il timone in mano!
Guardate le persone che si trovano qui sul palco con me!
La forza che vedete qui stasera è la decisione diretta di oltre centodiecimila cittadini e cittadine, che oggi sono usciti a votare e hanno preso il futuro del Paese nelle proprie mani. Centodiecimila israeliani e israeliane hanno formato oggi la punta di lancia del nostro campo della riparazione.
Ma i Democratici sono molto più di centotredicimila iscritti. Non siamo solo un partito: siamo un movimento! Un movimento enorme sul territorio, un movimento di valori, combattivo, di cittadini e cittadine per cui la democrazia è la linfa vitale.
Questa è politica di speranza, questa è democrazia al suo meglio: viva, vibrante e pronta alla lotta. E questa squadra, che si trova qui dietro di me, sarà la scelta nelle urne di più di un milione di elettori. Cittadini che metteranno la nostra scheda elettorale, perché esigono una leadership che non batta ciglio, che non si pieghi e che non chieda scusa.
Apriamo stasera una campagna elettorale sulla quale si reggerà o cadrà il futuro del Paese. Possiamo già da ora risparmiare a tutti la sorpresa: le macchine del fango hanno già iniziato a scaldarsi e da domani lavoreranno a pieno regime. Cercheranno di infamare, diffamare, distorcere ogni parola e creare una realtà fittizia e mendace.
Lo faranno perché hanno paura. E a dire il vero, hanno perfettamente ragione. Hanno un’ottima ragione per avere paura.
Questa squadra sul palco e l’enorme forza politica seduta qui in sala sono la minaccia più grande e concreta per il governo del fallimento. Siamo la minaccia immediata per la coalizione corrotta, per gli evasori della leva e per gli estremisti nazionalisti.
Nei giorni e nelle settimane a venire vedremo l’istigazione della macchina del fango al massimo della sua potenza, ma non ci faremo scoraggiare. Questa sarà la prova che siamo esattamente nella direzione giusta.
La strada che ci ha portato a questa sera non è iniziata ieri. Continua ininterrottamente già da tre anni e mezzo.
Il pubblico democratico in Israele si è alzato per lottare per il Paese. Noi, democratici e democratiche, siamo un pubblico numeroso che ama il Paese, e che dimostra di non essere semplicemente disposto a rinunciarvi e ad arrendersi.
Siamo la nonna che sta con il nipote con la bandiera sui ponti. Siamo le mani che hanno tenuto le centinaia di migliaia di bandiere israeliane nelle proteste, quando hanno cercato di attuare qui un colpo di stato istituzionale; siamo quelli che si sono riuniti ogni settimana per gridare il grido del pubblico democratico.
E quando ci ha colpito il 7 Ottobre, non abbiamo aspettato il governo del fallimento. I Democratici sono i riservisti e le riserviste che sono scattati immediatamente, che hanno indossato l’uniforme, hanno cercato il contatto col nemico e sono andati nelle aree adiacenti a Gaza e al nord per soccorrere e salvare vite dall’inferno e proteggere i confini dello Stato.
E in tutto questo tempo, non abbiamo fermato la lotta pubblica per la liberazione dei nostri fratelli e sorelle che erano in prigionia. Questa lotta continua ha registrato successi. Non ci siamo arresi allora e non ci arrenderemo oggi.
Ma ora, la nostra missione passa alla fase successiva. Dobbiamo prendere tutto l’enorme sforzo e le energie degli ultimi tre anni e mezzo e tradurli in potere di governo.
Le manifestazioni e le proteste sono uno strumento necessario, ma non sono l’obiettivo finale. L’obiettivo è il potere politico.
La forza e il grido nelle strade devono trasformarsi in una scheda elettorale nell’urna e da lì in un cambiamento concreto all’interno dei ministeri del governo. È assolutamente vietato che questo sforzo mastodontico venga gettato nella spazzatura una volta terminate le elezioni.
La nostra lotta deve concludersi con una rappresentanza di Democratici forti seduti nel cuore del governo di ricostruzione e riparazione che sorgerà qui.
Dobbiamo dirlo chiaramente: senza Democratici forti e influenti all’interno del prossimo governo, l’intero blocco del cambiamento scivolerà molto rapidamente a destra. Nel blocco si troverà sempre qualcuno incline a cedere, pronto a scendere a compromessi, tentato di strizzare l’occhio in cambio di un altro po’ di finta quiete coalizionale. Questa volta non può semplicemente accadere. Questa volta è vietato arrendersi e non abbiamo alcuna intenzione di scendere a compromessi sui principi fondamentali.
Democratici forti significa una concezione della sicurezza responsabile e disincantata. Ci assicureremo che il governo di Israele dia priorità alla chiusura dei fronti e metta fine ai cicli di combattimento attraverso accordi di sicurezza regionali a lungo termine. Una sicurezza strategica stabile si basa innanzitutto su un muro di ferro militare unito alla stabilità diplomatica, e non su false promesse di una vittoria totale che non si realizza mai.
E la prima cosa che faremo, la prima decisione che faremo passare al governo non appena ci siederemo attorno al tavolo, sarà l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale. Quella stessa commissione di cui Netanyahu e l’attuale governo hanno così tanta paura, che eludono e da cui scappano come dal fuoco. Sono terrorizzati dalla verità, ma noi faremo in modo che venga alla luce. Senza una commissione statale indipendente che indaghi fino in fondo, non è possibile attribuire responsabilità e non si può davvero iniziare il processo di guarigione e ricostruzione.
Saremo lì per assicurarci che tutte le leggi del colpo di stato istituzionale siano completamente annullate. Non ci accontenteremo di un congelamento o di una sospensione, ma esigeremo l’annullamento totale. Al loro posto, revocheremo immediatamente le leggi sui candidati incriminati e faremo passare leggi per il rafforzamento della democrazia, per garantire che nessuno possa più usare lo Stato come scudo contro lo stato di diritto. Parallelamente, la Polizia israeliana subirà una riforma profonda. La trasformeremo da milizia politica governata da ministri criminali in un organismo professionale al servizio solo della legge e del cittadino. Elimineremo la criminalità organizzata, che ha raggiunto dimensioni senza precedenti con l’incoraggiamento di questo governo e terrorizza la vita dei cittadini arabi.
Lavoreremo per una vera partnership ebraico-araba, opereremo per sradicare il razzismo e la discriminazione, correggeremo la Legge sullo Stato-Nazione e in ogni passo e in ogni decisione il valore dell’uguaglianza, scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza, sarà davanti ai nostri occhi.
Inoltre, garantiremo media liberi e indipendenti: con noi non ci saranno canali di propaganda il cui scopo è far eco ai messaggi del governo e dividere il popolo.
Solo una forte rappresentanza democratica porterà alla separazione dai palestinesi. Non permetteremo allo Stato di Israele di farsi trascinare in un’annessione strisciante che ci distruggerebbe come Stato ebraico e democratico. Fermeremo l’annessione, lanceremo una guerra totale contro il terrorismo ebraico che ci macchia ed evacueremo immediatamente le fattorie e gli avamposti illegali in Giudea e Samaria che generano caos nella sicurezza e mettono in pericolo i soldati delle IDF. Questo è l’unico modo per promuovere una visione politica sana, basata su accordi internazionali e non su deliri messianici.
Nelle questioni interne, presenteremo una visione civile liberale e decisa. Solo Democratici forti approveranno una legge sulla leva reale, che sia un dovere per tutti. Senza imbrogli, senza sotterfugi e senza compromessi. Servono tutti.
Parallelamente, guideremo un’agenda liberale che include l’attivazione del trasporto pubblico di sabato e i matrimoni civili. Metteremo anche fine al sistema delle correnti politiche nell’istruzione statale. Israele ha bisogno e deve avere un unico sistema educativo statale. Un unico sistema, con l’obbligo di studi delle materie fondamentali per ogni bambino e bambina e un’educazione approfondita alla democrazia. Sono finiti i giorni in cui lo Stato finanzia la divisione per ragioni di coalizione.
E per concludere, la missione di ricostruzione stessa. Faremo in modo che le aree adiacenti a Gaza e il confine settentrionale non vengano trascurati e siano chiaramente definiti come aree di massima priorità nazionale. Forniremo loro sicurezza e protezione, ma cosa ben più importante: investiremo budget enormi che le trasformeranno in un polo di attrazione per le giovani famiglie. L’obiettivo nazionale è che i giovani da ogni angolo del Paese salgano al nord e scendano al sud per mettere radici, avviare attività e formare famiglie. Questa è la vera vittoria sionista.
Amiche e amici, non abbiamo attraversato tutti questi anni di lotta solo per essere una voce di protesta all’opposizione. Siamo arrivati qui per vincere e guidare il Paese.
Entriamo in questa battaglia politica a occhi aperti e determinati come non mai. La splendida squadra qui dietro di me, e quando guardo voi – le centinaia di migliaia in sala e a casa che condividono il percorso – so che questa missione è possibile. È possibile diventare la forza di governo influente e decisiva nell’esecutivo. È possibile vincere queste elezioni.
Ora tocca a voi. Andate sul territorio, parlate con la gente e portate un milione di voti che abbiano il coraggio di cambiare davvero.
Al lavoro!
*6*

L’Europa deve cessare gli scambi commerciali con gli insediamenti illegali israeliani

Come cittadini di Israele, che credono che porre fine all’occupazione dei territori palestinesi sia la chiave per raggiungere la pace tra i nostri due popoli, accogliamo con favore gli sforzi dell’Unione Europea per cessare gli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani.
Per decenni, l’Europa ha sostenuto che gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) sono illegali e minano le prospettive di risoluzione del conflitto israelo-palestinese attraverso una soluzione a due Stati. Nonostante questa posizione ferma e coerente, l’Europa non è riuscita a tradurre le sue parole in politiche.
Sono trascorsi quasi due anni da quando la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito che la “continua presenza di Israele nei TPO è illegale” e che Israele è obbligato a “cessare immediatamente tutte le nuove attività di insediamento e ad evacuare tutti i coloni dai TPO”.
Invece di conformarsi a questa sentenza, il governo israeliano continua ad espandere gli insediamenti in Cisgiordania a un ritmo allarmante, cacciando i palestinesi dalle loro terre, a volte sotto la minaccia delle armi. Inoltre, alti ministri israeliani non hanno fatto mistero del loro obiettivo di stabilire insediamenti nelle aree della Striscia di Gaza conquistate dall’esercito israeliano durante la devastante guerra seguita al brutale attacco di Hamas del 7 Ottobre 2023.
La violazione del diritto internazionale da parte dei governi israeliani che si sono avvicendati è stata resa possibile dall’incapacità della comunità internazionale di passare dalla retorica all’azione. Lungi dal portare maggiore sicurezza, questo approccio non ha fatto altro che acuire il ciclo di violenza.
I sostenitori europei della pace israelo-palestinese dovrebbero ora garantire che gli insediamenti non beneficino più di legami commerciali e di investimento. La responsabilità storica dell’Europa sottolinea il suo dovere di sostenere le norme internazionali stabilite dopo la Seconda Guerra Mondiale.
La più alta corte del mondo è stata chiara: tutti gli Stati sono obbligati a “non fornire aiuti o assistenza” che contribuiscano a mantenere la presenza illegale di Israele nei Territori Palestinesi Occupati e ad “adottare misure per impedire relazioni commerciali o di investimento” che vi contribuiscano.
Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Belgio e Norvegia hanno già deciso di conformarsi a questa sentenza ponendo fine agli scambi commerciali con gli insediamenti illegali.
Ci auguriamo che l’intera UE segua il loro esempio e adotti senza indugio una misura per fermare questo tipo di commercio. L’Europa si è da tempo espressa chiaramente a favore della pace e del diritto internazionale. Ora deve agire di conseguenza.
Prof. Élie Barnavi ex ambasciatore israeliano in Francia
Ilan Baruch ex ambasciatore israeliano in Sudafrica
Dr. Gershon Baskin editorialista e attivista per la pace
Michael Ben-Yair ex procuratore generale di Israele; ex giudice facente funzioni della Corte Suprema
Prof. Yoram Bilu vincitore del Premio Israele (2013)
Avraham Burg ex presidente della Knesset; ex capo dell’Agenzia Ebraica
Prof. Naomi Chazan ex vicepresidente della Knesset
Prof. Itzhak Galnoor ex capo della pubblica amministrazione
Zehava Galon ex leader di Meretz
Prof. Oded Goldreich vincitore del Premio Israele (2021)
Ilana Hammerman direttrice editoriale; editorialista di Haaretz
Prof. David Harel vincitore del Premio Israele (2004)
Prof. Moty Heiblum vincitore del Premio Wolf (2025)
Judith Karp ex Vice Procuratore Generale di Israele
Prof. Miki Kratsman vincitore del Premio EMET (2011)
Alex Levac vincitore del Premio Israele (2005)
Dr. Alon Liel ex Direttore Generale del Ministero Affari Esteri
Prof. Kobi Metzer ex Rettore della Open University
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Israele e il mondo arabo
Al Arabiya intervista il Presidente Herzog
Victor Magiar

Parlando a Gerusalemme durante un’intervista esclusiva con Al-Arabiya lo scorso 16 luglio 2026, il presidente israeliano Isaac Herzog ha delineato una visione di ampio respiro per l’integrazione mediorientale, lanciando al contempo severi avvertimenti sull’Iran e sottolineando lo stretto allineamento di Israele con gli Stati Uniti.
Nel corso dell’intervista Herzog ha indicato la riconciliazione diplomatica con l’Arabia Saudita come l’aspirazione regionale ultima di Israele.
Al centro del messaggio del Presidente Herzog c’era un esplicito e rispettoso approccio alla leadership saudita: “il mio sogno è vedere la pace tra Israele e l’Arabia Saudita … nutro grande rispetto per il Principe ereditario Mohammed Bin Salman. La cosa che desideriamo di più in Israele è vedere un riavvicinamento tra le nazioni“.
È possibile vedere l’intervista cliccando sull’immagine
Ha sottolineato che “il dialogo tra Gerusalemme e Mecca dovrebbe essere il vero fulcro della questione, perché credo che ebrei e musulmani debbano convivere pacificamente in questa regione“, aggiungendo “spero di poter realizzare questo sogno e incontrare ufficialmente la leadership saudita a tempo debito“.
“Credo che ci troviamo in un momento di dialogo tra Gerusalemme e la Mecca”, ha dichiarato Herzog. “Credo che ci sia un momento di dialogo tra persone di tutte le fedi nella regione, e sto cercando di portarlo avanti a modo mio”.
Riferendosi al successo dell’integrazione regionale, ha osservato: “siamo molto soddisfatti degli Accordi di Abramo e siamo molto orgogliosi delle nostre relazioni con il Regno del Marocco, il Regno del Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti, che sono solo un esempio di quanto possano essere efficace“.
La strada verso questa integrazione, tuttavia, è ostacolata dalle sfide alla sicurezza poste da Teheran. Riguardo ai recenti attacchi nella regione, Herzog ha dichiarato: “non mi sorprende che questa sia la situazione, perché con il comportamento iraniano che conosciamo, è impossibile concludere accordi. Li violano continuamente“.
Ha accolto con favore la deterrenza internazionale, affermando: “sono contento che la reazione americana sia ferma, in modo che tutti capiscano, soprattutto gli iraniani, che devono tornare sulla retta via se vogliono davvero uscire dalla guerra“.
Nonostante le periodiche divergenze politiche con Washington, Herzog ha insistito sul fatto che il loro legame rimane indissolubile. “c’è un dialogo stretto e costruttivo, soprattutto a porte chiuse. Possiamo avere delle divergenze, è naturale, ma alla fine sono di natura tattica“: “tutti comprendiamo di trovarci di fronte a un impero del male a Teheran, con i suoi alleati, con la convinzione che gli Stati Uniti siano il grande Satana e Israele il piccolo Satana“.
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Libano, Siria, Gaza.
Oltre alla normalizzazione dei rapporti con Riyadh, Herzog ha affermato che gli piacerebbe che Israele stringesse accordi di pace sia con il Libano che con la Siria di “soffrire profondamente” per gli innocenti abitanti di Gaza.
Gerusalemme e Beirut sono impegnate in storici colloqui diretti volti a porre fine ai combattimenti in corso, mentre il presidente ad interim siriano Ahmed al-Sharaa ha indicato apertura alle relazioni, sebbene permangano tensioni sulla presenza di truppe israeliane in territorio siriano.
Il prossimo grande obiettivo di Israele “dovrebbe essere la pace con la Siria, la pace con il Libano… e non inclinare la bilancia verso elementi che potrebbero deviare e alterare l’equilibrio in questa regione, che è piuttosto delicata”.
“Crediamo che la regione debba muoversi verso la pace, non verso una corsa agli armamenti fatta di spade, minacce e via dicendo …. il mio sogno è quello di prendere un’auto e guidare fino a Beirut … Il mio sogno è andare a Damasco”.
Ha inoltre espresso dolore per il bilancio delle vittime della guerra a Gaza, affermando che il “suo cuore soffre” per ogni civile palestinese innocente che viene ucciso, “perché questo non è in alcun modo il nostro obiettivo o desiderio“.
Ha poi aggiunto che il popolo di Gaza “merita una vita dignitosa. Noi vogliamo una vita dignitosa per loro“.
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Israele e il mondo arabo
Shalom, Dubai. Essere un’israeliana nella New York del Medio Oriente
Sharon Nizza

Visitando gli Emirati si ha una sensazione di calderone di culture, di melting-pot.
Nella città emiratina non esiste la cancel-culture contro gli israeliani, quella che dilaga in un occidente che, per una rinnovata forma di orientalismo, sta uccidendo ogni possibilità di dialogo
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Esiste una Dubai che va oltre i selfie con il Burj Khalifa, l’architettura vertiginosa e i centri commerciali che sembrano città dentro città. È la Dubai che raccontano gli occhi degli israeliani che, dal primo istante in cui sono partiti i voli diretti da Tel Aviv ormai quasi sei anni fa, non hanno mai smesso di arrivare. Turismo, shopping, business e un continuo di delegazioni incentrate sul dialogo interreligioso e la cooperazione regionale a livello people-to-people.
Quella pace calda che non si è mai concretizzata in quasi cinquant’anni di relazioni con l’Egitto, negli Emirati Arabi Uniti sembra aver trovato una sua dimensione.
Le dinamiche mediorientali, che spesso si cerca di insabbiare tra le dune, finiscono sempre per essere raccontate dai cieli. E non solo per la concessione dello spazio aereo per offensive belliche: quasi duecento voli collegano settimanalmente Israele e gli Emirati; una tratta di tre ore, grazie al sorvolo del deserto arabico per gentile concessione dell’ancora ufficialmente nemica Riad.
La mia compagna di viaggio è Asmaa. Suo padre è nato a Gaza e ha sposato un’araba israeliana nei tempi in cui era una prassi di routine, frenata con la Seconda Intifada. Giriamo al souk delle spezie a Deira, il quartiere storico da cui si è sviluppata la metropoli dei grattacieli che è oggi Dubai. L’unica cosa che cerco sono i tratti delle persone che incontriamo per indovinarne la provenienza, e lo zafferano che, si sa, è il settore per eccellenza dei commercianti iraniani. Il venditore ci chiede da dove veniamo.
Mentre esito, in una sorta di istinto pavloviano generato dall’infinita serie di episodi di rifiuto su suolo europeo, Asmaa mi anticipa: “da Israele.” Il venditore si illumina.
È di Shiraz. Strette di mano, sorrisi, parliamo della guerra, dei problemi che sta avendo con l’import dell’oro rosso per via del blocco di Hormuz. Poco dopo, per strada, un altro venditore, anche lui iraniano, ci sente parlare in ebraico e si fionda. Non vuole venderci qualcosa. Dice solo “Shalom Israel! Speriamo presto nella pace”.
Al ristorante, il cameriere Moataz è siriano di Sweida, suo cugino è stato ucciso nei massacri del luglio scorso. La sua famiglia ha rapporti diretti con i drusi di Majdal Shams, nella parte israeliana delle Alture del Golan. Odia Jolani. Poco dopo, invece, usciamo con Ali, anche lui siriano, sunnita, di Idlib. Lui ripone fiducia nell’evoluzione dell’“ex jihadista in giacca e cravatta”, dice che è giusto dargli una chance, e ce l’ha con gli iraniani e i turchi prima di tutto.
In un mondo in cui le narrative dell’odio viaggiano alla velocità di un retweet, queste interazioni palpate con mano sono come una boccata d’aria quando senti che stai per soffocare. Non si è d’accordo su tutto, ma si può fare la più elementare delle azioni dimenticate da molti tra quanti si riempiono la bocca con la parola “pace”: parlare, confrontarsi, discutere.
Negli Emirati non esiste la cancel-culture contro gli israeliani, quella che dilaga in un occidente che, per una rinnovata forma di orientalismo, sta uccidendo ogni possibilità di dialogo.
In questo senso, gli Emirati sono la vera New York del Medio Oriente, ben più di Tel Aviv che spesso ha ricevuto questo appellativo. Non per lo skyline o per le repliche del Louvre o del Guggenheim. Ma per quella sensazione di calderone di culture, di melting-pot, come la descrisse Israel Zangwill nella sua omonima opera che racconta dell’emigrazione nella Grande Mela di una famiglia ebraica sopravvissuta al pogrom di Kishinev del 1903. E non per gli expat occidentali attratti dalle agevolazioni economiche che offre Dubai, ma per tutti i mediorientali in guerra tra loro i cui destini si incrociano qui. Un israeliano può interfacciarsi con libanesi, palestinesi, siriani, iraniani, iracheni, egiziani, pachistani, sauditi – un’interazione che in parte è forzata dalle regole ferree del paese che vieta il dissenso dalle posizioni della leadership.
Sono regole di cui, chi decide di emigrare qui, è pienamente consapevole e non osa sfidare. E se tutti ti dicono “negli Emirati non si parla di politica”, a porte chiuse il dibattito è vivo, proficuo, pieno di spunti per capire se può esistere un’alternativa all’odio che parta dall’interazione umana, in un mondo dove ormai i social media hanno smesso di connettere, prediligendo le casse di risonanza e la polarizzazione.
Mila Viskin, che importa e distribuisce prodotti israeliani negli Emirati – in particolare birra e vino kosher con tanto di etichette in ebraico esposte in alcuni bar con licenza, tra cui l’Adams Beer Kitchen Bar di Abu Dhabi – mi dice che la guerra ha complicato solo la logistica, ma non il senso di appartenenza che la fa sentire in una seconda casa a Dubai negli ultimi sei anni. “E quando voglio fare uno shabbat in famiglia, prendo un volo, tre ore sono a Tel Aviv”. La comunità ebraica locale conta ormai circa settemila anime, una gran parte è anche israeliana. Il volume del commercio tra Israele e gli Emirati non è diminuito con la guerra e continua ad aggirarsi intorno ai 3 miliardi di dollari annui (servizi e settore militare esclusi).
Con un’abra – l’imbarcazione tipica che significa “attraversare”, esattamente come la stessa etimologia di ivri, ebreo, con cui viene appellato Abramo dopo aver attraversato l’Eufrate verso la Terra di Canaan – passiamo all’altra sponda del Creek e arriviamo al museo “Crossroad of Civilizations” nel pittoresco quartiere Shindagha.
Il museo è una piccola perla diventata meta di pellegrinaggio per le innumerevoli delegazioni incentrate sul dialogo ebraico-musulmano. Il suo fondatore, Ahmed Obaid AlMansoori, una lunga carriera nelle istituzioni emiratine, è un visionario che ha iniziato a esporre reperti di patrimonio ebraico o legati alla storia del sionismo e d’Israele ben prima della firma degli Accordi di Abramo nel 2020. Il suo è il primo museo nel mondo arabo ad avere un padiglione dedicato alla Shoah. “All’epoca, alcuni si chiedevano perché. La mia risposta è semplice: la storia appartiene all’umanità, non alla politica.
La comprensione inizia con la conoscenza: se conserviamo solo il patrimonio di chi ci assomiglia, allora non stiamo preservando la civiltà, ma solo noi stessi”, dice al Foglio Al Mansoori. Lo incontro successivamente al convegno “Ambasciatori di coesistenza” ad Abu Dhabi, dove è indaffarato a esporre l’ultima sua acquisizione, un antifonario proveniente dalla Penisola Iberica del quattordicesimo secolo in cui sono inglobati testi liturgici delle Sacre Scritture.
“Questo manoscritto è una testimonianza: riflette una tradizione intellettuale plasmata sull’incontro tra studiosi musulmani, cristiani ed ebrei, in un mondo in cui la conoscenza veniva condivisa, tradotta e diffusa. Non è un passato idealizzato; ci racconta cosa è ancora possibile oggi”, dice Mansoori, che ha appena ricevuto al museo diverse delegazioni arrivate per la terza convention annuale sul “Dialogo tra civiltà e la tolleranza”.
Centinaia di partecipanti sono arrivati da Israele per fare network con i loro omologhi della regione: ci sono, tra gli altri, le “donne per il cambiamento”, i “leader religiosi per il dialogo”, “We are Mena”, un network di organizzazioni giovanili dal Medio Oriente e nord Africa.
Ad Abu Dhabi incontro anche Arad Sawat, rinomato produttore israeliano che sta lavorando a un progetto di documentazione di musulmani Giusti tra le Nazioni. Al museo di Mansoori, un pannello è dedicato al medico egiziano Mohamed Helmy che salvò una donna ebrea a Berlino durante la Shoah. Un’altra delegazione in loco è quella del “Jerusalem Interfaith Center”, che ha portato oltre trenta leader israeliani attivi nel campo della “diplomazia interreligiosa”.
Tra loro, anche il Qadi Dr. Iyad Zahalka, presidente dei Tribunali della Sharia di Israele (l’equivalente delle corti rabbiniche che hanno competenza su materie di diritto civile in Israele).
L’obiettivo di questo dialogo, che include esponenti religiosi dall’Indonesia al Libano passando per l’Iraq e i Paesi del Golfo, è elaborare un documento che possa costituire una sorta di “Nostra Aetate” ebraico-musulmana, mi racconta il rabbino Aharon Ariel Lavi, direttore del Centro.
“Il nostro messaggio è evidenziare l’importanza della cooperazione tra le fedi abramitiche nella promozione della stabilità regionale, della moderazione e della resistenza all’estremismo religioso e politico”. Gli Emirati Arabi Uniti si sono rivelati un terreno fertile per costruire partnership in questa direzione.
In una sfera parallela e complementare, Abu Dhabi è il principale paese donatore nella Striscia di Gaza, sia come aiuti umanitari, sia per gli sforzi di ricostruzione. Oltre a essere la casa di Mohammed Dahlan, l’arcirivale di Abu Mazen esiliato nel 2011 da Gaza, che oggi ha un ruolo di peso nei colloqui per il futuro della Striscia. Sono due percorsi – quello del sostegno concreto ai palestinesi e quello del rafforzamento del rapporto con gli israeliani – che al momento viaggiano su binari separati, ma che nella visione strategica emiratina, potrebbero trovare proprio nel paese del Golfo un punto di incontro.
“Gli Accordi di Abramo sono pensati per creare legami tra persone, comunità e nazioni”, ha detto accogliendo la delegazione Ali Rashid Al Nuaimi, presidente della commissione esteri e difesa del Consiglio nazionale federale degli Emirati, nonché del Centro Manara per la coesistenza e il dialogo. “Purtroppo, alcune aree della nostra regione sono state strumentalizzate da forze che promuovono narrazioni di divisione, odio e sfiducia. Per questo motivo abbiamo bisogno di paladini della pace che costruiscano ponti e parlino pubblicamente e chiaramente dell’importanza di queste relazioni. Il legame tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele è strategico, radicato non solo in mutui interessi, ma anche in una visione condivisa per un futuro migliore per la nostra regione. Dobbiamo continuare a rafforzare questa partnership per il bene delle generazioni future”. In questo senso, un ruolo chiave ha l’educazione. “La chiave per cambiare il medio oriente è l’istruzione, ed è per questo che abbiamo deciso di concentrarci su questo settore in modo strategico e scientifico”, ha aggiunto Firas Habal, presidente dell’Emirates Scholar Center che ha co-sponsorizzato la grande convention per il dialogo.
Il risultato di questo approccio è tangibile sul palco dell’Higher College of Technology di Abu Dhabi durante l’evento “Ambasciatori per la Coesistenza”, in cui vengono premiati studenti di diversi Paesi selezionati per lavori che promuovono il dialogo in contesti di forte tensione sociale. Tra questi, salgono sul palco Noa, Mika e Yehia, studenti di giurisprudenza dell’Università di Haifa. Presentano il loro “manuale per una comunità resiliente ai conflitti: lezioni da Haifa agli eventi del 7 Ottobre”. Raccontano del modello da loro ideato per cercare una finestra di dialogo nel campus più misto d’Israele (50 per cento degli studenti sono arabi). Sul mega schermo alle loro spalle viene proiettato il titolo con un’immagine ispirata alla fuga dal Nova Festival durante il massacro. Una scena che difficilmente riesco a immaginare in un campus europeo, quantomeno non senza l’accompagnamento delle urla degli attivisti del movimento per il boicottaggio.
La loro tutor, la professoressa Fahina Milman-Sivan, mi conferma che gli eventi a cui hanno partecipato in campus americani sono stati presi d’assalto. “Mi sembra di vivere una realtà parallela. Il mondo a rovescio. Veniamo in un Paese arabo ed è proprio qui che sentiamo parlare di pace”. Parlo con Sheikha e Naima, due universitarie emiratine che studiano ebraico perché “sono molto interessate alla cooperazione con Israele”. Anche alla Grande Moschea Sheikh Zayed di Abu Dhabi la guida che mi descrive i marmi italiani e i vetri di Murano impiegati nella mastodontica impresa, sta studiando ebraico. È un progetto governativo che finanzia lo studio delle lingue straniere, mi spiega.
Seduto accanto a me al convegno, Ismail. Ci presentiamo. È di Bandar Abbas, dall’altra parte dello Stretto, la sua famiglia è ancora lì, sta bene. Ci ripetiamo la formula della pace, un giorno, chissà.

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Due Nobel per unire Israele e Palestina
A Torino nasce il comitato per la Pace Giusta
Sezione Anpi Nicola Grosa – Torino
ANPI Grosa ha deciso di chiudere l’ultimo anno del mandato di presidenza di Augusto Montaruli e del comitato che lo affianca con un’iniziativa totalmente rivolta alla pace, un’iniziativa che vuole dimostrare che un altro mondo non solo è possibile, ma già c’è.
Abbiamo invitato a Torino per tenere una serie di incontri –in partnership con Torino Spiritualità e con l’Ordine dei Giornalisti Piemonte– Rami Elhanan (israeliano) e Bassam Aramin (palestinese), i due padri le cui storie di sofferenza e resistenza sono state raccontate nel capolavoro di Colum Mc Cann “Apeirogon”, successo editoriale internazionale pubblicato in Italia da Feltrinelli.
Li abbiamo invitati perché ANPI Grosa candida Bassam e Rami al Nobel per la Pace per il 2027, e li porterà a Torino e in Italia ad incontrare tutti quelli che questa candidatura vogliono sostenere tra il 14 al 20 ottobre prossimi.
Perchè lo facciamo? Perchè, in un’epoca di forte tensione che porta sempre a dividersi, l’esempio dei due padri, nonostante un dolore nemmeno immaginabile, quello di aver perso le due figlie predilette per mano di un presunto nemico, dimostra che si possono superare confini e appartenenze e trasformarsi in “combattenti per la pace”.
Lo facciamo come Militanti per la Pace. proprio in una città, in un quartiere, che pratica tutti i giorni la condivisione e la tolleranza a prescindere dalla provenienza o dalla fede di ciascuno.
L’iniziativa è ideata e organizzata con Carola Benedetto e Luciana Ciliento, autrici del libro “Mio padre, tuo padre. Due uomini contro l’odio israelopalestinese” (DeAgostini, 2025), che riprende la storia dei due padri e si offre come lettura per i ragazzi, con una enorme diffusione presso tutte le scuole italiane.
Il programma prevede incontri pubblici e con le scuole. Il cuore delle attività sarà ovviamente in San Salvario, quartiere delle diverse fedi monoteiste, e si concluderà con una cena aperta halal e kosher alla Casa del Quartiere il 18 ottobre.
Le iniziative si svolgeranno grazie ai contributi di Fondazione CRT e al Comitato Diritti Umani della Regione Piemonte, ma tutti sono chiamati a sostenere questo percorso grazie ad un crowdfunding promosso in collaborazione con la Casa del Quartiere di San Salvario.
Vi invitiamo pertanto a supportarci e ad essere anche voi protagonisti di questa impresa.
E questa è l’occasione anche per ringraziare in rigoroso ordine alfabetico chi ci accompagna in questo progetto: Roberto Arnaudo, Giampiero Leo, Sergio Velluto, nonché Paolo Verri, che ha accettato di presiedere a titolo del tutto gratuito e privato, come tutti gli altri sostenitori, il Comitato Promotore per il Nobel della Pace da attribuirsi ai due padri.
Per aderire al Comitato Promotore per il Nobel della Pace – individualmente o come associazione, sindacato, partito – basta inviare mail a
info@anpinicolagrosa.it.
Grazie a tutti voi che ci leggete e a tutti quelli che già promuovono e sempre più aderiranno a questo progetto.
per sostenere economicamente
il progetto clicca qui
N.d.R.

– Bassam Aramin è un palestinese finito in carcere a 17 anni accusato di aver lanciato una granata contro una jeep dell’esercito israeliano. Sua figlia, Abir, viene uccisa nel 2007 da una pallottola di gomma sparata alle spalle da una guardia di frontiera israeliana. Aveva Dieci anni
– Rami Elhanan è un israeliano ex carrista nella guerra del Kippur, figlio di un sopravvissuto alla Shoah. Sua figlia, Smadar, muore in un attacco suicida palestinese nel 1997, mentre andava in libreria con le compagne di scuola. Aveva Tredici anni.
– Rami Elhanan e Bassam Aramim invece di covare odio e vendetta hanno trovato fratellanza nel dolore e sono impegnati attraverso l’associazione The Parent Circle, il Circolo dei genitori, un’organizzazione che conta 750 famiglie palestinesi e israeliane che hanno subìto un lutto e che fanno di questo dolore il denominatore comune.

– La loro storia è raccontata stupendamente nel romanzo “Apeirogon” di Column di Colum McCann e dal recente “Mio padre, tuo padre” di Carola Benedetto e Luciana Ciliento e il teatro stabile di Udine ha prodotto una pièce teatrale che racconta la loro storia: “Salam/Shalom – Due padri” di e con Massimo Somaglino e Alessandro Lussiana.
– La loro storia ha fatto il giro del mondo, Rami e Bassam sono stati ricevuti da Papa Francesco e loro stessi sono ambasciatori di pace e speranza per i due popoli.
- Primi firmatari (associazioni/enti)
Chiesa Valdese di Torino – Comunità Ebraica di Torino – Moschea Omar Ibn al-Khattab – Santi Pietro e Paolo e Sacro Cuore di Maria – Associazione Baretti – UISP Torino – Rainbow For Africa – ANPI Provinciale Torino – International Help – ASAI Torino – SPI CGIL Lega 8 – Casa del Quartiere di San Salvario – Libreria Belleville – Libreria Trebisonda – Fondazione Gariwo – Libreria Claudiana Torino – Donne per la Difesa della Società Civile – Gruppo di Studi Ebraici di Torino – Cisda Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane – Sinistra per Israele Due Popoli Due Stati – Sinistra per Israele Due Popoli Due Stati Piemonte – Associazione Iran Libero e Democratico – Comitato Amici del centro Peres di Torino – Fiap – Federazione italiana Associazioni Partigiane – del Piemonte – FNISM (Federazione Nazionale Insegnanti) Sezione di Torino
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Gli attivisti della Global Sumud Flotilla ai funerali di Khamenei:
un silenzio che pesa
Ceilia Brighi

Cecilia Brighi è la Segretaria Generale dell’associazione Italia-Birmania.insieme,
nata nel 2013, e costituita da personalità italiane e birmane
impegnate a titolo totalmente gratuito e volontario
a sostegno delle donne e degli uomini che in Birmania lottano per la democrazia, l’empowerment delle donne, lo sviluppo sostenibile, il dialogo interetnico, la giustizia sociale, i diritti del lavoro.
Durante i sei giorni di celebrazioni per la morte di Ali Khamenei, i media italiani hanno raccontato ampiamente le cerimonie ufficiali e la grande partecipazione popolare ai funerali della Guida Suprema della Repubblica Islamica.
Molto meno spazio è stato invece dedicato a un episodio politicamente significativo: la presenza a Teheran di tre esponenti della Global Sumud Flotilla, protagonisti di dichiarazioni che, pur rilasciate a “titolo personale”, assumono un evidente rilievo politico.

Il 7 luglio i tre attivisti hanno infatti partecipato al panel “Who Is Khamenei?”, organizzato presso il Sooreh Hall dell’Art Bureau, nell’ambito degli eventi ufficiali dedicati alla copertura internazionale dei funerali.
L’incontro, ripreso dal Tehran Times, ha riunito commentatori, attivisti e figure mediatiche straniere invitate dal regime iraniano (clicca qui)
Stupisce che questa vicenda sia stata riportata quasi esclusivamente da alcuni organi di stampa dell’area della destra italiana, mentre gran parte dei media nazionali l’ha completamente ignorata.
Al panel erano presenti anche altri ospiti internazionali vicini alle posizioni della Repubblica Islamica, tra cui il giornalista statunitense Patrick Henningsen; Bushra Shaikh, conduttrice televisiva e attivista britannica che aveva già partecipato a due press tour organizzati dall’emittente statale iraniana IRIB World Service ed è stata più volte indicata come una figura impegnata nella diffusione della narrazione del governo iraniano; il giornalista e attivista libanese Mustafa Shamas; il commentatore politico americano Jackson Hinkle; l’attivista russa Maria Kicha; l’avvocato e attivista greco-canadese Dimitri Lascaris; e il giornalista austriaco Dieter Reinisch.
La copertura mediatica iraniana ha tuttavia dato particolare risalto proprio ai tre rappresentanti della Sumud Flotilla: l’irlandese Tadhg Hickey e le brasiliane Ariadne Teles e Lisi Proença.
Le loro dichiarazioni non lasciano spazio a equivoci:
Lisi Proença ha affermato: “Siamo qui per dirvi che siamo con voi e vi aiuteremo a mantenere questa rivoluzione” aggiungendo “Sapete che la soluzione ai vostri problemi non è inchinarsi agli Stati Uniti e dire che hanno le risposte migliori. Sono gli iraniani che devono trovare le proprie risposte”.
Ariadne Teles ha dichiarato: “La gente ha amato e sostenuto Khamenei, è come Fidel Castro, Che Guevara, Thomas Sankara: tutti quei rivoluzionari che hanno guidato il proprio popolo verso la libertà”.
Tadhg Hickey, dal canto suo, ha definito l’Iran “il centro dell’antiimperialismo”, sostenendo che ogni Paese debba risolvere autonomamente le proprie questioni interne senza interferenze occidentali.
È possibile vedere il video direttamente dalla
pagina Instagram di Lisi Proença
https://www.instagram.com/reel/Dar0WjiT8Vv/
Successivamente la Global Sumud Flotilla ha precisato che la partecipazione dei tre attivisti era avvenuta esclusivamente a titolo personale. Una precisazione doverosa, ma che non modifica il significato politico della loro presenza in un evento organizzato dal regime iraniano e destinato alla propaganda internazionale.
Colpisce poi il fatto che il sito della Global Sumud Flotilla non faccia alcun riferimento a questo episodio e che, finora, non risultino prese di distanza da parte dei rappresentanti italiani dell’organizzazione, come se nulla fosse accaduto.
La presenza di rappresentanti della Global Sumud Flottilla e le loro dichiarazioni, rilasciate a Teheran rappresentano infatti molto più di una critica alla politica americana o di una presa di posizione nel conflitto israelo-palestinese.
Esse esprimono un sostegno politico e simbolico alla Repubblica Islamica proprio nel momento in cui il regime ha cercato di rafforzare la propria legittimazione internazionale attraverso i funerali della sua Guida Suprema.
Sostenere Khamenei significa inevitabilmente ignorare il pesante bilancio della repressione interna della Repubblica Islamica: decine di migliaia di oppositori uccisi o arrestati nel corso degli anni, migliaia di esecuzioni capitali, la brutale repressione delle proteste popolari e la sistematica violazione delle libertà fondamentali.
In nome di un antimperialismo ormai ridotto a categoria ideologica, le dichiarazioni dei tre attivisti finiscono inoltre per legittimare il ruolo politico, militare e finanziario svolto dall’ Iran nel sostegno a organizzazioni come Hezbollah, Hamas e gli Houthi, elementi centrali della strategia regionale di Teheran per annientare e cancellare Israele.
La retorica secondo cui ogni Paese dovrebbe essere lasciato libero di gestire i propri affari interni senza interferenze esterne, coincide oggi con uno dei principali argomenti utilizzati dalle grandi autocrazie a partire dalla Cina, per sottrarsi a qualsiasi critica internazionale in materia di diritti umani e democrazia.
Una narrazione che, mentre denuncia “le interferenze occidentali,” finisce spesso per occultare le molteplici forme di ingerenza esercitate dagli stessi regimi autoritari attraverso il sostegno politico, economico e militare ai propri alleati.
Per questo la partecipazione dei tre esponenti della Global Sumud Flotilla non può essere considerata un episodio marginale né una semplice iniziativa personale.
Essa rappresenta un messaggio politico preciso, che merita di essere conosciuto, discusso e valutato dall’opinione pubblica.
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Antisemitismo, antiebraismo, antiebreismo
Miryam Fadlun

Dopo il primo affollato incontro, che ha visto protagonista Emanuele Fiano, l’11 giugno si è svolto un secondo incontro online organizzato da Anna Guastalla – con la collaborazione di Luisa Basevi per l’associazione Nodedim che ha offerto lo spazio – il prof. Sergio Della Pergola ha illustrato il suo ultimo lavoro, “Antiebreismo. Riflessioni sull’antisemitismo vecchio e nuovo”.
Il testo, che uscirà a breve per l’editore Sofer di Napoli, risponde all’incapacità della civiltà occidentale di misurarsi con il tragico spartiacque storico che è stato il massacro del 7 Ottobre.
Questa cultura è anzi inadeguata nell’analisi, ricorre a interpretazioni geopolitiche insufficienti e contempla al suo interno una degenerazione del livello della comunicazione, peggiore di quella che abbiamo visto in periodi difficili come quello del processo Eichmann, in cui si contestava a Israele la legittimità di processare un cittadino catturato in uno stato sovrano, o come quello conseguente ai tragici eventi di Sabra e Chatila (con il corollario dell’attentato al Tempio di Roma dove perse la vita il piccolo Stefano Gay Tachè).
È divenuto ormai implicito, nei dibattiti televisivi, l’assioma che gli ebrei fanno le stesse operazioni dei nazisti, e si arriva al punto di chiedersi cosa debba fare la civiltà occidentale, anche militarmente, per fermarli.
È in atto una regressione che ricorda periodi storici già visti: di qui l’esigenza di sostituire il temine “antisemitismo” (coniato nel 1879 da Wilhelm Marr in funzione antiebraica e quindi, contrariamente a quanto si crede, non neutro) con il neologismo “antiebreismo” proposto da Sergio Della Pergola. L’ebraismo è infatti un concetto complesso, mentre l’ostilità verso gli ebrei in quanto tali (a questa si riferisce il nuovo termine) nasce da una psicologia primitiva, espressa da una dozzina di tropos, antichi, semplici e rozzi.
In una fase di grande confusione terminologica si rende necessario esaminare, chiarire, parole come “ebreo, sionismo, genocidio”.
Ebreo, “ivrì”, quello dell’altra sponda, lo straniero: così viene chiamato Abramo, a Sodoma, dalla folla che lo minaccia. Già da questo momento si delinea una chiave di lettura dell’ebreo come di qualcuno di estraneo e di diverso.
La storia mostra come si siano via via aggiunti concetti discriminatori, leitmotiv che si assommano nel tempo:
- Faraone dice che gli ebrei sono troppi
- Cicerone li definisce una folla indisciplinata e “lobbista”
- Tacito sostiene che stanno tra di loro, consumano pasti diversi, sleali con gli altri ma leali tra di loro.
Questa disamina chiarisce che la discriminazione non nasce col cristianesimo che però la trasforma
- prima da etnica a religiosa (con le ben note accuse di deicidio e col libello di sangue o accusa del sangue)
- poi, con l’Inquisizione e la “limpieza de sangre”, determina l’accusa razziale: è il DNA che è diverso.
Con l’avvento degli stati-nazione l’ebreo diventa sleale in quanto non appartenente a quella nazione; la lotta di classe non ne prevede la collocazione in nessuno degli agenti in conflitto e via fino a Hitler e Hamas, accomunati dalla postulazione che “gli ebrei hanno scatenato la guerra mondiale e devono subirne le conseguenze”.
Per il postcolonialismo l’ebreo diventa improvvisamente “bianco” e come tale va combattuto; il COVID lo ha precipitato nuovamente nello stereotipo dell’untore, che anzi trae profitto dalla commercializzazione del vaccino.
In questa necessità di chiarezza terminologica si colloca anche il bisogno di ridefinire parole come genocidio e sionismo.
Genocidio, parola abusata di cui i più ignorano il significato, può essere adoperata – secondo Della Pergola – se si realizzano tre condizioni:
- un piano teorico che prevede la distruzione totale di un popolo
- un piano esecutivo e operativo (campi di sterminio, soluzione finale)
- un’ampia partecipazione volontaria di civili.
Questi elementi non caratterizzano soltanto il nazismo: anche Hamas ha la stessa impostazione teorica. Infatti, oltre alle note dichiarazioni di volontà di sterminio di tutti gli ebrei del mondo, sono stati trovati nei tunnel piani operativi dettagliati su come eseguirlo, (come si distrugge il kibbutz, che tipo di violenza usare sulle donne, come si arriva a Beer Sheva, come si distrugge Israele); la collaborazione dei civili è evidente, non fosse che per le mappe dei kibbutz che sono state fornite ai miliziani da civili gazawi che vi lavoravano.
Sionismo, parola massacrata e ormai diventata offensiva, definisce in realtà un movimento affine al Risorgimento, il cui spirito è quello di riconoscere l’esistenza di una nazione e di dare a un popolo la sovranità e la territorialità che in quel momento manca. A tal fine il primo Congresso sionista (fine XIX sec.) stabiliva i seguenti obbiettivi:
- promozione di mezzi adeguati all’insediamento in Palestina (un insediamento che esisteva già da millenni) di agricoltori, artigiani e industriali ebrei
- organizzazione attraverso adeguate agenzie, nel rispetto delle leggi di ciascun paese
- rafforzamento e promozione dell’identità e della consapevolezza nazionale ebraica
- attuazione di piani preparatori tesi a ottenere il consenso dei governi.
L’antiebreismo viene identificato dall’autore con la negazione di uno o più di questi assi essenziali: uguaglianza civile, memoria autentica (riferita in particolare alla Shoah) e sovranità politica.
Quest’ultimo concetto è ancora il più controverso e su di esso si manifestano contrarietà e dissenso politico, come si è visto anche recentemente in Italia, in relazione alla legge sull’antisemitismo.
L’analisi sistematica di dati statisticamente rilevanti mostra che vi sono, per l’ebreo europeo, modalità diverse con cui viene percepita la discriminazione:
- quella pratica (aggressioni fisiche, vandalismo ecc.) che viene ascritta al fondamentalismo islamico
- quella populista (espressioni diffamatorie, diffusione attraverso le reti sociali, stadi sportivi – che manifesta un’ostilità verso l’ebreo in quanto tale, percepito come estraneo, nemico, cospiratore) i cui attori sarebbero da ricercarsi nella destra politica e nell’integralismo cristiano
- quella politica, che riflette ideologie, interessi di partito e contrasti di potere ed è trasversale
- quella narrativa (espressioni analitiche, investigative, anche artistiche, della stampa e dell’ambiente scientifico e accademico, il cui discorso su Israele è negativo) che proviene da ambienti politici della sinistra.
I perpetratori sono quindi diversi ma contribuiscono, con angolazioni diverse, a formare questo grande arazzo.
La costruzione artificiosa di un capro espiatorio nell’ebreo, nella sua dimensione individuale e collettiva, è indice di un degrado della società, dove un sistema di informazione servile, politicamente opportunista e corrotto da finanziamenti locali o esteri, che hanno enorme influenza nella mediatica, genera una realtà immaginaria, lontana dalla verità, determinando un abbassamento del livello di civiltà.
*12*

Dalla critica politica alla discriminazione
Un mese da dimenticare
Valentina Caracciolo
Episodi come la mappatura delle presenze israeliane in Italia, o la vandalizzazione del murales dedicato ad Anna Frank e Primo Levi ci interrogano sul sottile confine tra dissenso e colpa collettiva
Nei giorni in cui il Partito Democratico israeliano organizzava e teneva le primarie per la formazione della lista che parteciperà alle elezioni del 27 Ottobre 2026, dando al mondo l’immagine (e la sostanza) di un paese in fermento, vivo e non appiattito sulle posizioni di un governo giustamente definito guerrafondaio e criminale, in quegli stessi giorni in Italia l’allarme antisemitismo si arricchiva di nuovi gravi fatti.
Negli ultimi anni il fenomeno dell’antisemitismo in Italia ha assunto forme sempre più diversificate.
Accanto agli episodi tradizionali di odio antiebraico, si stanno moltiplicando manifestazioni che, pur presentandosi talvolta come espressioni di protesta politica contro lo Stato di Israele, finiscono per colpire persone, simboli e comunità ebraiche in quanto tali.
L’uso dei termini “antisionista” o “antisionismo” utilizzati per specificare di non essere antisemiti, appare spesso come un alibi che dietro la critica al governo Netanyahu nasconde l’antico pregiudizio che ben conosciamo e che riemerge anche in aree politiche che in altri tempi avremmo giudicato comunque scevre da antisemitismo.
Uno degli episodi più significativi si è verificato a Milano nel luglio 2026, quando è stato vandalizzato il murale dell’artista aleXsandro Palombo dedicato ad Anna Frank e Primo Levi. L’opera, realizzata in occasione del Giorno della Memoria, raffigurava i due simboli della Shoah sotto un cielo di stelle di David accompagnati dalla scritta “Memory Is No Longer Enough“, “La memoria non è più sufficiente”, sostituita dalla scritta “Coloni sionisti nazisti”.
“Vandalizzare un murale dedicato ad Anna Frank e Primo Levi significa colpire la memoria della Shoah e i valori su cui si fonda la nostra democrazia. L’antisemitismo – commenta Piero Fassino – in qualunque forma si manifesti, va contrastato con fermezza, senza ambiguità e senza giustificazioni. La memoria non può essere imbrattata dall’odio: difenderla è un dovere civile che riguarda tutti noi”.
“Un’azione vile – secondo la nota dell’Ucei e della Comunità di Milano – frutto di un clima di pregiudizio e odio sempre peggiori verso gli ebrei, dove si rovescia la storia e si sfigurano le parole”.
Ed effettivamente, l’uso di termini normalmente impiegati in maniera ben diversa, semmai a sostenere il rispetto e la pratica della Memoria, è un tema attuale e funzionale al ridimensionamento di ciò che accadde 80 anni fa per poter rimettere in discussione addirittura l’esistenza di Israele.
Ma, come è evidente, l’associazione tra Anna Frank, vittima simbolo del genocidio nazista, e slogan polemici riferiti all’attuale conflitto mediorientale rappresenta un esempio gravissimo di come la memoria, che dovrebbe essere se non condivisa ormai almeno rispettata, venga sempre più spesso trascinata all’interno di dispute politiche contemporanee.
Luglio è stato anche il mese nel quale i più hanno scoperto l’esistenza di un progetto colonialista dell’entità sionista (come alcuni definiscono Israele) in Valsesia: un trasferimento in massa di famiglie provenienti da Israele con l’obiettivo di cambiare la natura stessa della Valle!
Come riporta l’Ansa, alcuni abitanti sostengono che “quello che viene presentato come un progetto per ripopolare la Valsesia non è altro che un tentativo di promuovere l’infiltrazione economica e politica del nostro Paese, avendo come obiettivo un vero e proprio insediamento coloniale”.
La realtà è che il progetto Baita, ideato da Ugo Luzzati, coinvolge famiglie israeliane che dopo il 7 Ottobre hanno deciso di ricominciare la propria vita in luogo diverso dal loro paese e hanno aderito al progetto, mirato a ripopolare i borghi della Valsesia abbandonati negli anni.
L’iniziativa, in realtà accolta per lo più in maniera positiva, ha causato tra alcuni una tensione tale che al Sindaco di Varallo (cittadina che accoglie circa 400 israeliani) dichiaratosi felice di questo progetto, è stata recapitata una busta con un proiettile e una missiva, tanto sgrammaticata quanto decisamente minatoria, firmata da un sedicente Movimento Antisionista.
FUCK ISRAEL
IL QUI PRESENTE REGALO È INDIRIZZATO A UGO LUZZATI, CHE PRETE DI INSEDIARE COLONIE ISRAELIANE IN TERRITORI ALTRUI E AL SINDACO PIETRO BONDETTI E A TUTTI I SINDACI DELLA VAL SESIA CHE APPOGGIANO IL PROGETTO BAITA
L’ESPANSIONE E L’INSEDIAMENTO DEI COLONI SI FERMA CON I PROIETTILI SE SARÀ NECESSARIO. NON PERMETTEREMO IL TRASFERIMENTO DI ALTRE FAMIGLI DI MACELLAI NAZI SIONISTI
QUESTO È L’UNICO AVVISO PRIMA DI COMINCIARE A SPARARE
MOVIMENTO ANTI SIONISTA
*****
Al momento non sappiamo se il sedicente Movimento sia stato identificato, se sia frutto dell’esaltazione di alcuni mitomani o rappresenti un pericolo concreto.
Sta di fatto che l’episodio e le relative minacce è gravissimo anche solo dal punto di vista del linguaggio e del messaggio che trasmette a chiunque nutra sentimenti di odio verso Israele e gli ebrei.
Ma se pensassimo che il fondo sia stato toccato (anche nel surreale, se si può arrivare a pensare che Israele voglia colonizzare la Valsesia), saremmo destinati a essere smentiti.
Il meglio, si fa per dire, è arrivato con la diffusione in rete di un questionario destinato alla “schedatura” (e non è un sinonimo ma l’effettiva operazione portata avanti) di turisti israeliani o di religione ebraica – oltre che di militari – in Italia per mapparne la presenza in alberghi, strutture ricettive e negozi: “Questo modulo serve a registrare i casi di turismo, compravendita e in generale neocolonizzazione sionista in Italia. I vostri dati rimarranno protetti e riservati ma vi chiediamo una fonte per poter coordinare eventuali iniziative e dare supporto ai territori… ”.
Il fatto è particolarmente rilevante perché non riguarda simboli o istituzioni, bensì persone identificate sulla base della loro nazionalità o della loro appartenenza religiosa, e perché trasforma il dissenso politico e la critica legittima in discriminazione identitaria.
La posizione di Sinistra per Israele-Due popoli due Stati è stata netta:
“Condanniamo con la massima fermezza il modulo diffuso, intitolato ‘Indagine sul ‘turismo di decompressione’ dei soldati israeliani e altre forme di complicità. Siamo di fronte a una raccolta organizzata di informazioni su persone, luoghi e attività economiche, selezionate in base a una presunta ‘complicità con lo Stato sionista’. Criticare il governo israeliano e denunciare eventuali reati è pienamente legittimo. In presenza di fatti specifici ci si rivolge alle autorità competenti. Non è invece accettabile trasformare il turismo di cittadini israeliani, una compravendita o un rapporto con Israele negli indizi di una colonizzazione occulta dell’Italia. Rappresentare la presenza israeliana come un’infiltrazione da individuare e contrastare riproduce un dispositivo storicamente antisemita. Sostituire la parola ‘ebreo’ con ‘sionista’ non rende innocuo il meccanismo quando nel mirino finiscono persone, proprietà e relazioni”.
L’iniziativa è stata rimossa dopo pochi giorni, su richiesta non solo di SxI, ma di numerosi esponenti delle istituzioni, tra i quali Pasquale Angelosanto, Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo presso la Presidenza del Consiglio.
Il senatore Ivan Scalfarotto ha invece presentato un atto di sindacato ispettivo che chiama i Ministri dell’interno e della giustizia a intraprendere tutte le iniziative utili a chiarire la provenienza e la natura del questionario e a contrastare l’antisemitismo nel nostro Paese; l’atto, tra l’altro, riporta i dati del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) che evidenziano “un quadro allarmante, registrando un incremento del 300 per cento dei casi di antisemitismo a seguito degli eventi del 7 Ottobre 2023 e del conflitto a Gaza, dinamica che dovrebbe spingere le autorità a considerare l’odio antiebraico come una vera e propria minaccia alla sicurezza nazionale”.
Di sicuro c’è che in una democrazia avanzata non dovrebbe esserci neanche il rischio di un ritorno a pratiche che ricordano gli anni Trenta del Novecento, come ha ricordato il presidente della Comunità ebraica milanese Walker Meghnagi.
L’antisemitismo oggi raramente si presenta con i linguaggi espliciti del passato. Più spesso assume forme indirette, travestite da attivismo politico, delegittimazione simbolica o stigmatizzazione collettiva.
Episodi come la vandalizzazione del murale di Anna Frank, la mappatura dei turisti israeliani e le contestazioni rivolte ai nuovi residenti israeliani della Valsesia mostrano come il confine tra critica politica e ostilità verso gli ebrei sia ormai diventato estremamente sottile.
Quando questo limite è superato, il pericolo è che siano minati i principi di convivenza e pluralismo su cui si fonda la democrazia stessa.
*****

Saul Meghnagi
La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
–
Dalla “sentenza” di genocidio alla “condanna” del “sionismo”
Ha un titolo inequivocabile, “Dal sionismo al genocidio. Un dialogo tra Omer Bartov e Anna Foa”, l’intervista sul canale YouTube della casa editrice Laterza, che ha recentemente pubblicato tre volumi dei due autori: Il suicidio di Israele (Anna Foa, 2024), Mai più (Anna Foa, 2026), Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio. La sconfitta morale di Israele (Omer Bartov, 2026).

L’intervistatrice Francesca Gnetti nel dare la parola ai due storici, pone domande complesse.
Le risposte hanno spesso un carattere definitorio.
Appare utile, anche per questo, riflettere su alcuni termini usati, in quanto possono favorire un cambiamento discutibile del vocabolario politico con il quale affrontare un conflitto atroce e doloroso per entrambi i contendenti e per coloro che ne sono testimoni. Riprendiamo solo quattro espressioni sui quali fondano conclusioni che ritengo non condivisibili:
- colonialismo di insediamento
- genocidio
- una società impegnata in un’operazione genocidaria
- pogrom dei palestinesi
- COLONIALISMO DI INSEDIAMENTO
L’espressione – controversa, anche tra storici di diversa formazione, nella sua applicazione alla lunga dinamica tra palestinesi e israeliani – trova un utile chiarimento nell’analisi, disciplinarmente diversa, del prestigioso filosofo politico Walzer.
Lo studioso sostiene da tempo (Michael Walzer, Zionism and Judaism: The Paradox of National Liberation, in “Journal of Israeli History”, 26, 2007, pp.125 -136) con argomentazioni non facilmente confutabili, che il sionismo – legato a un diritto all’autodeterminazione che non può essere negato al popolo ebraico – debba essere interpretato principalmente come un movimento di liberazione nazionale. Per questo, l’insediamento ebraico in Palestina può essere difficilmente equiparato a forme di colonialismo che, in altri contesti, ha modificato l’assetto della popolazione e delle condizioni giuridiche esistenti.
- GENOCIDIO
La puntuale definizione data da Marcello Flores (Le parole hanno una storia, Donzelli, Roma, 2025, pp.119 -126) trova ulteriori precisazioni in un successivo volume realizzato insieme a un giurista (M. Flores, E. Fronza, CAOS. La giustizia internazionale sotto attacco, Laterza, Bari -Roma, 2026). In quest’ultima sede, dove – oltre a chiarire la necessità di distinguere responsabilità degli Stati e azioni degli individui – si fa riferimento a Gaza sostenendo la necessità di una terminologia accurata nel giudizio su quanto accaduto e in corso, per quanto terribile sia la violenza e la tragedia.
Analoga cautela è suggerita nel riferimento al sionismo proposto da Flores nel suo carattere politicamente multiforme sia nella genesi sia nell’evoluzione (Flores, op. cit. pp. 133 – 139).

- UNA SOCIETÀ IMPEGNATA IN UN’OPERAZIONE GENOCIDARIA
Ci si può chiedere in base a quale valutazione storica, se possibile, la società israeliana possa essere descritta, come fa Omer Bartov, in questi termini. L’azione militare a Gaza è tremenda nella sua portata e nella dimensione numerica dei morti. Se ne può parlare con dolore e rabbia, senza naturalmente esimersi dal giudizio politico. La si può condannare. Si può anche denunciare il consenso di parte di una popolazione colpita anch’essa nel profondo dalla strage del 7 Ottobre.
Tuttavia, questo non sarebbe un giudizio credibile secondo Michele Sarfatti, un altro autorevole studioso, che sottolinea il fatto che uno storico che ha studiato in modo approfondito un genocidio (come ha fatto Bartov per la Shoah) non diviene per via di ciò automaticamente competente a classificare come genocidio altre guerre e violenze. Tanto più se si tratta di eventi accaduti in contesti e secoli differenti.
Dovrebbe inoltre evitare di lasciarsi guidare dalle proprie convinzioni politiche o identitarie, e dovrebbe iniziare indagando pazientemente i dati pluriennali della demografia (popolazione generale, mortalità, nascite, ecc.), la posizione e le dimensioni delle fosse comuni o degli altri sistemi di eliminazione dei corpi, le testimonianze su plurimi eventi di uccisione di massa gratuita e deliberata, le ricadute sulla popolazione civile non intruppata di situazioni similari accadute altrove, e vari altri aspetti del genere.
- POGROM DEI PALESTINESI
È sempre Bartov a usare il termine pogrom, che è, purtroppo, parte dell’esperienza ebraica. L’operato di Israele può essere criticato con durezza, ma non appare né adeguato né equo adottare un termine, che, tra l’altro, non viene in genere utilizzato per parlare della stessa strage del 7 Ottobre. I rifugiati palestinesi di Cisgiordania e di Gaza, tra il 1948 e il 1967 hanno vissuto prevalentemente in territori occupati dalla Giordania e dall’Egitto. Il rifiuto arabo della spartizione della Palestina – decisa dalle Nazioni Unite nel 1947 (Assemblea delle Nazioni Unite, Risoluzione 181, 29 novembre 1947) – è stato alla base della mancata nascita di uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano che l’aveva accettata.
L’esame dei fatti è stato e sarà opera degli storici. Il presente consente due osservazioni: i due paesi arabi che, come accennato, hanno occupato i territori a più forte presenza di rifugiati hanno ritenuto di non concedere loro la cittadinanza, mentre la nascita dell’UNRWA[1], agenzia ONU destinata ai soli palestinesi, ha permesso la trasmissione automatica dello status di rifugiato da una generazione all’altra (si veda, anche per i riferimenti giuridici citati, la nostra newsletter di aprile, “Assumere un nuovo paradigma”).
La condizione di profughi, fuggiaschi, rifugiati è stata quella dei circa novecentomila ebrei fuggiti o cacciati da paesi arabi dove le comunità ebraiche sono oggi scomparse o ridotte a numeri minimi. I rifugiati ebrei hanno acquisito la cittadinanza dei paesi di accoglienza tra i quali, ma non solo, Israele, dove oggi le stesse persone e / o i loro figli sono parte significativa della popolazione.
*****
La critica dura alla politica israeliana, soprattutto negli ultimi anni, è certamente possibile. A maggior ragione, è legittimo il rifiuto di qualunque giustificazione per la brutale violenza dei coloni. Altrettanto ineccepibile è l’opposizione a ogni forma di razzismo, xenofobia. Si può chiaramente condannare ogni forma di sovranismo e integralismo religioso.
Comprendere le radici di queste derive della relazione civile e delle possibilità di una convivenza democratica tra persone e comunità esige, peraltro, una cautela basata sulla molteplicità delle cause, certo storiche, ma anche culturali, sociali, geografiche, demografiche.
Per questo, è utile porsi delle domande prima di contestare, ad esempio, nozioni quale quella di sionismo: è vero che un indirizzo di pensiero fondato sul principio di emancipazione ebraica è usato da gruppi che l’assumono quale ideologia etnonazionalista.
È evidente che siamo di fronte a un’occupazione territoriale e a una repressione che renderà complessa, ove si raggiungesse un accordo, la convivenza tra gruppi diversi per cultura e religione.
È giusto interrogarsi sulla laicità dello Stato di Israele e del ruolo delle diverse istituzioni che lo regolano, come è innegabile che lo stesso problema si ponga per altre realtà e paesi circostanti.
Non è tuttavia condivisibile l’attacco di Bartov alla “Dichiarazione di indipendenza” dello stesso Israele quale Stato ebraico e democratico: questo significa negare, ancora una volta, il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico e la compatibilità tra tale atto di emancipazione e la democrazia.
Non è accettabile la posizione dello studioso sull’essere la Shoah la “foglia di fico” con la quale il governo israeliano legittimerebbe un processo di oppressione che può essere condannato evitando il continuo riferimento a ferite che rendono più complesso ogni percorso di analisi e riflessione.
Non è corretto passare da una inappellabile” sentenza” di genocidio alla definitiva “condanna” del sionismo, per approdare al rifiuto di una “Dichiarazione di indipendenza” che nasce da una lunga storia e può, comunque, essere parte di un confronto futuro.
Le domande oggi sono tante.
Come può essere avviato un processo teso alla soluzione pacifica di un conflitto lungo e logorante per entrambi i contendenti?
Quale deve essere il filo rosso di una lettura degli eventi che porti a capire che nessuno potrà vincere, se l’idea guida – comune agli estremisti di entrambe le parti – sarà quella di poter essere i padroni esclusivi “dal fiume al mare” del territorio conteso?
Noi europei abbiamo anche il compito – se vogliamo contribuire alla individuazione di risposte alle domande poste – di interrogarci sulle nostre responsabilità in un conflitto che ha le sue radici nel razzismo e nel colonialismo dell’Occidente, oltre che sulla nostra incapacità di affrontare diversità culturali e religiose che caratterizzeranno il nostro futuro.
–
NdR
[1]
UNRWA assiste oggi 5.900.000 palestinesi, avvalendosi di oltre 28 mila dipendenti locali (palestinesi)
UNHCR assiste oggi oltre 90 milioni di rifugiati di tutto il mondo avvalendosi di meno di 18 mila dipendenti “internazionali” (non locali)
*** ***

Simone Santucci
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Corriere della Sera 29 luglio 2026
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